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La Nostra Società “Usa E Getta”: Un Mondo Dove Nulla Ha Più Valore Quando Smette Di Essere Nuovo

Tragicomico
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Viviamo dentro una società “usa e getta”, dove tutto è diventato privo di valore, dove nulla è duraturo, dove tutto può essere sostituito all’istante con qualcos’altro e, nel peggiore dei casi, con qualcun altro. L’essenziale si è fatto effimero, i valori sono diventati evanescenti e gli oggetti sono solo orpelli da esibire per offrire un’immagine falsata di se stessi. Una società fondata totalmente sull’apparenza e sull’individualismo, dove cooperazione e collaborazionismo sono stati sostituiti da diffidenza e competizione. Tutti contro tutti, fino all’ultimo respiro, fino all’ultimo usa e getta che avremo fra le mani.

Odoriamo ancora di latte che siamo già perfette macchine da consumo,
oliate da una società fagocitante e capricciosa che crea desideri e con la stessa facilità li distrugge,
una società abile a vendicarsi instillando devastanti sensi di colpa e insoddisfazione
in chiunque non tenga il passo richiesto.
(Dal mio libroSchiavi del Tempo”)

Baudelaire, il poeta maledetto per eccellenza, pone, in un paio di sue opere, l’accento al riguardo della dicotomia tra arte e moda. Una divisione all’interno della quale il primo concetto (arte) stabilisce la ricerca dell’eterno, mentre il secondo (moda) denota ciò che è effimero, caduco e destinato a morire in un battere di ciglia. Arte e moda sono, agli occhi del poeta francese, due facce di una stessa medaglia che si compenetrano e si respingono senza mai trovare una risoluzione. Una strada senza uscita in quanto tutto ciò che risulta imperituro deve necessariamente incarnarsi in un’esistenza decadente e condannata all’oblio.
A tal proposito, Baudelaire si riferisce alla modernità come a una condizione dello spirito segnata da un ritmo vitale incessante, incalzante, perennemente orientato verso la ricerca di qualcosa di nuovo e perennemente destinato a soffocare nella spirale del suo stesso moto perpetuo.

E se la Rivoluzione industriale getta le basi di una modernità che diventa essa stessa specchio fedele di quella celebre catena di montaggio dove tutto passa rapidamente di mano in mano senza che l’insieme venga mai percepito, allora l’avvento del Ventunesimo Secolo opera una trasformazione sociale e umana ancora più profonda e pericolosa.
Lo sostiene anche Bauman quando definisce la nostra società come “liquida”, una società dove non solo tutto si deteriora e si consuma, ma dove tutto è programmato per deperire sotto i nostri occhi, ad un livello intimo, che non riguarda la semplice sfera della nuda e fredda materia. Gli smartphone, i computer, le televisioni, le lavatrici, le automobili e tutte le chincagliere elettroniche che acquistiamo non sono solo programmati per cessare la loro funzione in tempi relativamente rapidi (obsolescenza programmata), ma sono condannati a una rapida morte sociale, a causa del desiderio continuo di novità che ci pervade.

Proviamo a pensare al dispositivo che stringiamo fra le mani. Possiamo già immaginare che nella maggior parte dei casi verrà sostituito prima della fine del suo naturale funzionamento (comunque programmato), perché entro un lasso di tempo piuttosto breve si arriverà a considerarlo come “vecchio”. Con tutte le connotazioni negative che si accompagnano all’aggettivo, in un mondo che non vuole più invecchiare. 
La continua ricerca di qualcosa di nuovo e la sua effimera gratificazione ci ha completamente distolti dal nostro “essere – heideggerianamente – nel mondo” in quanto umani e ci ha sradicato dall’ambiente in cui viviamo. Ora non impieghiamo più gli oggetti per trasformare ciò che ci circonda, ma lasciamo che siano gli oggetti, sempre nuovi e luccicanti, a trasformare noi.

Possedere qualcosa di nuovo, il cui unico valore intrinseco risiede, appunto, nella sua novità, ci appaga e ci gratifica come se fossimo diventati persone migliori a seguito dell’acquisto. È come se la continua rincorsa all’ultimo modello di qualcosa fosse diventato un naturale fine verso cui tendere.
Senza rendercene conto, applichiamo la nostra sudditanza morale verso ciò che è effimero anche ai rapporti umani e alle nostre emozioni, trasformando gli altri in una fonte di stimoli usa e getta per la nostra coscienza.

Trascorriamo intere giornate alla ricerca di “nuovi amici” sui social network, nella speranza che un nuovo contatto umano, anche se filtrato attraverso uno schermo, riesca a placare la nostra sete di stimoli esterni. Le persone in cui ci imbattiamo si riducono ad una logica binaria follow/defollow, like e cuoricini, senza che la maggior parte di loro lasci davvero un segno nella nostra vita. Pronunciamo con cadenza quotidiana espressioni come “Oggi ho perso sei followers”, oppure “Ho venti nuovi amici su Facebook”, espressioni che risultano abbastanza indicative di quanto la sfera morale ed emotiva dell’altro sia ormai diventata uno strumento transitorio per appagare la nostra sete di indefinito.

L’atteggiamento verso la vita che ne consegue è contrassegnato da un perenne spirito di rinuncia: in un mondo dove nulla ha più valore, quando smette di essere nuovo, l’abbandono di rapporti umani, idee, pensieri, ascolto e letture diventa la costante più assoluta. Acquistiamo in continuazione libri, tracce musicali e film sulla scia dell’entusiasmo provocata dalla nostra ricerca di stimoli effimeri, per poi abbandonarli dopo poche righe, poche note o poche immagini, nella speranza che qualcosa giunga a colmare quel vuoto che ci divora.

In una società digitale dove tutto è disponibile in modo quasi immediato, ci sentiamo come bambini che inseguono gli oggetti nella vetrina di un negozio senza mai domandarsi cosa possa risultare davvero appagante. Dallo schermo del nostro pc abbiamo a disposizione tutto quanto il genere umano abbia mai prodotto, ma non riusciamo a trovare qualcosa che ci appaghi davvero, a livello intimo ed emotivo.

Con un clic acquistiamo un libro e, dopo poche pagine, ne acquistiamo un altro, perché la vetrina luminosa davanti ai nostri occhi ha generato un’ennesima novità da inseguire, un ennesimo stimolo da impiegare come riempitivo per le nostre giornate. Scarichiamo giochi dagli infiniti store digitali, acquistiamo oggetti in modo compulsivo dal salotto di casa, attendiamo con ansia l’installazione della nuova app, per poi desistere rapidamente dal tentativo di comprendere cosa abbiamo davvero scaricato, perché nei nostri store è tutto gratis, tutto è subito e, quindi, dobbiamo sempre provare qualcosa di nuovo a intervalli di cinque minuti.

Allo stesso modo entriamo in contatto con un utente che ha attirato la nostra attenzione per poi abbandonarlo, come un giocattolo rotto, non appena ci giungono nuove richieste di contatto, di amicizia, di interazione. Poco importa il fatto che, il nuovo oggetto delle nostre brame, sia quasi una copia carbone del precedente. È la novità a farci scorgere differenze in un mondo di attrazioni identiche.
Ora che stringiamo tra le mani il nostro smartphone nuovo, e dopo averlo brevemente desiderato, ci appare così differente dal modello che ha sostituito?

Eccentrici come l’Esteta di Kierkegaard (condannato al fallimento esistenziale), abbiamo corso talmente a lungo da non riuscire più a ricordare quale fosse l’origine del nostro correre e dove stessimo andando, distratti da emozioni usa e getta che durano quanto la vita di un insetto acquatico e che lasciano dentro di noi un senso di appetito perenne, come se non riuscissimo mai a saziarci davvero. Perennemente affamati e mai sazi, siamo diventati, senza accorgercene, noi stessi il centro di ciò che è effimero e transitorio, senza una vera spinta artistica che faccia da contraltare simbolico alla moda del momento.

Persi nella nostra personale catena di montaggio, tocchiamo i pezzi che vengono passati per pochi istanti, per poi passarli in altre mani, senza mai riuscire davvero a comprendere la funzione di ogni singolo pezzo e di ogni singolo rapporto umano e, soprattutto, cosa stiamo costruendo con la nostra vita.
La scelta che si pone è dunque drastica e drammatica: diventare ingranaggi dei nostri bisogni fittizi, diventare noi stessi un “usa e getta” di qualcun altro o spezzare la catena, ripartendo da un percorso di essenzialità?

“Consumiamo ogni giorno senza pensare, senza accorgerci che il consumo
sta consumando noi e la sostanza del nostro desiderio.
È una guerra silenziosa e la stiamo perdendo.”
(Zygmunt Bauman – “Consumo dunque sono”)

Se ci fermassimo per un attimo a riflettere sul quadro di insieme della nostra esistenza; se mettessimo a tacere i nostri impulsi e cercassimo di astrarci dalla nostra spirale in moto perpetuo per un attimo, potremmo agevolmente riprendere le redini della nostra vita. Basterebbe focalizzarci su quell’infinita sequenza di impulsi che scorre davanti ai nostri occhi senza lasciare traccia e iniziare a scegliere ciò che ci piace davvero.
Scegliere le amicizie per il loro valore e non in base alla quantità, scegliere gli oggetti in base alla loro facoltà di rendere migliore l’ambiente che ci circonda, scegliere i libri che vogliamo divorare fino all’ultima pagina e scegliere di vivere in modo consapevole, senza diventare l’ennesima scelta di qualcun altro.

Quando scegliamo qualcosa, compiamo un passo verso la possibilità di riappropriarci della nostra natura più intima. Ogni scelta effettuata in modo cosciente evita la rincorsa al ripiego del momento e della milionesima novità usa e getta. Focalizzarci sul centro della nostra vita e ripartire dall’essenziale per sbarazzarci di tutto quel superfluo che ci circonda non ci rende meno moderni. Ma fa di noi gli artisti della nostra vita.

Tragicomico

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