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La Religione Dei Social Network

Tragicomico
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La religione dei social è oggi uno dei culti più in voga, stabilisce regole di vita, sentimenti e manifestazioni che si propagano in ogni parte del mondo, grazie ai suoi adepti sempre più assonnati, seguaci passivi che invocano la Madonna dell’Apparenza e il Dio del Successo, guidati dal Santo Algoritmo verso la via dell’uso e abuso ortodosso dei social network.
Ma torniamo un attimo indietro nel tempo, per capire com’è nata questa religione dei social e cosa sta determinando tutt’oggi.

L’inizio del ventunesimo secolo, a livello storico, viene spesso fatto coincidere con quell’11 settembre del 2001 che ha sconvolto l’equilibrio geopolitico e ha dato via a cataclismi terroristici di ogni tipo.
Poco prima (in Italia un anno prima), tuttavia, si era verificato un evento mediatico che sarebbe stato piuttosto indicativo della direzione intrapresa dal secolo corrente e dell’impronta sociale che ne sarebbe conseguita.

L’avvento dei reality show, “Grande Fratello” in primis, aveva infatti spostato l’orizzonte su come il mondo dell’apparenza e del successo avrebbe rappresentato il cuore pulsante dell’era postmoderna. Se, da un punto di vista televisivo, il “Grande Fratello” non differiva più di tanto dai vuoti rotocalchi della domenica pomeriggio, in cui si discute del nulla per ore e ore, la trasmissione era però caratterizzata da un meccanismo del tutto inedito.

Il motore immobile della trasmissione era infatti rappresentato dall’idea che una serie di benemeriti sconosciuti, privi di qualunque forma di talento o abilità, avrebbero ottenuto una ricompensa in denaro, piuttosto consistente, semplicemente tentando di piacere al pubblico a casa. Al netto di telecamere, confessionali e conduttrici, l’obiettivo dei concorrenti era uno e uno soltanto: cercare di piacere alla gente, di intrattenerli incollati alla tv per ore, in barba all’assoluta assenza di una qualche reale qualità culturale o comunicativa.

La società di massa non vuole cultura,
ma intrattenimento.
(Hannah Arendt – “La crisi della cultura”)

La regia occulta del programma, dal canto suo, stabiliva a quali conversazioni dare risalto, quali comportamenti censurare e cosa mettere in rilievo, di modo da guidare pubblico e concorrenti in direzione di una scelta ben precisa, al momento del televoto. Una ulteriore e definitiva rivoluzione nei costumi si ebbe quando il meccanismo, dapprima riservato ad una decina di girovaghi delle televisioni, venne esteso all’intera popolazione mondiale, mediante l’avvento dei social network.

Salvo qualche rarissima eccezione, i social network non sono altro che un infinito “Grande Fratello”, all’interno del quale miliardi di persone cercano continua gratificazione, esponendo in pubblico pensieri o dettagli della loro vita privata, generalmente privi di qualunque interesse reale.
Esattamente come nel celebre reality, i partecipanti sono costantemente manipolati, messi in risalto o oscurati da coloro che gestiscono le piattaforme ed esattamente come accade nel “Grande Fratello”, i meccanismi di comunicazione sono ridotti a una gara di popolarità fine a se stessa.

Quando qualche adepto decide di postare qualcosa sulla propria piattaforma social, lo fa nella speranza di ricevere una gratificazione (espressa con “like” e cuoricini) che possa confermare la sua idea o l’immagine alla base della pubblicazione: sono una persona interessante e la mia vita merita di essere divulgata in ogni suo aspetto. Senza che se ne rende conto, diventa seguace di un meccanismo perverso, che pone in correlazione la sua autostima con la gratificazione, spesso fasulla, che proviene dall’esterno. Senza che se ne rende conto, quell’adepto ha aderito ad una setta religiosa. La religione dei social.

In mezzo a tutti quei video, quei post, quelle parole e quelle emoticon, la dimensione social non è altro che un’immensa religione, basata su schemi antropologici ingannevoli che si ripetono inalterati da millenni – la caverna di Platone vi ricorda qualcosa?
E, come accade per i fedeli di una qualunque dottrina, agli avventori abituali dei social network viene richiesta l’osservanza di comportamenti ben precisi e cadenzati. Il rispetto di alcuni dogmi relativi alla comunicazione e la fedeltà alla piattaforma prescelta.

La ricompensa per i discepoli osservanti è rappresentata da quel carico di maggior visibilità che porta l’utente fedele al centro della scena mediatica, ricavandone gratificazione e ardore messianico. L’ambito in cui si muove il discepolo dei social network è strettamente limitato dall’entità sovrumana, nota come Santo Algoritmo, che stabilisce in modo sindacabile cosa possa essere detto, visto o pensato in un determinato momento storico.

Mentre il fedele si illude di fare un esercizio di libertà, andando ad esprimere i propri interessantissimi pensieri, non si accorge in realtà di come quello che si appresta a pubblicare sia già connesso ad un calcolo algoritmico che valuterà rilevanza, diffusione ed eventuale censura del suo pensiero (Giordano Bruno docet), accomunandolo ad una serie sterminata di pensieri quasi identici tra loro e, proprio per questo, privi di una reale libertà espressiva.

Nello specchio distorto dei social network tutto è alterato, perché il Dio del Successo mostra solo ciò che favorisce la sua stessa sopravvivenza e distribuisce briciole di dopamina e serotonina a coloro che, attenendosi a linee comportamentali predefinite, accrescono la sua stessa gloria.
Se, in principio, il Verbo si incarnò sotto le sembianze di Facebook, risultò evidente in breve tempo che era possibile creare differenti chiese, ognuna con i suoi dogmi e i suoi precetti e acquisire nuovi fedeli, specialmente tra coloro che cominciavano ad annoiarsi del monopolio di Zuckerberg.

Accadde così che il sacro fuoco della falsa gratificazione generasse Twitter, piattaforma riservata ad un pubblico apparentemente più loquace e “colto”, per poi venire alla luce sotto le sembianze di Instagram, regno dell’immagine curato dalla Madonna dell’Apparenza o di TikTok, piattaforma giovanile in cui ci si cimenta con la propria stupidità. Ad ognuno il suo social network e ad ognuno la sua chiesa, dunque, a patto che si rispettino gli stessi dogmi e le stesse regole ovunque.
Già, perché oltre la parvenza legata alla fratellanza universale e alla connessione globale, i social alimentano un mondo di frustrazione e solitudine che spinge l’utente verso l’igiene spirituale più assoluta.

Un mondo di pavidi, egocentrici robottini che si danno appuntamento online e che,
delusi dalla propria vita, ne costruiscono una nuova di zecca,
dove tutto è a portata di mano tranne quello che è vero,
dove gli estranei si chiamano amici e la vicinanza virtuale
scava voragini sempre più profonde e inconsolabili.
Sempre più connessi, sempre più distanti.
(Dal mio libroLa cattiva abitudine di essere infelici”)

Come cani da guardia della loro divinità digitale, i ferventi credenti dei social network trascorrono ore e ore a segnalare e rimuovere tutti quei contenuti e adepti che non si trovano in linea con l’evangelico messaggio diffuso dalla religione dei social, sostituendosi e coadiuvando il lavoro svolto dal Santo Algoritmo. Se qualcosa viola i dettami del pensiero unico e dell’ideologia mainstream corrente, è compito del bravo credente riportarlo agli organi di controllo della sua comunità, affinché provvedano a ripulire ed eliminare quelle voci critiche che potrebbero minare la coesione del gregge.

Ma i social network, proprio come le religioni tradizionali, non sono il male più assoluto. Se le religioni tradizionali, nel loro profondo, sono un mezzo per elevarsi spiritualmente, anche i social network, adoperati nel modo giusto, possono rappresentare una forma di crescita personale e lavorativa. Bisogna però uscire dal meccanismo di gratificazione perenne e usare le piattaforme per quello che sono realmente: strumenti di comunicazione.

Una volta usciti dalla logica deleteira del dover piacere a tutti i costi, della delazione e dell’igiene morale da dover raggiungere calpestando il pensiero e l’immagine altrui, i social network appaiono come semplici spazi che spetta a noi riempire di contenuti più o meno interessanti.
Prima di pubblicare qualcosa su un social network, perciò, domandiamoci se quello che stiamo per dire o mostrare può aiutare davvero qualcuno, essergli utile, se possiamo arricchirlo indipendentemente dai cuoricini e dalle attenzioni che speriamo di ricevere.
Perché, come nelle religioni, non importa quello che predichiamo, ma è ciò che comunichiamo e le scelte che facciamo a fare la differenza.

Tragicomico

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8 commenti

Osservatore Libero 28 Ottobre 2022 - 14:45

Grazie Tragicomico! Sempre chiaro, diretto e nella giusta direzione!

Ti seguo con stima ed attenzione, Vincenzo London UK

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Tragicomico 28 Ottobre 2022 - 18:59

Un caro saluto Vincenzo, grazie per avermi letto ancora una volta, in questa mia nuova disamina sociale ed esistenziale.

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Erasmo 28 Ottobre 2022 - 20:04

Molto interessante la tua disanima! Precisa come una lama affilata, ma, al contempo, compassionevole come una mano tesa.
Leggendo ciò che hai scritto…una tristezza mi ha invaso : la grande maggioranza dei nostri simili è così e non cambierà, non potrà cambiare, non può capire !! E’ troppo presto per lei. Così è !

Grazie

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Tragicomico 29 Ottobre 2022 - 14:18

Non so se sia “troppo presto” oppure, ahimè, “troppo tardi”. Grazie per essere passato da qui e per aver lasciato un commento. A presto.

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FAbrizio Mauro 2 Novembre 2022 - 21:09

Ciao Ivan, al giorno d’oggi tutti vogliono una vita pubblica, una volta c’erano vip e personaggi di domino pubblico, adesso tutti mostrano la loro vita privata, le loro sofferenze e chi ne ha più ne metta. Le persone preferiscono avere a che fare con un’intelligenza artificiale, e non avere confronti con persone vere, questo ci sta portando verso la famosa caverna di Platone, vivendo di ombre manipolate ed entrando in un tunnel di solitudine indotta senza che le persone se ne accorgano, creando un gregge manipolabile, portando al pensiero acritico, e vivendo di opinioni e non di idee proprie. Ciao e buona vita a tutti.

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Tragicomico 3 Novembre 2022 - 14:41

Esatto, non sono i social in sé a portarci verso un declino mai visto prima, è l’uso di determinati strumenti che sta ipnotizzando più e più generazioni. Basterebbe un uso corretto, sporadico, per evitare di diventare carnefici e carcerieri di se stessi.

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Maria Antonietta 10 Novembre 2022 - 9:21

Come non essere d’accordo… analisi a dir poco perfetta dalle premesse alla conclusione finale…

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Tragicomico 10 Novembre 2022 - 17:29

Grazie Maria Antonietta, spero di averti ancora come lettrice.

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