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Solve Et Coagula: Il Fondamento E Lo Spirito Dell’Alchimia

Tragicomico
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Il detto “Solve et Coagula“, ovvero Soluzione e Coagulazione, oppure Dissoluzione e Composizione, o più comunemente Sciogli e Riunisci, è una formula che rappresenta il fondamento e lo spirito del mondo dell’alchimia. Sta ad indicare quella procedura finalizzata alla trasformazione degli elementi vili in nobili, e si cerca di ottenerla attraverso un processo, appunto, di dissoluzione e, successivamente, di ricomposizione. E in un periodo storico come questo, in cui proliferano tecniche e metodi che promettono il cambiamento interiore e la crescita personale, diventa un problema capire cosa è alchimia e cosa non lo è, quel percorso iniziatico che rappresenta a tutti gli effetti un antico corpus teorico che da migliaia di anni custodisce il segreto della trasformazione spirituale.

A proposito di problemi. Il verbo latino solvere sottende infatti questa area semantica. Ovvero, per risolvere il problema bisogna prima scomporlo (scioglierlo) nei suoi elementi strutturali, e da qui si procede successivamente verso la soluzione. Ad esempio, una persona si risolve a prendere una certa decisione dinanzi ad un problema, quindi concretizza un pensiero, ma può farlo correttamente soltanto dopo aver analizzato (e quindi scomposto) gli elementi necessari a compiere la scelta. Solvere è, pertanto, fortemente intrecciato con analizzare: entrambi vedono la loro azione come una scomposizione, una suddivisione. E la soluzione, ovvero una successiva mescolanza indivisibile (coagulazione), diventa ciò che si ottiene da questo quotidiano esperimento alchemico.

L’alchimia in passato si è resta nota per essere stata quella scienza che cercava di trasformare i metalli vili, come il piombo, in oro. È chiaro come questa pratica in verità alludesse ad altro. In sostanza l’alchimia non fu, come pensa il volgo, una sorta di proto-chimica dedita al solo tentativo di fabbricare dell’oro da metalli comuni. Questo, probabilmente, è quello che gli alchimisti volevano che si pensasse di loro, in modo da poter tenere nascosta la ben più nobile e segreta impresa spirituale in cui erano impegnati. «Aurum nostrum non est aurum vulgi» (Il nostro oro non è l’oro del volgo) scrive l’alchimista Arnaldo da Villanova nel “Rosarium Philosophorum”.

Le trasformazioni (trasmutazioni) alchemiche hanno molto a che fare con qualcosa di assai più vasto e sfuggente. Ovvero l’arte della trasformazione del Sé, una trasformazione interiore che sincronicamente si verifica nell’intimo dell’alchimista. È un qualcosa che trascende lo psichismo umano e che lo stesso linguaggio avrebbe difficoltà ad esprimere. Infatti non è un caso che gli antichi alchimisti abbiano fatto sistematicamente ricorso ad un linguaggio figurativo e simbolico per descrivere i loro processi.

La pratica del Solve et Coagula, il processo alchemico per eccellenza, inizia con la putrefazione e la disintegrazione della materia, per liberarla da tutte le impurità, fino a ridurla alla materia prima che l’aveva generata, per poi essere ricostruita in altra forma più elevata. In ambito alchemico, e più precisamente nella Grande Opera (Magnum Opus), ossia l’itinerario alchemico di lavorazione e trasformazione della materia prima, ci troviamo nella fase che prende il nome di “Nigredo”, o Opera al Nero. In questa fase di distruzione e disgregazione, la materia grezza è posta dall’alchimista in un crogiolo e fatta cuocere lentamente nel forno alchemico chiamato “Athanor” affinché, sotto l’influenza del fuoco, la materia possa sciogliersi e disgregarsi.

Come già detto, il vero scopo dell’alchimista è molto più sottile, il “Solve” agisce a livello interiore, dove la liberazione dalle impurità equivale al porcesso di “Individuazione” sostenuto dall’antropologo e psicoanalista Carl Gustav Jung. Un processo metaforicamente rappresentabile da un cammino che ha per meta la completa conoscenza di se stessi, il contatto col vero Sé, la scoperta di quanto è celato alla coscienza.

Avviene quindi la distruzione dei vari Ego (“IO”) che popolano la nostra personalità. Il crogiolo rappresenta, infatti, l’attenzione e l’osservazione sostenuta verso l’individuazione e la disgregazione degli Ego, i nostri vari “Io”, mentre il fuoco che deve ardere nell’Athanor (il nostro apparato psico-fisico) altro non è che la volontà di cambiare noi stessi attraverso un lavoro costante, pratico e mirato a creare uno stato di piena consapevolezza. A tal proposito consiglio la lettura del mio articolo: “Il Ricordo Di Sé È L’Unico Momento Di Verità“.

Chi ha iniziato a lavorare su se stesso, partendo da un lavoro di osservazione e, appunto, di analisi, avrà scoperto come ciò che noi comunemente chiamiamo “Io”, oppure definiamo con Ego, è di fatto inteso come il risultato dell’interazione derivante da un insieme di istanze separate, tanti vari “Io” impuri che vanno a comporre quella che è la nostra personalità. Quindi non siamo mai un solo “Io”, ma una moltitudine di “Io” , chiamati anche aggregati psichici, che si comportano al nostro interno come se fossero dei veri e propri “personaggi psicologici”, vere e proprie persone, tanti altri “noi stessi”. Pertanto non possiamo definirci degli esseri puri, la nostra materia è palesemente impura e da qui nasce la necessità della pratica del Solve et Coagula.

Questi “Io” impuri sono elementi negativi e nocivi, falsano il nostro essere, si tratta di entità psichiche che impediscono il risveglio della Consapevolezza, per la loro capacità di sequestrare il pensiero e manipolare le emozioni, impedendo il contatto con il vero Sé. Citando sempre C.G. Jung, dal suo libro “L’io e l’inconscio“: «L ‘individuazione non ha altro scopo che di liberare il Sé, per un lato, dai falsi involucri della “Persona” , dall’altro lato, dal potere suggestivo delle immagini dell’inconscio». Ecco perché vi è la necessità di sciogliere questi “falsi involucri della persona”, il processo del Solve et Coagula serve a ridare indietro un “Io” unico e vero, di carattere superiore per qualità spirituale.

Questo è “l’Oro” che gli alchimisti arrivavano a riconoscere, e potevano ottenerlo soltanto estraendolo dalle impurità che così tanto lo affliggono e che lo rendono Piombo.

Durante la fase di Solve et Coagula, la materia precipita nel caos originario che precede la creazione. Si tratta della notte oscura dell’anima, una fase di passaggio malinconica e difficile, tuttavia considerata indispensabile per rinascere. Un periodo che tutti i ricercatori del vero Sé sentono, ma che non riescono a definire. Si tratta di quel periodo di intenso smarrimento che prelude ad una crescita di ordine spirituale. In questo frangente tenebroso (La selva oscura di Dante) tutti i punti di vista personali si dissolvono, i pregiudizi e i preconcetti vengono estirpati, mentre le vecchie idee vengono spazzate via come foglie secche. E quello che resta è un insopportabile senso di vuoto e smarrimento.

Eri abituato a convivere con tanti “Io”, falsi e impuri, ma che ti davano la percezione di avere un’identità. Un’identità che in verità non è mai esistita, si trattava solo di un’immagine di te stesso. Da un punto di vista iniziatico, esoterico, questa fase indica il processo di morte simbolica dell’adepto. Il suo vecchio “Io”, infatti, si dissolve per lasciare spazio a una personalità rinnovata e spiritualmente più completa.

Citando una figura esoterica come G.I.Gurdjieff da “Frammenti di un insegnamento sconosciuto“: «Così, il fatto di non essere “morto” impedisce ad un uomo di “nascere” e il fatto di non essersi svegliato gli impedisce di “morire”, e se è nato prima di essere “morto”, questo fatto gli impedisce di “essere”.». O se preferite un esoterismo di forma cristiana.. «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto». (Gv 12,24).

Sacrificare tutto quello che abitualmente consideriamo “Io” è alla base della trasmutazione alchemica. Tramite una continua alternanza di distacco e fissazione (Solve et Coagula) dai propri composti psichici, l’Alchimia pratica mira a liberare l’uomo dalla schiavitù verso il proprio “Io”, o meglio, dall’illusione di essere un unico “Io”. Il lavoro alchemico avviene a livello sottile, invisibile, una pratica che conduce l’adepto a staccarsi dal possesso e dalla proprietà, fino a vedere la propria anima (il “Sé” di C.G. Jung) come il luogo dove sacrificare ogni contenuto interiore, ogni illusione e pensiero. Solo così l’uomo, ormai non più solo uomo, può giungere alla pienezza del proprio Essere.

Intendete tutto secondo natura e secondo regime; e, senza cercare altro, credetemi. Io vi dico solo di cuocere: cuocete al principio, cuocete nel mezzo, cuocete alla fine, senza far altro, poiché la natura si porterà al compimento”. Turba Philosophorum

Tragicomico

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