La Ricchezza Dei Saperi E Dei Sapori Di Una Volta

Tragicomico
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Si stanno perdendo i saperi e i sapori di una volta, l’accelerazione sociale che stiamo vivendo e la globalizzazione che le corre veloce a fianco stanno soppiantando, giorno dopo giorno, quel mondo antico che i nostri avi hanno portato avanti per secoli. Un mondo permeato da una cultura genuina ma sapiente, dove il tempo scorreva lento e il cibo messo in bocca possedeva un sapore autentico. E con esso, anche la vita.

Guardare al passato per attingere dagli antichi saperi e sapori di una volta è un nostro dovere proprio come il guardare al futuro.
La nostra modernità, i vari benefit e le zone di comfort allargate fino all’aldilà, ci hanno resi pigri, assetati di ciò che non disseta ma seda, di ciò che appare ma non dà sostanza. È arrivato il momento di risvegliarci da questo torpore, è arrivato il momento di guardare al futuro con occhi rivolti al passato e ritrovare il filo della matassa, prima che sia troppo tardi, acceccati come siamo dal bagliore del progresso da non renderci più conto dove stiamo andando e tantomeno perché.

Eppure siamo gli eredi di una grande tradizione filosofica e culturale, figli di poeti e scrittori, di sarte e visionari, di naviganti e pittori, di cuoche e contatidini che, come degli autentici alchimisti, trasmutavano la terra in prodotti per la tavola e l’aria in fragranze culinarie. E ora eccoci qui a ingurgitare cibo spazzatura, senza nemmeno un pezzetto di tempo libero in tasca, con le mani atrofizzate, abituate a tenere solo un gingillo tecnologico fra le dita e una mente così sovraccarica di informazioni da non essere più capace di ragionare, di rilassarsi, smaniosa com’è di passare da uno stimolo all’altro, da una notifica all’altra, da un oggetto all’altro, in una spirale consumistica senza fine.

Consumiamo ogni giorno senza pensare, senza accorgerci che il consumo
sta consumando noi e la sostanza del nostro desiderio.
È una guerra silenziosa e la stiamo perdendo.

(Zygmunt Bauman – “Consumo, dunque sono”)

Dov’è finita l’arte del rammendo? Rammendare… un verbo che ormai suona in maniera talmente arcaica da sembrare una pratica lontana nel tempo, per il semplice fatto che nessuno rammenda più nulla. Siamo diventati veloci non solo nel produrre, ma anche, e soprattutto, nel consumare. Usa e getta. Un tempo le cose venivano rimpiazzate solo quando erano rotte o comunque non più funzionali. Ma oggi?

Oggi siamo andati talmente “oltre” che non c’è nemmeno più un consumo fisico. Cambiamo automobili, vestiti, persone, elettrodomestici e quant’altro non perché c’è qualcosa di rotto o che non va, ma semplicemente perché la “morale” di questa società improntata sul consumismo ha deciso che qualcosa è da reputarsi fuori moda quando la propaganda sventola un sostitutivo più bello. E allora “il vecchio” viene buttato via, abbandonato, nonostante sia ancora funzionale.
Tutto questo non è tragicomico?

Le bevande e i cibi presenti sulle nostre tavole sono così pregni di aromi artificiali da farci completamente perdere di vista cosa realmente stiamo ingurgitando. Persino l’acqua, ormai, è aromatizzata!
Prodotti industriali, spesso ultra processati, ma anche i prodotti più semplici, come frutta, verdura e carne, non hanno più i sapori di una volta e nemmeno le stesse proprietà nutritive. C’è meno attenzione alla stagionalità dei prodotti perché bisogna soddisfare le richieste dei consumatori, che vogliono i “loro” prodotti preferiti per tutto l’anno. E poi i terreni non sono più puri come lo erano in passato, nemmeno l’aria, e mettiamoci tutti i sistemi di trasporto, refrigerazione, conservazione, coltivazione in serra, tanto da rendere (tossico) dipendente chi li consuma.

Ecco perché ritengo fondamentale riscoprire al più presto i saperi e i sapori di una volta. È questa la vera ricchezza. È questa la nostra bussola. Per farlo dobbiamo tornare a essere curiosi, occorre quindi nutrire un interesse sincero verso qualcosa e poi porre delle domande a chi questo qualcosa lo sa ancora mettere in pratica. Alla base di tutto ci vuole la curiosità, perché se si è curiosi, si fanno le domande giuste e si assimilano le risposte che formeranno il nostro sapere che tramanderemo ad altri curiosi. Spesso mi si chiede perché conosco certe cose che per molti non dovrei, ma io sono stato sempre un curiosone: ho chiesto, ho provato, ho sperimentato sulla mia pelle e con le mie mani e continuo a farlo ancora, per continuare ad aggiungere sapere a quanto so.

Fra tutte le doti umane una delle migliori è la curiosità.
(Luciano De Crescenzo – “I pensieri di Bellavista”)

Grazie ai miei nonni contadini e ai loro vicini, da giovane ho potuto avere un esempio di vita con sapori autentici e oggi d’altri tempi, con il pane fatto in casa nel forno a legna, la pasta fatta in casa, in tavola il proprio orto con le verdure saporite e le carni e i formaggi a chilometro zero, i dolci della tradizione povera, un patrimonio gastro alimentare che faceva da spola a un forte senso di comunità dove le conoscenze venivano condivise e accolte, per poi essere sperimentate e trasmutate in sapere. La manualità era un bene inestimabile: mani capaci di intagliare il legno, di costruire ripari e rifugi, mani che lavoravano i tessuti con la stessa attenzione che l’orafo riserva ai metalli preziosi, mani che tessevano lane e cotoni con antichi lavori di filatura, mani capaci di fare un innesto e pronte a raccogliere erbe commestibili e curative.

Era questa la vera ricchezza e oggi mi sento fortunato ad averne attinto a piene mani dai miei avi. Chi mi conosce sa quello che faccio per non perdere il filo rosso che mi collega con il passato. Eppure oggi viene difficile riuscire a trasmettere qualcosa, in pochi hanno il desiderio di riscoprire i saperi e i sapori di una volta. La curiosità sembra essere evaporata come neve al sole, non si ha più la voglia e la curiosità di conoscere. Manca il tempo per ascoltare, ragionare, imparare, provare e ritentare. Fondamentalmente manca pure il tempo per sbagliare!

Una realtà nella quale non ci si guarda più negli occhi, o in faccia mentre si parla, tutto si consuma velocemente attraverso dei pixel luminosi, si deturpano persino le voci con i messaggi vocali accelerati. Non ci si gode più la crescita di un bambino perché ci sono gli impegni, le scadenze, i corsi e ricorsi e quel poco tempo che resta, serve per scattare un paio foto all’infante, appiccicargli uno smile in faccia e condividerlo lì dove lui nemmeno vorrebbe essere.
Non si approfitta del lusso di avere dei genitori e dei nonni al proprio fianco, ma poi si piange l’assenza perché solo allora ci si accorge del valore perso. Non si ascoltano i saperi di un anziano, che sia il vicino o quello in fila alle poste, perché tanto c’è “nonno” Google che è un pozzo di sapienza, e fa niente se non sarà mai in grado di abbracciare o di versare lacrime di gioia.

Una società grottesca che corre senza direzione, tappa dopo tappa,
anno dopo anno, sogno infranto dopo sogno infranto,
incapace di fermarsi e respirare, di sciogliersi in un abbraccio,
di porsi le domande che contano davvero.
(Dal mio libroSchiavi del Tempo”)

Stiamo diventando degli automi dal cuore spento e dalla mente atrofizzata. È davvero questa l’umanità che vogliamo?
Credo che sia arrivato il momento di riavvolgere il nastro della nostra esistenza, di andare a ritroso e rivivere emozioni, saperi e sapori che abbiamo chiuso in cassetti che nemmeno pensavamo di avere.
Il vecchio mondo di una volta non tutto è perso. Alzate la testa, uscite, siate curiosi, accogliete, investite il vostro tempo per imparare, per trascorrere delle ore con i vostri genitori, con i nonni, gli anziani, fatevi mostrare “come si fa” qualcosa, fatevelo spiegare e fatevi raccontare le loro storie e mentre imparerete, succederà qualcosa di meraviglioso, succederà che vedrete il loro volto illuminarsi e i loro occhi riempirsi di passione.
Cari lettori, sappiate che già in quel momento avrete salvato un pezzo di ricchezza altrimenti perduta per sempre.
Cosa state aspettando?

Tragicomico

8 commenti

paolo 29 Agosto 2023 - 10:50

Una visione catastrofica è dietro l’angolo. C’è da dire che non è solo la storia a essere buttata via e neppure la tecnologia o le stesse idee ma anche le persone. Quando dici “il vecchio” viene buttato via può essere riferito a come, da decenni, gli anziani siano diventati più un peso che una risorsa, eppure sarebbero stati una grande risorsa per le giovani leve se non avessero buttato via la loro vita credendo a ogni cosa che la società proponeva. Uno spreco pari a quello dell’incapacità a essere curiosi, a sapere ascoltare, ragionare, provare e ritentare. Perché sia accaduto è facile da comprendere: ascoltare significa sentire il dolore, proprio o altrui, e questo mette a disagio. Il dolore fa percepire che qualcosa, dentro e fuori, non funziona e si sono fatte scelte sbagliate. Ammettere di aver sbagliato non è facile ed è ancora più difficile rimediare allo sbaglio, c’è di mezzo l’orgoglio o forse meglio l’ego. Così si preferisce non pensare, correre, fantasticare, riempirsi di impegni e, di fatto, di scuse. Dici bene che siamo automi dal cuore spento e incapaci di guardare indietro ma questo accade, come tante altre cose, perché viviamo solo nella mente, attraverso schemi preimpostati, limiti che se all’inizio possono averceli imposti, alla fine li abbiamo confermati con le nostre scelte. Una visione catastrofica dentro di noi. Risvegliarsi però, come tu stesso dici, è possibile e lo si può fare solo prendendo in mano la propria vita e non cercando di cambiare gli altri o peggio la società. Il gioco del potere, di chiunque si tratti, è davvero grande e funziona perché continuiamo a dividere tutto in bene e male. Questi due elementi sono come le due facce di una medaglia: se un potente tenendosi da parte creasse due fazioni e le chiamasse bene e male, il popolo si dividerebbe e così lui potrebbe gestire entrambe le fazioni. Un gioco vecchio quanto il mondo. Sì, certo, potrà sembrare assurdo, ma è lì il problema che potrebbe essere risolto se mettiamo insieme le due facce della medaglia accogliendo per esempio chi sbaglia. Questo non vuol dire condividere o supportare ma accogliere nella comprensione che l’unione del bene e del male può solo portare alla verità, perché non c’è nulla al di fuori di Dio. I rigoli che l’uomo ha creato dividendo Dio sono fallaci illusioni per controllare i suoi simili, per avere potere sulle persone. Mi rendo conto che è un passo non facile da fare ma è possibile se si crede che la vita non sia solo quello che appare nella mente attraverso i sensi. Bene e male, una divisione che è avvenuta in un passato troppo lontano da ricordarci ma che ci ha allontanato, non separato, da Dio.

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Tragicomico 29 Agosto 2023 - 14:19

Ciao Paolo, sì nell’articolo ho scritto “Cambiamo automobili, vestiti, persone, elettrodomestici e quant’altro non perché c’è qualcosa di rotto o che non va”, proprio perché ritengo che ormai le persone vengano trattate al pari degli oggetti, con una data di scadenza già impressa. In pochi hanno voglia di rimboccarsi le maniche, di aggiustare la rotta di una relazione, di un rapporto, di ammettere i propri errori, di chiedere scusa. Al primo intoppo si manda tutto all’aria e si cambia, perché tanto lo sappiamo che cambiare “l’esterno” è molto più facile che fare i conti con “l’interno”.
Grazie del tuo commento, sempre prezioso come aggiunta ai miei scritti.
Un abbraccio!

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paolo 31 Agosto 2023 - 13:37

Verissimo quanto dici Ivan, si fa fatica. Personalmente sto lavorando al concetto di divisione, apparentemente semplice ma purtroppo molto profondo, sto cercando una strada per unire le due facce della medaglia perché in cuor mio so che lì troverò l’unione con la mia anima e con Dio, senza abbandonare nulla. Grazie per il tuo commento.

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Tragicomico 1 Settembre 2023 - 14:33

Buon “lavoro” Paolo, sono certo che troverai la giusta sintesi. A presto

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Baruch 29 Agosto 2023 - 16:54

Stupendo, come sempre! Risveglio ed auto – consapevolezza, introspezione, auto- critica!

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Tragicomico 29 Agosto 2023 - 19:17

Grazie Baruch (Spinoza)! L’augurio è quello, di un risveglio che nasce nel singolo individuo, in tanti singoli individui per poi diffondersi nella collettività.

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Mauro Fabrizio 30 Agosto 2023 - 11:15

Ciao Ivan, bellissimo questo tuo articolo, io sono nato a metà degli anni 60 e queste cose le ricordo benissimo, sono vissuto in campagna e ho lavorato nei campi, e la vita scorreva lenta, e il cibo aveva un sapore che non posso dimenticare. I nonni protagonisti di trasmettere il loro sapere e insegnarti l’arte di farsi le cose. C’era un proverbio che diceva: impara l’arte e mettila da parte, sono una persona che si rammenda ancora i calzini se hanno un buco, e faccio tantissime altre cose, perché come dici tu al giorno d’oggi si butta via tutto anche se non sono rotte ma perchè non piacciono più. Tutto il sapere dei nonni al giorno d’oggi è rinchiuso nelle case di riposo, (io le chiamo galere), le persone anziane sembrano un peso per questa società, persone che diventano invisibili, pronta a essere spazzata via la loro memoria, nessuno ne parla, sembra una società che voglia cancellare la memoria dei nostri avi per trarne profitto sulle nuove generazioni nella attuale modernità tossica. Riprendiamoci le nostre arti che ci hanno insegnato prima che sia troppo tardi. Buona vita a tutti.

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Tragicomico 30 Agosto 2023 - 17:16

Ciao Fabrizio, grazie della tua testimonianza, appartieni a una delle ultime generazioni che potranno raccontare il mondo così com’era prima dell’avvento dell’era digitale, del progresso spietato e della modernità sempre più disumanizzante. Oggi ci serviamo della tecnologia, ma non dobbiamo dimenticarci da dove stiamo venendo, quando scrivo “guardare al futuro con occhi rivolti al passato” intendo proprio questo, portare i saperi e i sapori di una volta con noi, farseli tramandare, raccomandare, spiegare. Mi piacerebbe vedere le nuove generazioni svegliarsi qualche volta con i loro nonni, per vedere come si cucinano le pietanze a cottura lenta, come si fa una vendemmia, come si rammenda un calzino, oppure farsi raccontare la vita di una volta, le sofferenze, le gioie delle piccole cose, la poesia del cielo stellato e i miti di un tempo lontano. Affinché anche le nuove generazioni possano diventare ponte, terra di passaggio dei saperi e sapori di una volta. Buona vita.

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