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L’Aspettativa Di Vita Media Aumenta. Ma Una Vita Longeva È Anche Una Vita Felice?

Tragicomico
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80 anni e un mese!
Questa l’aspettativa di vita media di un essere umano ai giorni nostri secondo la fonte Istat. Per alcuni un miraggio, per altri un battito di ciglia. Per qualcuno un’età decisamente invidiabile, per qualcun altro un fardello intollerabile. Ma tutti abbiamo delle aspettative più o meno manifeste nei confronti dei venerabili ottanta – una casa di proprietà ben tenuta, un fisico sicuramente meno attivo ma comunque ancora prestante, una vecchiaia tranquilla in compagnia dei propri cari, i nipotini festanti che vengono a baciarti le guance la Vigilia di Natale… Oppure no. Oppure (una congiunzione che fa tremare le gambe) la solitudine, la malattia, la decadenza di mente, corpo e spirito, lenta e inesorabile.

Qualunque sia la visione dominante (perché c’è sempre una visione a farla da padrone), la realtà dei fatti è oggettiva: le aspettative circa la nostra vita – siano esse tutto zucchero e glitter o fumo e devastazione – inibiscono la realtà dei fatti. Persino ipotizzando la “fine della corsa” riusciamo solo a pensare a quanto dovremmo fare per “goderci appieno ogni momento”, ma è anche vero che questa estenuante ricerca del godimento ad ogni costo sta letteralmente sfuggendoci di mano. Influenzando, e non di poco, la qualità media della vita di ciascun individuo.

Fin dall’infanzia siamo continuamente incoraggiati a praticare perlomeno uno sport, suonare uno strumento, imparare una o più lingue per sfruttare al meglio la nostra esperienza educativa. Al lavoro, ci si aspetta che saremo super produttivi e ci assumeremo sempre più responsabilità. Anche a casa, c’è una lista infinita di cose da fare che devono essere mantenute, riparate o aggiornate. La vita privata, poi, dev’essere attiva, piena, stimolante. E se poi si vuole annoverare uno o più passatempi interessanti, non può mancare la palestra, la meditazione. D’estate il kitesurf, d’inverno lo sci di fondo.

E continuiamo a vivere come se non ci fosse niente di sbagliato in questo sistema di vita così accelerato e zeppo di cose da fare, di doveri improrogabili, di scadenze da rispettare, di conformismi da accettare, di tristezza sulla quale rimuginare. Come se il progresso naturale dell’umanità dovesse essere la perfetta efficienza consumistica, l’evoluzione dell’attuale essere umano una sorta di robot multitasking che ha tutto sotto controllo, compresa la sua aspettativa di vita e le sue emozioni. Ma una vita longeva è anche una vita felice?

Se non c’è niente di sbagliato in questo sistema, allora perché così tante persone sono infelici? Perché sono in tanti ad assumere farmaci per controllare l’ansia, lo stress e la depressione? Perché nell’era in cui tutto si può, dove tutto è dovuto, dove tutto è ridicolmente abbondante, c’è così tanta tristezza, così tanta povertà d’animo? Non è questo un segno più che significativo della nostra “involuzione” come specie? Sì certo, un’aspettativa di vita maggiore, ma a che prezzo?

Non siamo mai stati così benestanti, così protetti, così pieni di opportunità, eppure non siamo mai stati così infelici e così inconsapevoli di esserlo.
Una società di replicanti che camminano con il sorriso congelato e le spalle curve sotto il peso dell’insoddisfazione, la testa così sovraccarica di pensieri da essere diventata impermeabile alla bellezza che la circonda, incapace di distinguere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, tra ciò che vuole e ciò che invece le fa orrore. Schiavi del tempo dal cuore spento abituati ad andare così di fretta da non sapere più scivolare oltre l’apparenza e riconoscere il vuoto che trapela sotto l’acquisto compulsivo e il desiderio effimero.
Abbiamo tutto, tranne quello che conta davvero.
(Dal mio libroLa cattiva abitudine di essere infelici”)

Tutta questa frenesia che ci circonda ha sovraccaricato le nostre menti. E andiamo in giro con questa fastidiosa sensazione che ci sia qualcosa che ci siamo dimenticati di fare, qualcosa che ci siamo scordati di comprare per colmare un vuoto, oppure ci sentiamo in colpa quando ci prendiamo del tempo per non fare nulla, essere pigri o per osservare una chiocciola che si fa strada attraverso il marciapiede.

Non c’è nessun senso di completamento, nessuna misericordia, alcuna concessione per i momenti di ozio. Mai. E ci sta letteralmente divorando dall’interno, rendendo impossibile trovare una ragione per sorridere, essere gioiosi o semplicemente Essere – senza nessuna pretesa, nessuna assurda aspettativa, niente ansia sociale.  Ma la vita non deve essere per forza così. La follia finisce quando le persone abbracciano l’alternativa: rallentare, assaporare la vita per quello che è, per ciò che sa donare, investendo su stessi, per una vita più consapevole, più a misura d’uomo, duri quel che duri.

Il rallentamento è una scelta di vita radicale, specialmente al giorno d’oggi, nell’era in cui ci lasciamo corrodere dalla frustrazione quando un sito web non si carica all’istante, quando pensiamo che fare un pisolino sia un segno di pigrizia, quando passiamo ogni giorno 6 ore e 58 minuti collegati a internet, cioè oltre il 40% del tempo che stiamo svegli (fonte). Rallentare è di vitale importanza quando il nostro cibarci riguarda quasi esclusivamente prodotti istantanei, cibi surgelati, preconfezionati e takeaway vari ed eventuali. Decelerare è questione di intelligenza vitale quando perdiamo il sonno per una scadenza imminente e arriviamo persino a toglierci la vita perché la pressione di esibirci è troppo grande da gestire.

Ma allora perché rompere queste cattive e autolesionistiche abitudini risulta così difficile? Con la pandemia del Covid c’è stato imposto un quantomai necessario rallentamento a livello globale, eppure sembra che ancora la lezione non sia stata del tutto assimilata. Le motivazioni posso essere molteplici: desiderio di compiacere gli altri, opulenza materiale, paura del giudizio negativo di un superiore, ansia da prestazione. E la fantascientifica risposta preconfezionata “così fan tutti”, che ha fatto più stragi di qualunque guerra.
Temiamo che accada qualcosa di irreparabile se le scadenze non vengono rispettate, se proviamo a dire di “no” quando vogliamo dire no e “sì” quando vogliamo dire sì. Il nostro eritaggio di animali sociali ci insegna che se non vieni accettato dal gruppo ne sarai conseguentemente escluso e non avere l’appoggio del branco significava, per i nostri parenti pelosi, essenzialmente una sola cosa: morte.

Ma noi siamo quelli “evoluti” e anziché integrare quella paura, e farci amicizia, l’abbiamo accresciuta ulteriormente. Per calmare quell’atavica paura, lavoriamo di più, e più a lungo, e più duramente, solo per renderci conto che c’è ancora molto da fare, per sentirci inebriati e drogati, perché in fondo questa è la vita, non fermarsi mai fino al fatidico traguardo dell’aspettativa di vita media, quando qualcuno deciderà per noi e staccherà la spina.

In verità, però, non siamo più scimmie da un po’ e abbiamo, ora più che mai, quello che i nostri antenati non avevano: una scelta. Fare un passo indietro ed effettuare un’onesta valutazione di ciò che deve essere fatto non sono solo sogni inarrivabili, ma diritti inconfutabili. Lasciare andare la compulsione a fare le cose una per volta, con le dovute priorità, può essere un atto straordinariamente liberatorio.
Ma se, dopo anni passati e servire, obbedire, arrivare puntuale, compiacere, deglutire rospi di considerevoli dimensioni e dirti che le cose andranno meglio in futuro, non sai cosa vuoi, chi sei e dove vai, allora come fai? Sei costretto a trascorrere il resto della tua esistenza brancolando nel buio?

La risposta, per quanto banale possa risultare, è estremamente semplice: il giusto cammino di riconnessione con il proprio sé sta nel riallinearsi con il proprio sentire interiore. Scegliere semplicemente ciò che è più importante per noi, adesso, e farlo. Ancora più semplice, scegliere di fare le cose che appassionano, che accendono, che fanno brillare gli occhi e scaldare il cuore. Perché, come ci suggerisce Carlos Castaneda attraverso le parole di don Juan, nel suo libro “Gli insegnamenti di don Juan”, c’è soltanto una domanda fondamentale che conta dinanzi ad un percorso di vita:
«Questa strada ha un cuore?
Se lo ha la strada è buona. Se non lo ha non serve a niente. Entrambe le strade non portano da alcuna parte, ma una ha un cuore e l’altra no. Una porta un viaggio lieto; finché la segui sei una sola cosa con essa. L’altra ti farà maledire la tua vita. Una ti rende forte; l’altra ti indebolisce».
Imparare a scegliere, e non lasciarsi scegliere, è questo che fa di una vita, una vita degna di essere vissuta fino in fondo.

Tragicomico

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12 commenti

armando 11 Ottobre 2022 - 12:04

Non ci sono solo due strade. Tutte le strade hanno un “cuore”

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Tragicomico 11 Ottobre 2022 - 17:27

Se tutte le strade avessero un cuore allora la società non sarebbe così profondamente infelice. Anche lo stesso Platone, con il concetto di “daimon”, espresse chiaramente il concetto che più ci allontaneremo dalla strada a noi assegnata in una data circostanza e più saremo destinati a soffrire.

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FAbrizio Mauro 11 Ottobre 2022 - 17:45

Ciao Ivan, (La cattiva abitudine di essere Infelici, ho perso il conto di quante volte l’ho letto ), nella società odierna viviamo di aspettative, troppe, abbiamo la mente troppo piena, tracima di confusione totale che ci porta fuori binario .Siamo noi stessi la causa di noi stessi, mettiamo sempre al primo posto la ragione su tutto, perché non proviamo a ragionare come si fa quando siamo innamorati? Come suggerisce Tiziano Terzani, perché non rifiutare gli automatismi della razionalità che sono alla base del mondo aberrante che oggi ci rattrista e ci fa vivere infelici. Dal mio punto di vista resto del parere che tu sia felice o triste la colpa è di quello che ti trovi quando ti guardi allo specchio, togliersi dalla matrice e diversificare la propria vita anche in età avanzata sia la migliore scelta. L’età è un numero.

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Tragicomico 12 Ottobre 2022 - 13:01

“Siamo noi stessi la causa di noi stessi” bellissima esternazione, la trovo estremamente veritiera, siamo noi la causa del nostro malessere. Il senso dell’articolo è proprio questo, stiamo puntando verso una direzione di “comfort”, verso una vita comoda ma senza cuore, una vita che non ci appassiona, che ci rende tutti più spenti, giorno dopo giorno. A cosa serve la longevità se non c’è felicità? Grazie della stima Fabrizio, un abbraccio.

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Mino 11 Ottobre 2022 - 21:54

La consapevolezza? Facile a dire, difficile ad averla..
Eppoi saremmo veramente felici in un modo di gente felice? La vita non ci chiede di viverla con consapevolezza ma semplicemente di vivere e lasciar vivere.

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Tragicomico 12 Ottobre 2022 - 13:39

Intendo la consapevolezza come un primo step, necessario, di cambiamento. E senza consapevolezza nessun cambiamento potrà mai essere attuato, né individuale e tantomeno collettivo.
Un mondo di gente felice è utopia, un mondo consapevole di essere infelice, è invece un buon punto di partenza a mio avviso. Invece si continua a girare la testa dall’altra parte, ad abbellire e mascherare la propria infelicità.

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paolo 13 Ottobre 2022 - 12:39

Come non essere d’accordo, leggere i tuoi post ma anche gli stessi libri, è come librarsi sulle onde increspate del mare sulle quali infinite luci brillano e ti mostrano che leggere quanto ci accade è tanto semplice quanto immediato, perché è stato sempre sotto i nostri occhi. Concordo anche con i commenti: anche io credo che non possa esserci una società totalmente felice, avere una consapevolezza non è facile ma è possibile se si affrontano i problemi e quindi i motivi dell’infelicità e che siamo noi la causa prima dei nostri mali, la si può definire una presa di responsabilità. In merito alle strade che hanno un cuore, si potrebbe meglio dire che ogni strada conduce ad un insegnamento ma solo una ha il cuore, ovvero quella che ti porta a Casa dopo la scuola. Per far capire questo mio forse criptico pensiero, dico: vivo questa vita come un andare a scuola, dove ci sono materie di studio, esami, feste e passaggi. Tutto ciò che imparo dalla vita, dalla morte, dal mondo, dagli altri, dell’essere qui e ora, di me stesso mi aiuta ad essere migliore e a conoscere la mia interiorità e anima.

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Tragicomico 14 Ottobre 2022 - 19:49

E come non essere in accordo con te, caro Paolo. Riesci sempre a dare quel tocco in più ai miei scritti con un’umiltà che ti contraddistingue, virtù di chi sa quel che scrive, perché l’ha sperimentato in prima persona. Un caro saluto.

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Gianluca Passerini 21 Ottobre 2022 - 15:23

Ricordo che anni fa Paolo Villaggio disse che non dovremmo vergognarci di sentirci infelici , poche persone sono veramente felici . Mi colpì perché a parte te Ivan è stata l’unica volta che ho sentito di questo argomento così importante e mi sentii meglio , meno solo . Oggi sono felice anche perché ho voluto fortemente cambiare ciò che non funzionava seguendo una strada alternativa .

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Tragicomico 23 Ottobre 2022 - 11:47

Hai ragione Gianluca, si parla tanto di felicità e troppo poco dell’infelicità dilagante, motivo per cui ho voluto scrivere e pubblicare “La cattiva abitudine di essere infelici“, un libro che dona riflessioni e consapevolezza verso un argomento che deve essere visto come un punto di partenza, per mettere in atto un processo di cambiamento. Interiore ed esteriore.

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Gianluca Passerini 27 Ottobre 2022 - 15:38

Infatti anche se sono felice presto leggerò il tuo libro con grande interesse .

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Tragicomico 28 Ottobre 2022 - 13:56

Grazie Gianluca, un abbraccio!

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