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La Sofferenza: Opportunità O Zavorra?

Tragicomico
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Sulla sofferenza si potrebbero scrivere infiniti tomi – il suo modo peculiare e sibillino d’insinuarsi nella testa e nell’animo delle persone e di deporvi le sue innumeri uova non conosce confini.  Il dizionario ci spiega che la parola ha origini latine e significa letteralmente “sopportare, portare su di sé”. In sintesi, soffrire è portare il classico “peso sulle spalle”. Una parola con forti connotati teatrali, dunque, una condizione tormentosa che racchiude in sé un bivio senza appello: calarsi dentro e rimanerci per sempre, o sfruttare il dolore come trampolino di lancio per nuove sfide esistenziali?

Ma la sofferenza pare non poter essere per tutti. La maggior parte delle persone non crede che il termine si applichi a loro, alla loro situazione. “Non sto soffrendo”, dicono i più, confrontando le loro esistenze piene di luccichio e apparenze appiccicate addosso a quelle di chi fa fatica a portare un tozzo di pane a tavola. “C’è sempre chi sta peggio di me” è l’affermazione che dà rifugio del sofferente di turno, di chi la sofferenza ce l’ha dentro ma non vuole vederla fuori. Del resto se siamo bravi e attenti, rimaniamo positivi, rispettiamo le regole e ignoriamo il notiziario delle 20, allora non succederà a noi. La sofferenza è altrove. Occhio non vede cuore non duole.
Ma la sofferenza è ovunque e questa è una delle verità più difficili dell’esistenza.

Soffrire è innamorarsi perdutamente senza essere ricambiati. È non riuscire a stabilire un legame con i propri figli. È restare svegli la notte, divorati dai dubbi sul proprio futuro. Sofferenza è il non potersi permettere un sogno perché vorrebbe dire scegliere tra sognare e fare la spesa. È pensare che la vita si muova troppo velocemente o non riuscire a perdonare i propri genitori nemmeno in punto di morte. Non ottenere ciò che si vuole o, ancor peggio, ottenerlo ma vivere nella costante paura di perderlo: tutto questo è sofferenza. La malattia è sofferenza, il rancore è sofferenza. La privazione, l’incomprensione, la vecchiaia, la morte sono sofferenza.

Secondo la dottrina buddhista, l’antica parola in lingua pāli per intendere la sofferenza è “dukkha” che spesso viene tradotta come “angoscia” o più modernamente come “insoddisfazione” o “stress”.  Il concetto di dukkha nasce dall’ignoranza (nel senso di ignorare, non conoscere, non sapere), dal non comprendere che tutto è impermanente (“anicca”), inaffidabile e inafferrabile e dal volere che sia altrimenti. Desideriamo rivendicare i nostri beni, le nostre relazioni e persino la nostra identità come immutabili, scolpiti nella pietra eterna del tempo, ma semplicemente non posiamo farlo.
Il fatto è che tutto si trasforma ed è inesorabilmente destinato a scivolarci tra le dita.

Ciò che spinge l’asticella al parossismo è che spesso ci si rifiuta di accettare ciò che accade come realtà attuale. “Non è giusto, non doveva capitare!”, il che non fa altro che aumentare la frustrazione, l’insoddisfazione. Il punto critico, nevralgico, è che l’accettazione non richiede un accordo. Accettare non è piegare la testa in segno di resa, non è sterile attesa di vedersi passare il proprio destino tra le mani ma è, al contrario, pilastro fondamentale per riuscire a comprendere che prima si accetta che le cose stanno come stanno, prima ci si libera da futili piagnistei e si butta via tutta la zavorra e prima si può tornare in mare aperto, consapevoli della propria direzione.

Dukkha deriva quindi dalla confusione mentale ed emotiva, dall’ostinazione di non voler accettare le condizioni di vita per ciò che sono. Si vuole sempre qualcos’altro. Quello che abbiamo sembra non essere mai abbastanza. Questo crea un’insoddisfazione, un terrore, una frustrazione che rimbomba sotto la nostra consapevolezza e ci spinge a comportarci in modi che esacerbano piuttosto che alleviare il nostro dolore.
Ma qual è un modo alternativo per gestire l’inevitabile dukkha della vita?

Il primo passo è rendersi conto che il dolore e la sofferenza sono senza dubbio due esperienze intimamente correlate, ma diverse. Come sostiene una massima buddhista: “il dolore è inevitabile; la sofferenza è facoltativa”. Guardiamo in faccia la realtà: se sei vivo, proverai dolore. Ognuno ha una soglia diversa di ciò che intende per doloroso, eppure a tutti prima o poi sarà dato sperimentarlo. E da esso non si può scappare. E poi c’è la sofferenza, per la quale è possibile fare qualcosa. La sofferenza generalmente si manifesta come una reazione a catena. Molte volte non abbiamo alcun controllo sullo stimolo che ci provoca dolore ma possiamo spostare la nostra attenzione sui pensieri e sulle reazioni emotive, che spesso intensificano la nostra sofferenza.

Non è una scelta il dolore fisico, non è una scelta la morte di una persona cara, non sono una scelta nemmeno le tragedie che capitano nel mondo. Ma è una scelta il modo in cui reagiamo di fronte a questi eventi. Non è la situazione, l’esperienza in sé, a creare sofferenza: siamo noi a farlo. La realtà è sempre neutra, la realtà è solo quel che è, tutto il resto è frutto della nostra interpretazione, della nostra decisione di vivere gli eventi come un’opportunità oppure come una condanna.
(Dal mio libroLa cattiva abitudine di essere infelici”)

Il soffrire riguarda la nostra personale percezione e interpretazione, fa parte della nostra sfera mentale ed emotiva, il modo in cui vediamo e intendiamo il mondo. Se tentiamo di respingere il nostro dolore, sia fisico che emotivo, ci troveremo quasi sempre a soffrirne ancora di più. Quando invece ci apriamo alla sofferenza, indagandola piuttosto che cercare di negarla, scopriamo come potremmo farne un saggio uso nella nostra vita. Ho sempre trovato molto accurata la seguente formula: dolore + resistenza = sofferenza.

La volontà di stare con la nostra sofferenza dà origine a una intraprendenza interiore che possiamo poi adattare in tutte le aree della nostra vita. Impariamo che qualunque cosa a cui diamo spazio può muoversi, prosperare, crescere. I tanto temuti sentimenti di disagio o ansia, frustrazione o rabbia sono liberi di aprirsi, srotolarsi e rivelare le loro vere cause. Spesso nel permettere al nostro dolore di sorgere, scopriamo un punto di quiete, persino tranquillità, nel mezzo della sofferenza. Impariamo che ogni sentimento cosiddetto “cattivo” non è altro che una tristezza non verbalizzata, una carezza negata, una ferita ancora aperta.

Rivolgersi alla nostra sofferenza è una parte fondamentale per accogliere tutto e non allontanare nulla. Questo significa che nessuna parte di noi stessi o della nostra esperienza può essere esclusa: non la gioia e la meraviglia, né il dolore e l’angoscia. Ognuno di essi è un tassello fondamentale nel grande mosaico che è la nostra vita.
Quando riusciamo ad abbracciare quella verità, ci apriamo pienamente al magico gioco che è l’Esistere. Proviamoci.

Tragicomico

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8 commenti

Mariana 19 Settembre 2022 - 7:40

Grazie

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Tragicomico 19 Settembre 2022 - 22:51

Grazie a te per essere passata da qui.

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Monia 19 Settembre 2022 - 20:57

Articolo come sempre dolorosamente VERO…
Grazie Ivan

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Tragicomico 19 Settembre 2022 - 22:51

La verità fa male. Evidentemente non è soltanto un modo di dire. Un abbraccio Monia

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FAbrizio Mauro 19 Settembre 2022 - 22:24

Soffrire senza lamentarsi è l’unica lezione che dobbiamo imparare in questa vita diceva Van Gogh, la sofferenza è qualcosa che può capitare a tutti, ma non si può portarla per l’eternità nella nostra vita e nell’anima. Lasciarla andare per gradi in dissolvenza è la cosa migliore, è difficile affrontarla, ma peggio ancora conviverci per autodistruggersi non ha senso. Il dolore quasi sempre ti regala coraggio, dunque avere il coraggio di affrontare la sofferenza e allo stesso tempo lasciarla andare piano piano come l’acqua quando segue il suo corso.
Ciao Ivan, e buona vita a tutti.

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Tragicomico 19 Settembre 2022 - 22:56

Possiamo essere tutti degli alchimisti e fare come l’ostrica alchimista, che trasforma il doloroso (per lei) granello di sabbia in una meravigliosa perla preziosa. La natura insegna, basta saper osservare e imparare, per non essere più soltanto vittime.
Grazie Fabrizio.

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paolo 20 Settembre 2022 - 9:07

Ciao Ivan, la vita è piena di sofferenza, quanto l’immagine stessa del potere. In questi giorni ho fatto alcuni podcast proprio su questo ultimo tema e come esso si insinui nella nostra vita sotto infinite sfumature e sia causa appunto di dolore e sofferenza. Agire senza potere, da me definito in potenza, è un atto che travalica l’ego e l’immaginario di una limitata mente. Purtroppo, anche il potere, così come è per il dolore, va scoperto, affrontato, accolto, abbracciato e quindi trasformato. Per quanto può essere sogno o fantasia o follia, mi è capitato a volte di immaginare di abbracciare il male assoluto e di riportarlo a Casa, sia fosse un angelo, un fratello, una sorella che anela come tutti noi di ritornare in un mondo di Pace e Amore. Non sempre è facile scoprire l’uso del potere, anzi, il più delle volte è molto difficile, perché è dentro nelle fibre del nostro essere, si potrebbe dire dentro l’anima. Ma poi, se almeno una volta ci riesci – e posso dire che con il passare del tempo ci si riesce sempre di più – allora vedi il meraviglioso orizzonte sconfinato della Terra e un lontano sorriso riempie il tuo essere. Scopri che essere è più di diventare, di credere, di pensare, di accumulare. Scopri che quando sei te stesso e senza pesi, sei davvero libero di amare ed essere amato dall’universo, nonostante i limiti, i problemi, i dubbi, i dolori, la morte. Perché, come è stato detto sopra, tutto si trasforma in ogni attimo, in ogni sentire, in ogni frazione e molecola del nostro essere qui e ora. Grazie per la tua riflessione. Sto finendo il tuo secondo libro.

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Tragicomico 22 Settembre 2022 - 17:30

Ciao Paolo, grazie a te per queste parole piene di spiritualità. Quella vera, quella che travalica i dogmi e raggiunge direttamente il nocciolo dell’esistenza; lì dove ogni cosa diventa possibile. Anche accogliere un dolore, abbracciare una sofferenza e diventare ancora più forti, più decisi, sicuri che la vita non è una condanna ma un’opportunità da non lasciarsi sfuggire.
Aspetterò volentieri un tuo parere a lettura terminata. Un abbraccio e a presto.

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