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Il Valore Del Silenzio

Tragicomico
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Ogni volta che ascoltiamo un brano musicale, riusciamo ad afferrarne il senso solo quando la dissolvenza finale lascia che le note si sedimentino nella nostra mente e che il nostro “io” le possa metabolizzare e far riecheggiare dentro di sé.
Ogni volta in cui ascoltiamo qualcuno parlare, ci rendiamo conto di aver compreso il flusso delle parole udite solo quando l’interlocutore rallenta, prende fiato, incamera aria nei polmoni e riprende dolcemente il filo del discorso.
Ogni volta in cui leggiamo un libro è lo spazio tra i paragrafi a permetterci di dare corpo a quelle immagini che la nostra fantasia crea, mentre le parole scorrono avide sul foglio e vorremmo quasi divorarle.

Sono proprio i silenzi, gli spazi bianchi e le pause a riempire di senso note, segni e parole. Perché, senza le pause, ogni comunicazione smetterebbe di avere senso. Tutto ciò che vogliamo esprimere si ridurrebbe ad un agglomerato di suoni dotati di identico valore, proprio perché indistinguibili gli uni dagli altri.
Il poeta e scrittore austriaco Hugo von Hofmannsthal impiegava spesso il termine “Gleichgültigkeit” (letteralmente “indifferenza”, cioè privo di differenza) per definire tutto ciò che perde il suo valore intrinseco e si riduce a un oggetto indistinguibile dal suo simile. Privo, quindi, di ogni peculiarità e relegato a involucro e feticcio di una identità perduta.

Indifferente” è una musica senza pause, un testo senza spazi, un discorso senza soste, un tragitto senza riposo e indifferente diventa la nostra stessa vita, quando perdiamo di vista il valore del silenzio e la nostra capacità di astrarci da un mondo sempre più rumoroso. Quando ci riferiamo al Silenzio, in accezione profonda e metafisica, non intendiamo la semplice assenza di suono (quantomeno non solo), ma qualcosa di più profondo, strettamente intimo e ancestrale, direttamente connesso con la nostra ricerca di solitudine.

Se proviamo a riflettere, ci accorgiamo immediatamente di come il silenzio sia proprio il prodotto di una sostanziale solitudine. Il silenzio è la condizione propria di chi si trova solo con se stesso, posto di fronte ai suoi pensieri e alle sue emozioni, senza che un elemento esterno possa deviare o convogliare quel naturale flusso di sensazioni che scaturisce dall’interno, mentre il rumore di fondo della nostra vita si fa sempre più distante. Se una condizione di silenzio protratta per periodi troppo lunghi risulta dannosa per la nostra psiche e ci porta ad avvitare la nostra mente sulle stesse situazioni e sugli stessi concetti, fino alla paranoia, altrettanto dannosa è la sua assenza.

In un mondo di stimoli perpetui, di discussioni virtuali che si protraggono per intere giornate, di notizie che si “aggiornano” continuamente, di approfondimenti che scavano fino alle viscere di un qualunque fenomeno, pare che abbiamo perso la capacità di stare soli con noi stessi. Facciamo fatica a sederci un minuto su di una sedia senza controllare le notifiche che provengono dal nostro smartphone, come se la nostra mente temesse se stessa e il suo potere più di ogni altra cosa, tanto da spingerci continuamente in cerca di nuovo rumore e di nuove distrazioni.

Il telefono che squilla, qualcuno che bussa alla porta, le notifiche di Facebook, dei gruppi Whatsapp, dell’andamento dei bitcoin.
I clacson incessanti, il rombo dei motori, i decespugliatori, i martelli pneumatici, il camion della nettezza urbana, la sirena dell’ambulanza, gli allarmi delle case, il vicino che bestemmia, il cane che ulula, le liti tra i condomini. Un oceano di persone incuranti dei confini altrui che blaterano ad alta voce, ciarlano e urlano senza sapere cosa dire né tantomeno come.
Rumori in strada, in ufficio, sul treno, al ristorante e dentro casa. Rumori in spiaggia, sulla cima della montagna, tra i vicoli di un sito archeologico e i palchi di un teatro romano. Rumori attorno come un blob, rumori ovunque e da chiunque, senza un attimo di tregua.
Questo fuori. Dentro, se possibile, ancora peggio.
Dentro, il chiacchiericcio confuso e senza sosta di una mente impermeabile alla quiete che nel silenzio non si ritrova, anzi, annaspa e poi si affoga.
In mezzo noi, sull’orlo del collasso.”
(Dal mio libroSchiavi del Tempo”)

L’uomo postmoderno può accettare ormai tutto, tranne che di rimanere da solo con i propri pensieri, anche solo per un breve periodo, perché la solitudine impone un vero confronto fra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere. Quando siamo soli, in silenzio, non possiamo indossare maschere, perderci nella folla di rumori e opinioni, smarrirci tra le chiacchiere degli altri, lasciarci distrarre dal frastuono delle automobili, ma dobbiamo necessariamente ascoltare la voce che proviene dentro di noi. La voce più significativa e, proprio per questo, la più temuta.

Chi ha paura del silenzio ha paura di se stesso, paura di concedersi uno stacco da tutti quei suoni e rumori (reali e metaforici) che sono ormai diventati la colonna sonora della nostra esistenza e del nostro trascorrere giornate identiche, alla ricerca di uno stimolo perenne e di una distrazione che ci faccia smettere di pensare in modo profondo e autentico. Accade così che ci scopriamo sempre più spaventati, confusi e stressati, fino a desiderare di poter raggiungere un eremo deserto per poterci liberare da quel frastuono che porta la nostra mente a urlare e a invocare un momento di quiete assoluta.

Senza dover necessariamente arrivare a un punto di rottura tale da portarci a preferire una vita monastica a ulteriore rumore, è fondamentale che comprendiamo quanto la nostra capacità di resistere al rumore perenne sia limitata e quanto, in assenza di una significativa pausa, finiremo tutti col divenire degli automi in balia di stimoli esterni.
Per recuperare armonia ed equilibrio è fondamentale la capacità di riuscire a staccare la mente dal frastuono e dalla confusione perpetua. Sono sufficienti pochi minuti al giorno, trascorsi in silenzio, per comprendere ciò che è davvero importante e ciò che invece è solo distrazione fine a se stessa.

Quando si evita a ogni costo di ritrovarsi soli, si rinuncia all’opportunità di provare la solitudine: quel sublime stato in cui è possibile raccogliere le proprie idee, meditare, riflettere, creare e, in ultima analisi, dare senso e sostanza alla comunicazione. Certo, chi non ne ha mai gustato il sapore non saprà mai ciò che ha perso, ha lasciato indietro, a cosa ha rinunciato.
(Zygmunt Bauman, “Cose che abbiamo in comune”)

Che sia il silenzio di un bosco, quello di un centro yoga o quello della nostra camera da letto, lasciamo che l’assenza di rumore ci avvolga ogni volta che ne sentiamo il bisogno e ogni volta che ci sentiamo bombardati da notizie, chiacchiere e frastuoni vari. Lasciamo che i pensieri sgorgano senza un condizionamento esterno. E anche se potrebbero spaventarci, preoccuparci o semplicemente farci riflettere, quelli che emergono dal silenzio sono i nostri pensieri più autentici e chiedono solo di essere compresi ed elaborati, senza il filtro artefatto del mondo esterno.

Ciò che noi chiamiamo “divertimento”  infatti, non è altro – da un punto di vista strettamente etimologico – che una deviazione (dal latino devertere, cioè “deviare”, “allontanarsi”). Un qualcosa che ci distoglie da ciò che è davvero importante. Tanto risulta vitale il divertimento per la salvaguardia della nostra armonia, quanto lo è quel silenzio che arresta ogni deviazione dal nostro percorso interiore e che ci fa comprendere quanto sia il nostro “io” a tracciare il percorso dell’esistenza.
Come accade per la musica, per la scrittura e per i discorsi, i suoni e i segni acquistano significato solo quando riusciamo ad intervallarli con pause, silenzi e spazi vuoti, la cui intima assenza di rumore è l’ultimo baluardo di fronte al rischio di una totale e sterile indifferenza.

Tragicomico

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7 commenti

Fabrizio Mauro 22 Aprile 2022 - 21:49

Ciao Ivan, l’uomo, come hai accennato tu più volte nel tuo blog e nei tuoi libri, ha paura di se stesso, ha paura della persona che
c’è dentro di lui, non sa rimanere da solo, in questa società aberrante e incantatrice è praticamente ipnotizzato, per questo ha paura del silenzio, e di rimanere da solo. Diventare libero, sfuggire alla schiavitù, questa è la sola via d’uscita per l’uomo, poiché nient’altro è possibile finché resta uno schiavo, interiormente ed esteriormente . Deve ritagliarsi dei momenti di solitudine solo così conoscerà se stesso. Ma non può cessare d’essere schiavo esteriormente finché resta schiavo interiormente. Buona vita a tutti.

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Tragicomico 23 Aprile 2022 - 17:44

Ciao Fabrizio, hai centrato l’aspetto chiave, ovvero “la libertà” che comporta l’essere soli. Sarte diceva, appunto, che la libertà è una condanna, ossia siamo condannati a essere liberi ma cerchiamo in ogni modo di divincolarci da questa condizione “sfavorevole”, perché la libertà fa paura, comporta responsabilità e si preferisce che la responsabilità cali dall’alto, sotto forma di ordini. Ecco dunque che l’individuo sceglie la massa, nella massa si sente a suo agio, protetto come lo sono le pecore di un gregge; meglio stare sotto un padrone che non essere padroni di se stessi. È questa la follia del genere umano “evoluto” e presto ne parlerò nel mio nuovo libro che, guarda caso, tratterà proprio l’argomento della libertà.
Grazie del tuo commento, a presto Fabrizio.

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paolo 24 Giugno 2022 - 9:11

Hai centrato il problema Fabrizio, la mancanza di libertà è dentro la persona ed è auto-determinata dal suo stesso modo di vivere. Fuori si manifesta ciò che c’è dentro e per questo motivo che qualsiasi scelta o cambiamento esteriore continua solo a ripetere i medesimi errori del passato che non è passato ma è, proprio per la forza delle stesse scelte, presente. Anche se fuori cambiano le esperienze, viviamo continuamente le stesse problematiche e ci auto-definiamo liberi perché decidiamo dove andare, cosa mangiare, cosa fare, come vestirci, tuttavia alla fine siamo totalmente legati da strutture mentali, da abitudini, da vizi, da etichette, da pregiudizi, da modi di pensare che hanno formato nella nostra mente percorsi neuronali che non sanno, ovviamente, essere diversi. Non è colpa né del cervello né dell’ego ma solo nostra, di ciò che siamo realmente e sottoutilizziamo. Per questo motivo cercare nuovi percorsi neuronali, che siano creativi, è una fatica immane ed è una fatica fisica. Ciò non dipende dal fatto di fare qualcosa di fisico ma dal modo di fare le cose e questo ultimo processo è collegato alle intenzioni e legato al modo di usare la mente. Se ci apriamo al dialogo, alla condivisione, alla comprensione delle verità o falsità degli altri attraverso il rispetto e la compassione possiamo fare un salto qualitativo interno enorme. Per farlo è necessario riconoscere i propri limiti, errori e abitudini e paradossalmente ci viene in aiuto proprio chi abbiamo davanti, se sappiamo far tacere per un attimo il nostro ego. Perché quell’ego funziona meccanicamente, come un muscolo, su basi che abbiamo costruito anno dopo anno. Destrutturarlo, non bloccarlo o distruggerlo, e scoprire le nostre vere potenzialità è il nostro vero compito personale. Se cambieremo dentro costruendo naturalmente nuovi percorsi, anche nella mente, e scopriremo che questo meraviglioso mondo cambia.

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Luigi Saladino 23 Aprile 2022 - 12:50

Il silenzio ? Lo popoli con la ricchezza delle tue memorie e con i progetti per il futuro se hai dentro di te la ricchezza del tuo impegno di uomo del tuo tempo.

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Tragicomico 23 Aprile 2022 - 17:46

Il silenzio, a mio avviso, è come un trampolino di lancio, ti permette di raggiungere posti a te “sconosciuti”, non c’è bisogno di popolarlo, sarà lui a scoperchiare ciò che nemmeno immaginavamo esistesse.

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Annalisa 18 Luglio 2022 - 18:20

Buonasera Ivan.. Ti seguo spesso e trovo i tuoi articoli molto interessanti ed illuminanti. É già da tempo che ho intrapreso un percorso di ricerca interiore, necessità dettata dal dover affrontare varie problematiche, sia di salute che personali. Ho trovato nel silenzio una risorsa preziosissima che mi aiuta molto nei momenti di sconforto.. Sono sempre stata una solitaria, poco incline al divertimento fine a se stesso e mi sono per questo sentita diversa e sbagliata. Ora, però, ricerco la solitudine sempre più spesso, ne ho bisogno per sopravvivere, perché la superficialità e l’inconsapevolezza imperanti, mi destabilizzano..Sono circondata da persone che vivono all’insegna del materialismo più gretto ed io non riesco più a relazionarmici… Non è intolleranza o senso di superiorità. È che venire a contatto con chi è immerso fino al collo nelle sabbie mobili del conformismo e dell’omologazione di massa, mi toglie energia vitale.. Mi sento un ‘aliena e la cosa mi crea disagio.. Ti ringrazio per i tuoi articoli, perché quando li leggo, mi sento meno sola.

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Tragicomico 20 Luglio 2022 - 19:34

Ciao Annalisa, capisco perfettamente la tua situazione che è anche la mia, non ci sente migliori degli altri, ma diversi sì e anche tanto. Una diversità che “costa” caro, il prezzo da pagare è alto, sai di non potere fare affidamento su molte delle persone che ti circondano, anche se ne vorresti fare a meno. Ma allo stesso tempo, scopri che come te ci sono altre mosche bianche, esseri che risaltano per la loro diversità – di pensiero e di azione – e creare una comunità di simili non è poi così difficile, soprattutto nell’era digitale. Un abbraccio

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