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La Ricchezza Di Avere Uno Spazio Vuoto Interiore

Tragicomico
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Avete mai pensato al vostro spazio vuoto interiore come a un’enorme fonte di ricchezza? Perché è proprio quello che rappresenta, al di là del fatto che la parola vuoto oggi sia così impopolare, da suscitare paura, senso di solitudine e disagio in molte persone. Ma è bene precisare che uno spazio vuoto interiore non equivale a essere vuoti dentro, ma trattasi di un nucleo “spoglio” di tutto ciò che siamo – o che pensiamo di essere. Identificabile nel nostro lato vergine, il nostro Eden ancora immacolato, quello spazio vuoto dentro ciascuno di noi che ci regala la possibilità di non essere il nostro corpo, i nostri problemi, i nostri pensieri.

Ecco la ricchezza di questo spazio, un non-luogo dove possiamo decidere di essere o non essere, dove siamo ciò che non vediamo di noi stessi, uno spazio senza eco e senza ego che regala la possibilità di un reset momentaneo, per prendere le distanze, per assaporare nuovamente il concetto di libertà e tramutarlo nelle varie possibilità di scelta. Perché è solo in un ambiente privo di condizionamenti che la scelta può essere “nostra”, effettivamente voluta.

Troppo spesso ci identifichiamo con quello che non siamo, ci vestiamo con abiti altrui, ci appicchiamo addosso etichette che non ci appartengono e finiamo pure per crederle vere. Ed è proprio per questa ragione che qualche anno fa presi la decisione di scrivere un articolo dal titolo emblematico: Per conoscere chi sei devi capire cosa non sei.
Avere uno spazio vuoto interiore ti permette di osservarti con distacco, per iniziare a percepire cosa non sei: conoscenze, idee, sentimenti, emozioni, sono tutti fattori che determinano la tua personalità ma dai quali puoi prendere le distanze quando vuoi, e decidere di cambiarli, cambiandoti.

“Una meta si proponeva Siddharta: diventare vuoto, vuoto di sete, vuoto di desideri, vuoto di sogni,
vuoto di gioia e di dolore. Morire a se stesso, non essere più lui, trovare la pace del cuore svuotato,
nella spersonalizzazione del pensiero rimanere aperto al miracolo, questa era la sua meta.
Quando ogni residuo dell’lo fosse superato ed estinto, quando ogni brama e ogni impulso tacesse
nel cuore, allora doveva destarsi l’ultimo fondo delle cose, lo strato più profondo dell’essere,
quello che non è più Io: il grande mistero.”
(Hermann Hesse, Siddharta)

Chi pratica una vita ascetica così come chi medita, altro non cerca che un’immersione in questo spazio vuoto interiore, per trovare l’origine e, allo stesso tempo, il mistero della vita. È attraverso questa voragine che l’essere umano scandaglia se stesso e parte – metaforicamente parlando – alla ricerca del senso della vita. Perché della nostra vita “conosciamo” quasi tutto, ma stentiamo a vederne un significato, una direzione, un senso appunto. E se il senso fosse proprio quello di diventare i custodi di questo spazio vuoto interiore?

Non è un caso se nel titolo asserisco che la ricchezza sta “nell’avere” uno spazio vuoto interiore, perché non tutti ce l’hanno, semplicemente perché non l’hanno mai custodito, preservato e tantomeno coltivato. Il confine di questo spazio delinea, a mio avviso, la differenza fra vivere ed esistere, dove esistere è quel qualcosa in più del semplice vivere per inerzia. Esisto in quanto sono.

Nel latino classico, il verbo existere significa “uscire da”, “provenire da”, in questo caso usciamo dalla condizione di vita ordinaria, dove per esistere devi capire cosa non sei e puoi farlo solamente tuffandoti in questo tuo spazio vuoto interiore, dove a determinare la tua esistenza non sono i bisogni primordiali del vivere (nutrimento, riproduzione, riconoscimento sociale) bensì bisogni spirituali, la ricerca di senso e di scopo dell’esistenza; cibo sottile per anime nobili.

Motivo per cui il nostro spazio vuoto interiore, che a questo punto potremmo definire come uno spazio sacro, una volta raggiunto, va tutelato e salvaguardato. E perché no, anche coltivato. Non è forse questa la vera cultura? Cultura, una parola che arriva dal latino còlere e significa proprio coltivare, ma anche abitare e onorare. Chi abita questo spazio quindi, coltiva se stesso, onora la propria esistenza, e diventa suo dovere cercare di mantenerlo quanto più vuoto possibile, imparando a non contaminarlo, evitando di riempirlo con il solito chiacchiericcio mentale, con emozioni pregne di negatività, con rumori provenienti dal mondo esterno.

“Gli uomini hanno paura di abbandonare le loro menti,
perché temono di precipitare nel vuoto senza potersi arrestare. 
Non sanno che il vuoto non è veramente vuoto,
perché è il regno della Via autentica.

(
Huángbò Xīyùn)

Per gestire il nostro spazio vuoto interiore dobbiamo diventare governanti della nostra mente, delle nostre emozioni e del nostro corpo. Dobbiamo acquisire quelle virtù dettate dalla capacità di coltivare tutto ciò che esiste: cura, attesa, pazienza, presenza, costanza, inventiva, laboriosità, genio, forza spirituale. Chi coltiva il proprio spazio sacro non rincorre una logica monetaria, né tantomeno è assuefatto dalla ricerca del profitto, ma si lascia avvolgere dal vuoto per sentirsi pieno, tanto da concepire il vuoto stesso come un luogo di infinite possibilità. Ed è proprio in virtù di questa differenza che chi coltiva il proprio spazio può permettersi di essere sovversivo, resistente, non addomesticato, perché è libero da qualsiasi condizionamento, libero da qualsiasi vincolo. E questa libertà è la ricchezza di cui parlavo.

Tragicomico

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2 comments

Fausto 11 Ottobre 2021 - 10:37

Una grandiosa prospettiva espressa con chiarezza e passione, le cui implicazioni logiche e irrazionali sull’animo afflitto dell’essere vacuo portano al raggiungimento di una condizione interiore di consapevolezza disarmante: aver perso tutto e quindi poter goder di ogni cosa. Smembrando con forza il corpo che ormai unisce l’idea di attaccamento con quella di speranza, il giovane perso nella nebbia degli spiriti giudicanti trovò finalmente la via e solitario camminò per le tempestose vie del suo destino.

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Tragicomico 11 Ottobre 2021 - 22:25

Grazie Fausto per questa tua disanima sincera e profonda, sono davvero onorato, sei sceso al nucleo della questione e l’hai reso sfavillante con le tue parole. Un abbraccio

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