
“Finché C’è Guerra C’è Speranza” è il titolo di uno storico film del 1974 che vede come protagonista (e regista) Alberto Sordi nei panni di Pietro Chiocca, uno spregiudicato venditore di armi nei paesi del terzo mondo. Vende armi, bombe, carri armati e aerei a dittatori africani. Dirotta voti parlamentari a suon di corruzione, permettendo così alla sua famiglia già benestante e residente nel centro di Milano di trasferirsi in una lussuosa villa immersa nel verde. Tutto procede per il verso giusto, finché un giorno, un giornalista del Corriere della Sera, sbatte il venditore di armi in prima pagina con titoli altisonanti: “Ho incontrato un mercante di morte”, “Il Cobra tra le sue vittime”.
Davanti allo sdegno e al disprezzo dei suoi familiari, il protagonista Pietro Chiocca si offre di tornare al suo vecchio e onesto mestiere di commerciante di pompe idrauliche. Ma i familiari, posti di fronte all’alternativa di rinunciare alle comodità e ai lussi cui sono ormai abituati, preferiscono ignorare l’origine dei guadagni del loro capofamiglia, così da poter continuare a vivere nel benessere.
Il titolo sarcastico “Finché c’è guerra c’è speranza”, discutibile da un profilo morale, è oggi più che mai profondamente vero, attuale, in un mondo dove giornalmente si registrano “bollettini di guerra”, e ci ricorda la vera ragione del perché si fanno le guerre. Già, perché si fanno le guerre? A cosa servono le guerre? La risposta potrebbe avere mille sfaccettature diverse e io che non sono un filosofo, ma per natura sono tragicomico, posso fornirvi una risposta “diversa” da quella che vi forniscono gli storici, i pensatori da talk show e i mezzi di comunicazione. Una risposta che coincide proprio con quella data dall’ormai compianto attore romano.
Abbiamo fondato il nostro modello esistenziale sul “Mors tua vita mea“, convinti che fosse l’unico possibile. Come le scimmie nella foresta pluviale lottano per i frutti migliori, così in Occidente gli Stati oggi definiti “ricchi” sono gli stessi che hanno saccheggiato il mondo attraverso guerre di ogni tipo.
La nostra posizione sociale, la cultura, la tecnologia, la democrazia e il tenore di vita affondano le loro radici nello sfruttamento, nella colonizzazione, nei massacri e nel sangue versato da buona parte del mondo per mano dei grandi imperi coloniali.
La schiavitù, al pari della guerra, è un nostro prodotto. È una verità che tutti conoscono, così come tutti sanno perché si combattono le guerre dalla notte dei tempi. Eppure, a nessuno interessa ammetterlo, perché “finché c”è guerra c’è speranza”.
C’è la speranza per noi occidentali di poter continuare a godere di standard elevati di vita in termini esistenziali e di comodità. Non siamo disposti a cedere nemmeno un grammo di questo “benessere” agli altri Stati in via di sviluppo. Come società glorifichiamo una cultura della “morte” ad ogni piè sospinto, mediante congreghe di potere che cercano di gestirne il monopolio promettendo premi di varia natura. Viviamo per la morte altrui. Semplicemente perché chi sta dall’altra parte della barricata è sempre un nemico o potenziale tale, che sia nero, verde, giallo, islamico, o semplicemente il vicino tale e quale a noi, poco ci interessa, in quanto la “morte” dell’altro è vita per noi in questo Sistema schizofrenico in totale declino.
Questa è la paradossale situazione in cui ci troviamo. Credo che questa pellicola realizzata quasi mezzo secolo fa esponga in maniera ben visibile questo dramma. Un dramma tra Stati ricchi che detengono il potere e allo stesso tempo continuano a oliare quegli ingranaggi indispensabili per mantenere un gradiente di ricchezza squilibrato. E dall’altra parte del dramma ci sono gli Stati poveri che continuano a subire le angherie economiche da parte degli Stati ricchi.
Così come nella foresta pluviale solo un gruppo di scimmie, quelle più furbe e aggressive, riescono ad arraffare il maggior numero di frutti in una guerra all’ultimo frutto, così anche noi esseri umani che prediligiamo vivere in un Sistema di “non-valori” – tra cui il denaro e il tenore di vita non negoziabile – dobbiamo accettare una società dove sangue, terrore e violenza sono compresi nel pacchetto. Non c’è altra soluzione. Tutto è espressione di una “miseria” che ci appartiene.
Se al giorno d’oggi pensiamo agli armamenti dell’ISIS o a quelli schierati dal fronte russo-americano-europeo, o in qualsiasi parte del mondo visto che è pieno di “guerre invisibili”, è logico pensare al fatto che le guerre negli ultimi secoli siano sempre state motivo di guadagno grazie alla compravendita e alla produzione stessa di armi. Perché qui, miei cari lettori, nessuno è innocente.
È bene ricordare, infatti, che qualsiasi contribuente che alimenta questa società è lo stesso contribuente che finanzia le guerre, anche se non è d’accordo, anche se non è lui a deciderle, ma in ogni caso, sono finanziate con i suoi soldi e quelli che “consuma” per il proprio benessere. È questo il modello sociale che chiamiamo evoluto, è questo il modello sociale ed economico che chiamiamo “Primo mondo”. E finché c’è guerra, c’è speranza che possa esistere.
“Perché, vedete… Le guerre non le fanno solo i fabbricanti d’armi e i commessi viaggiatori che le vendono, anche le persone come voi le famiglie come la vostra, che vogliono, vogliono e non si accontentano mai: le ville, le macchine, le moto, le feste, il cavallo, gli anellini, i braccialetti, le pellicce e tutti i cazzi che ve se fregano, costano molto! E per procurarseli, qualcuno bisogna depredare! Ecco perché si fanno le guerre!”
(Alberto Sordi nel monologo finale del film “Finché c’è guerra c’è speranza“.)





9 commenti
Verissimo, siamo tutti colpevoli. E poi la cosa più triste è che facciamo differenze tra guerra e guerra, in Europa ci sconvolge mentre in Africa /Asia non ci tocca. A volte mi vergogno di appartenere alla specie umana.
Grazie Ivan per le tue riflessioni
Grazie a te Concetta, per essere passata da qui e per aver lasciato una tua piccola ma preziosa riflessione. Un abbraccio
Si è anche vero, ma se qualcuno entra a casa vostra con violenza, senza peemesso, voi che fate?
Gli offrite da bere e da mangiare?
Vi difendete ovviamente!
Ma se continua ad insistere?
Non é sempre facile risolvere i conflitti di qualsiasi natura….
Che non sia semplice, mi pare chiaro, ma non trovo molto pertinente l’esempio. Una guerra viene decisa “a tavolino”, dall’alto, non è quasi mai un fatto accidentale. Ecco perché quando serve, si fa la guerra, perché conviene, perché è utile, perché fa guadagnare, perché arricchisce. Poi poco importa se a combattere, a morire e soffrire sono sempre “gli ultimi”, quelli che non decidono ma subiscono.
La frase “… se qualcuno entra a casa vostra con violenza…” è stata usata da Bruno Vespa nella sua insulsa trasmissione per fare opera di lecchinaggio verso l’allora Presidente del Consiglio Draghi e giustificare l’intervento italiano pro Zelensky. Intanto abbiamo chi entra in casa nostra e porta la violenza (rom, extracomunitari e delinquenza comune), ma l’attenzione dei media e dei giudici si focalizza solo nell’attività di inclusione di chi è ai “margini della società”!
Ma vi sembra normale che con i problemi che abbiamo in casa nostra dobbiamo farci carico di quelli che non ci appartengono?
Bravo Bravo, mi ricordavo la frase e l’ATTORE ma non il resto del film
Prego Stefania 😉
Grazie Ivan bel commento al film, chiaro, abbastanza sintetico, c’è tutto ciò di cui la nostra società e quindi noi siamo responsabili primo fra tutti il commercio di armi e cosa per me più importante, della consapevolezza che una società così ha gli anni contati e un ‘benessere’ che andrà sempre più scemando perché non sostenibile a meno che non si alzi la asticella degli armamenti e delle guerre, come si sta purtroppo facendo.
Comunque io inizio a fare qualcosa, la presa di consapevolezza, la frase finale di Sordi è molto chiara e se anche non vivo nel lusso, posso sempre diminuire il mio tenore di vita, ciao buona continuazione
Grazie a te Maurizio, purtroppo il commercio di armi è soltanto la parte centrale di un percorso che include anche la produzione di armi e, ahimè, il loro consumo.
Ognuno di noi può fare qualcosa e incentivare una certa sobrietà nei consumi è certamente un fine nobile al quale tendere. Nel parlo anche nel mio ultimo libro “LIBERI DENTRO, LIBERI FUORI“.
A presto.