
Ah, la società moderna!
Un vero spasso, non trovate? A mio modesto parere, la definirei un tragicomico guazzabuglio di ambizioni frustrate e sogni infranti, un intrico di paradossi che farebbe impallidire persino il più navigato dei filosofi. Un meraviglioso circo di contraddizioni, un grottesco teatrino dove tutti recitano una parte, spesso senza conoscerne il copione, come marionette manovrate da fili invisibili, magari intessuti con i dati dei nostri profili social, chi lo sa?
Dunque, dicevamo: la società moderna è un luogo strano e confuso. Verissimo! Da un lato, ci ritroviamo catapultati in un’era di prodigi tecnologici e scientifici che manco Jules Verne avrebbe potuto immaginare, capaci di tenerci sempre connessi, informati, e apparentemente vicini.
Ma (perché c’è sempre un “ma”, altrimenti che gusto ci sarebbe?), dall’altro lato, ci ritroviamo impantanati in una palude di problemi sociali e psicologici che sembrano non voler mollare la presa. Anzi, direi che stringono sempre di più, come una morsa arrugginita che ignora ogni tentativo di lubrificazione digitale.
E allora, bando alle ciance e facciamo entrare in scena la grande protagonista del nostro tempo: la nevrosi.
Oh, la nevrosi! Che parola affascinante, sembra quasi il nome di una divinità capricciosa venuta a tormentarci. In realtà, è una sofferenza psichica che si manifesta con un’orchestra di sintomi non proprio allegri: ansia che ti attanaglia lo stomaco come un pugno invisibile, depressione che ti avvolge come una nebbia fitta da cui è difficile emergere, fobie che ti fanno saltare sulla sedia al minimo rumore del telefono che squilla, e chi più ne ha, più ne metta. Una vera e propria sinfonia stonata di malesseri! E, cosa ancora più preoccupante, questa sinfonia sembra essere diventata la colonna sonora della nostra epoca frenetica. Milioni di persone in tutto il mondo ne sono afflitte, e il numero sembra destinato a crescere, come un’epidemia silenziosa che si propaga nei pixel dei nostri schermi.
Ma, mi chiedo (e chiedo anche a voi, mentre scorrete distrattamente questa pagina), cosa alimenta questa epidemia di nevrosi? Qual è la scintilla che innesca questo incendio interiore?
Io, nel mio piccolo, ho elaborato una mia teoria (che, sia chiaro, non ha alcuna pretesa di essere scientifica, ma è frutto delle mie modeste osservazioni e di qualche notte insonne).
Credo che ci siano diversi fattori che concorrono a questo triste fenomeno. Innanzitutto, il ritmo forsennato e insostenibile della vita moderna, del quale parlo ampiamente nel mio libro “Schiavi del Tempo“.
Siamo costantemente bombardati da un’overdose di informazioni, stimoli e richieste. Il nostro cervello è perennemente sotto stress, come un motore che gira a mille senza mai fermarsi. Ogni click, ogni notifica, ogni titolo sensazionalistico è una piccola scarica elettrica che non ci dà tregua, lasciandoci esausti, con la mente affollata ma stranamente vuota. Dobbiamo lavorare sempre di più, correre sempre più veloce (spesso senza sapere dove stiamo andando), essere sempre connessi, sempre reperibili, sempre performanti. Insomma, una vera e propria maratona senza traguardo, dove il testimone è la nostra sanità mentale! E tutto questo, inevitabilmente, ci mette sotto una pressione enorme, una pressione che può sfociare, appunto, nella nevrosi.
Poi, c’è la questione della perdita del senso di comunità e dell’iper-socialità digitale forzata. Un tempo, le persone si conoscevano nel vicinato, si aiutavano, si sostenevano a vicenda con contatti reali. Oggi, invece, viviamo in una società sempre più individualista, dove ognuno pensa per sé (o peggio, alla propria immagine), e un presunto Dio per tutti gli altri. Abbiamo perso quel senso di appartenenza a un gruppo solido, a una comunità più ampia e tangibile, e questo ci rende più soli, più isolati, più alienati. Ci si sente persi in mezzo alla folla connessa, con migliaia di “amici” digitali che non possono sostituire un vero abbraccio o una spalla su cui piangere quando le cose vanno male. E la solitudine, si sa, è un terreno fertile per la nevrosi, specialmente quella camuffata da iper-connessione.
Infine, ma non per importanza, vi è il senso di incertezza e insicurezza riguardo al futuro. Il mondo cambia a una velocità vertiginosa, il tempo scorre e spesso ci sentiamo come delle foglie al vento, privi di una direzione precisa, i balia degli eventi globali o delle mode passeggere. Non sappiamo cosa ci riserverà il domani, né se le nostre competenze saranno ancora valide dopodomani, e questa incertezza genera ansia, paura, angoscia, alimentando continuamente la nostra nevrosi.
«Viviamo costantemente con un nodo alla gola che ci toglie il respiro al pensiero di ciò che non abbiamo fatto, di ciò che non faremo. Contiamo gli anni rimasti, i mesi, persino i minuti, contiamo i treni persi, i bivi sbagliati, le decisioni lasciate in sospeso. Gonfi di sensi di colpa e di rimpianti, fuggiamo il presente per rifugiarci in un passato irreale cosparso di lustrini. E così, quello stesso tempo, da formidabile alleato dei nostri giorni migliori, si svela improvvisamente una patata bollente difficile da gestire, un nemico impossibile da sopraffare. Perché è impensabile vincere chi, per sua stessa natura, è destinato a scivolare via.»
(Dal mio libro “Schiavi del Tempo”)
Proviamo a immaginare la scena: siamo tutti equilibristi su un filo sottilissimo, sospesi tra l’ansia da prestazione e la paura di non essere abbastanza. Il filo non è tra due miserrimi grattacieli, no, macché! È un cavo d’acciaio teso a congiungere due megastrutture titaniche e incombenti: da una parte l’Empire State Building del “Successo“, con le sue guglie dorate che luccicano sotto un sole implacabile e giudicante; dall’altra, non un semplice edificio sbiadito, ma un condominio orizzontale tentacolare, un vero e proprio bunker dell’ordinario, la “Normalità“, dove non vivono placidamente quelli che si accontentano, ma orde di burocrati dell’abitudine, il cui mantra non è un semplice si va avanti!, ma un più desolante si arranca avanti!, con tanto di tesserino del sindacato dell’apatia bene in vista e timbrato ogni mattina.
Così, per non pensare troppo al vuoto sotto di noi, ci destreggiamo tra corsi di mindfulness per imparare a “vivere il momento” (mentre controlliamo ossessivamente le notifiche del telefono ogni trenta secondi), diete detox per purificare il corpo (martoriato non solo da fumo, vapore, alcol e cibo spazzatura, ma anche dallo stress cronico, perché il presenzialismo – reale o digitale – è sacro), e abbonamenti in palestra per scolpire un fisico da copertina (da mostrare, ovviamente, sui social, perché l’apparenza è sostanza, o almeno così ci convinciamo). E non dimentichiamo i guru del benessere improvvisati che promettono la felicità in tre semplici passi (ovviamente a pagamento e disponibili in esclusivi webinar).
Siamo perennemente connessi, ma ci sentiamo soli come cani abbandonati in un canile digitale. Cerchiamo l’approvazione altrui in ogni sguardo (virtuale), in ogni commento, in ogni condivisione, in ogni like, dimenticandoci che la vera approvazione dovrebbe venire da noi stessi (se solo sapessimo più chi siamo al netto dei filtri). La nostra autostima è diventata un grafico volatile, in balia di metriche digitali che non riflettono il nostro valore umano.
Ma come possiamo approvarci, se siamo costantemente bombardati da modelli irraggiungibili, vite perfette solo in apparenza (curate nei minimi dettagli per il feed) e successi strabilianti spesso gonfiati ad arte o frutto di fortunate coincidenze (che però vengono spacciate per meritocrazia pura)?
E così, la nostra vita diventa una tragicommedia quotidiana: ridiamo di noi stessi, delle nostre manie, delle nostre ossessioni (spesso compulsioni), ma sotto sotto ci sentiamo persi, inadeguati, nevrotici, appunto.
Siamo i funamboli del XXI secolo, in bilico perenne tra il miraggio della felicità e la realtà dell’ansia. E non siamo soli, anzi: su questo filo sfilacciato c’è una folla. Una folla immensa e solitaria, ciascuno con il proprio sorriso di circostanza, lo sguardo perso nel vuoto, e l’intima, silenziosa certezza di essere l’unico a crollare mentre gli altri fingono di volare.
Benvenuti nel circo della nevrosi collettiva, lo spettacolo è appena iniziato.





6 commenti
Descrizione carinissima, Ivan, è sempre bello leggerti. Sempre opinione personale: molti fuggono dalla nevrosi vivendo le piccole cose quotidiane: il lavoro, lo sport, il bar, la pizza, le vacanze, ecc. oppure semplicemente delegando ogni aspetto della propria vita. Entrambi, se qualcosa non va, incolpano ovviamente qualcuno che è terzo nel gioco delle parti, fosse anche Dio. Vivono in superficie e credono che tutto giri attorno al loro mondo, ignorano (volutamente o meno) quanto accade fuori dal loro orizzonte. Purtroppo non si rendono conto che sono responsabili al pari di chi si lamenta o agisce, perché il loro silenzio è segno di complicità. Poi ci sono gli altri, quelli che lottano, si lamentano, si arrabbiano, si muovono e scelgono. Come ho sempre pensato: questa vita è una scuola e siamo tutti responsabili. Sono in molti ad aver preferito la tecnologia e le cose facili alle potenzialità che risiedono dentro di noi ma richiedono studio, riflessione, applicazione, rispetto e apertura e detto in un solo concetto: ci costano fatica. La tragicommedia è che tutti impareranno, prima o dopo, con un prezzo diverso.
Ciao Paolo, concordo pienamente con l’idea che la vita sia una maestra impareggiabile e che la responsabilità sia un elemento cardine della nostra esistenza. Si tratta di una visione che ho sposato più volte anche all’interno del blog, poiché è giusto sottolineare l’inevitabilità del confronto con le ramificazioni delle proprie scelte – o non scelte. Il prezzo può variare, ma la lezione, alla fine, sarà infallibilmente impartita. È un monito a non procrastinare la propria presa di coscienza e il proprio impegno, poiché il tempo e le circostanze impongono sempre un inevitabile pedaggio. Non è forse vero che solo attraverso le sfide e le cadute si forgia la vera saggezza, trasformando ogni errore in un gradino verso una maggiore comprensione di sé e del mondo?
Grazie Ivan per questa puntuale analisi, a cui in molti siamo già arrivati da tempo, perchè facenti parte della massa nevrotica.
Quello di cui avremmo però tutti più bisogno è di un suggerimento pratico efficace su come poter bypassare questo degrado sociale, perchè volenti o nolenti facciamo parte della società e a meno che non decidiamo di voler diventare degli eremiti, con questa società psciotica dobbiamo interagire.
Ciao Claudia, grazie mille per aver letto e per il tuo prezioso commento. In base alla tua richiesta, non credo che possa esistere una “ricetta universale” per navigare le complessità delle relazioni umane, proprio perché ognuno di noi è immerso nella propria unica e irripetibile realtà situazionale. Le esperienze individuali modellano prospettive diverse, rendendo impossibile una soluzione valida per tutti.
E, a mio avviso, non si tratta di trasformarci in eremiti isolati dal mondo. Al contrario, il mio intento è sottolineare come possiamo e dobbiamo diventare architetti consapevoli delle nostre relazioni. Questo implica la capacità di scegliere con estrema cura le persone con cui desideriamo interagire a un livello più profondo. È fondamentale ricercare individui che non solo condividano i nostri valori fondamentali, ma che siano anche una fonte autentica di ispirazione, anziché un costante drenaggio di energia vitale. Non si tratta di un atto di esclusione o chiusura verso gli altri, ma piuttosto di una necessaria e salutare forma di protezione della propria energia vitale e del proprio benessere psicofisico.
In questo contesto, diventa essenziale imparare a dire di no con fermezza ma rispetto, a porre limiti chiari e sani, e a defilarsi con eleganza da conversazioni o situazioni tossiche che ci depauperano. Non è un gesto egoistico, ma un profondo atto di autoconservazione e di rispetto per se stessi.
Il “bypass” di cui parli non è affatto un’evasione passiva o una fuga dalla realtà. Al contrario, lo intendo come una costruzione attiva e intenzionale di resilienza interiore. Non si tratta di fuggire a gambe levate da una società che, per certi aspetti, può apparire “psicotica” o disfunzionale, ma di imparare a viverci dentro con consapevolezza, senza esserne travolti dalle sue dinamiche più corrosive.
È un percorso di crescita personale profondo, che porta a un maggiore equilibrio e centratura. Paradossalmente, questa ricerca di benessere individuale può avere un impatto contagioso e profondamente positivo sul mondo che ci circonda, in questa nevrosi quotidiana e collettiva, ispirando anche gli altri a intraprendere un cammino simile. Ma, naturalmente, questa è soltanto la mia visione delle cose.
Ciao a tutti, spero non sia fuori luogo unirmi alla conversazione: ho trovato interessante ciò che è stato detto e mi piacerebbe offrire anche il mio punto di vista…
Leggendo, mi è venuto in mente Pasolini. Nei suoi scritti corsari e nei suoi interventi civili usava uno stile ibrido, viscerale, lirico e allo stesso tempo critico, con toni spesso indignati ma sempre profondamente umani. In particolare quando criticava il consumismo e la modernità come forme di nuova omologazione e alienazione; univa riflessione politica e psicologica, osservando come i cambiamenti sociali si riflettessero sulla psiche e sui corpi; usava immagini forti, a volte grottesche, per scuotere le coscienze; era feroce verso la “falsa libertà” promessa dalla società dei consumi, proprio come tu critichi la “falsa connessione” della digitalizzazione e la “falsa realizzazione” del culto della performance.
Ecco queste affinità mi hanno ricordato i suoi testi. In particolare, mi ha fatto venire in mente “Il vuoto del potere in Italia” o alcuni passaggi di “Scritti corsari”, dove Pasolini parlava dell’Italia come di un paese afflitto da una nuova forma di nevrosi collettiva, sebbene i termini fossero diversi.
Paolo, mi ha colpito molto la tua frase “questa vita è una scuola”, perché racchiude un senso di consapevolezza attiva che spesso manca nel frastuono generale. Studiare sé stessi, confrontarsi, cambiare costa fatica, sì. Ma forse è proprio lì -nella fatica scelta e non subita- che possiamo davvero crescere.
E come in ogni scuola, prima o poi arriva il momento dell’esame, e ognuno lo dovrà affronterà; a modo suo.
Claudia, hai centrato il punto: la diagnosi del disagio ormai ce l’abbiamo chiara in molti, ma quello che manca -e che giustamente chiedi- è un modo per conviverci senza esserne travolti, senza dover diventare eremiti.
Non esistono soluzioni universali, ma qualche piccolo gesto quotidiano può diventare una forma di resistenza concreta: per esempio proteggere la nostra attenzione, selezionando ciò che davvero merita spazio nella nostra mente; coltivare relazioni autentiche, anche brevi ma vere, senza schermi; accettare, perché no, l’imperfezione, concedersi il lusso di non essere sempre efficienti; ritrovare il nostro ritmo, anche solo per pochi minuti al giorno; creare o cercare piccole comunità sane, dove il confronto non è una gara e dove ‘chi ne sa di più non lo fa pesare’.
Sono piccoli passi, certo, ma in un sistema che ci vuole sempre accelerati, performanti e distratti, rallentare consapevolmente è già un atto radicale.
Di nuovo grazie, in particolare a Ivan per le riflessioni che offre: è da questi scambi che si comincia a costruire qualcosa di diverso, anche qui, nel piccolo.
Carletto, leggerti è sempre un immenso piacere e ogni tuo passaggio qui è come una cometa luminosa che squarcia il buio circostante. Ho apprezzato molto le tue proposte, presentate non come soluzioni universali, bensì come piccole, preziose opportunità che possono rivelarsi valide per alcuni e interessanti per altri in contesti diversi. Del resto, è proprio l’insieme a fare la forza: se ognuno mettesse per iscritto la propria forma di “resistenza” o il proprio approccio alla vita, potremmo collettivamente creare un robusto sistema di “anticorpi” sociali e culturali. E ti ringrazio profondamente per aver colto nel mio scritto un’eco, seppur lontana, dell’immenso Pasolini; ovviamente, non sono neanche un’unghia di un tale genio, ma il solo fatto di averlo menzionato ha impreziosito infinitamente il mio umile contributo. Grazie davvero di cuore, e ci leggiamo al prossimo articolo.