Spero Che Ritorni Presto L’Era Del Cinghiale Bianco – Franco Battiato (Significato)

Tragicomico
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cinghiale bianco

Ultimamente mi ritrovo spesso a camminare nelle strade delle città con una strana sensazione di scollamento. Osservo le persone correre, alcune con gli sguardi incollati a schermi luminosi, altre con le orecchie tappate da auricolari che pompano rumore per coprire altro rumore. Vedo una società che si affanna, che litiga per briciole di potere, che si divide in fazioni per questioni che, nel grande schema dell’universo, non hanno alcun peso. E mentre cammino in mezzo a questo teatro di ombre, c’è una melodia che continua a tornarmi in mente. Un ritornello che suona come una preghiera laica, o forse un antico incantesimo: “Spero che ritorni presto l’era del cinghiale bianco”.

Quando Franco Battiato pubblicò l’album L’era del cinghiale bianco nel 1979, compì a mio avviso un’operazione geniale, quasi da infiltrato. Dopo aver preso le distanze dalla musica sperimentale e ostica degli anni precedenti, decise di usare la forma della canzone pop, orecchiabile e leggera, come un vero e proprio cavallo di Troia. Mentre l’Italia ballava e canticchiava spensierata le sue melodie apparentemente commerciali, lui stava in realtà contrabbandando concetti altissimi, antiche filosofie e messaggi di risveglio spirituale direttamente nelle case della gente, trasformando la musica in uno strumento di evoluzione interiore.

Ma cosa intendeva davvero invocando questo fantomatico cinghiale bianco? Non vi nascondo che per molto tempo, da ragazzo, pensavo fosse solo una licenza poetica, un’immagine surreale tipica del suo stile. Poi, crescendo e cercando anch’io le mie risposte, ho capito che in quella frase era racchiusa una critica feroce al nostro modo di vivere e, allo stesso tempo, la più grande speranza per l’umanità.

Battiato aveva compreso la trappola in cui stavamo inesorabilmente scivolando: la riduzione dell’essere umano a puro ingranaggio economico, tipica di quella che le tradizioni orientali chiamano il Kali Yuga, l’età oscura. Ci siamo convinti che la felicità risieda nell’accumulo materiale, nel successo sociale, in quella continua e logorante “dialettica servo-padrone” – per usare le sue stesse parole. Abbiamo schiacciato la nostra esistenza su una dimensione esclusivamente orizzontale e terrena, recidendo del tutto l’asse verticale, quello che ci collega al cielo, all’invisibile e al mistero profondo di chi siamo veramente.

L’era del cinghiale bianco è l’antidoto a tutto questo. Non è un’epoca storica precisa da cercare nei libri di scuola, né una fazione politica. È un tempo mitico, una condizione dello spirito.

Per capire l’esattezza di questa metafora, bisogna rivolgersi alle letture che nutrivano l’anima di Battiato. Il cantautore siciliano era un profondo studioso del sufismo, delle mistiche orientali e dell’opera del filosofo ed esoterista francese René Guénon. Ed è proprio nelle pagine di quest’ultimo che si nasconde la chiave di volta.
Nel suo libro “Simboli della Scienza sacra“, un’opera fondamentale per chiunque voglia decifrare i messaggi e i simboli celati nelle antiche tradizioni, Guénon analizza i miti indoeuropei con una lucidità disarmante, e scrive con precisione assoluta:

«Presso i Celti, il cinghiale e l’orso simboleggiavano rispettivamente i rappresentanti dell’autorità spirituale e del potere temporale, cioè le due caste dei druidi e dei cavalieri.»

Ecco svelato il mistero. Nella tradizione celtica e iperborea, il cinghiale – animale che vive in solitudine nel folto del bosco, che scava la terra per trovarne i frutti nascosti e le radici profonde – è il simbolo per eccellenza della Conoscenza intuitiva. Rappresenta la casta sacerdotale, la saggezza dei Druidi, l’autorità spirituale pura e incorruttibile. L’orso, al contrario, rappresenta la forza fisica, l’istinto guerriero, il potere temporale e politico (che di per sé non è malvagio, ma rischia di diventare distruttivo se privo di una vera guida spirituale). E il colore bianco, da sempre, è l’emblema della luce primordiale, della purezza assoluta e dell’illuminazione che squarcia le tenebre.

Sperare che ritorni l’era del cinghiale bianco significa, per Battiato come per me, desiderare che la Conoscenza torni a guidare le azioni degli uomini. Significa augurarsi un ribaltamento totale delle nostre priorità: non più il potere dell’orso (il denaro, le armi, il controllo politico, l’ego) a dominare il mondo, ma la saggezza del cinghiale.

Scrivendo oggi queste righe, mi rendo conto di quanto questo messaggio del Maestro sia non solo attuale, ma urgente. Siamo malati di materialismo. Abbiamo scambiato la comodità tecnologica per evoluzione interiore, dimenticando che avere strumenti più veloci non serve a nulla se non sappiamo in che direzione stiamo andando. Soffriamo di un’ansia perenne perché abbiamo perso il nostro “centro di gravità permanente” – per citare ancora il cantautore e i suoi amati insegnamenti di Gurdjieff. Ci aggrappiamo a identità posticce, ci indigniamo in modo sterile sui social network, consumiamo le nostre giornate rincorrendo desideri che non ci appartengono, indotti da una società che ci vuole perennemente insoddisfatti e distratti (come spiego ampiamente nel mio libro “La cattiva abitudine di essere infelici” – dove c’è posto, naturalmente, anche per Franco Battiato).

Battiato ci sussurrava all’orecchio di smettere di perdere tempo. Ci invitava a chiudere gli occhi, a fare silenzio dentro di noi. L’era del cinghiale bianco è il momento in cui l’uomo smette di guardare esclusivamente fuori e inizia a guardare dentro. È il ritorno a quell’Età dell’Oro (il Satya Yuga) in cui la comprensione dell’universo e della nostra vera natura era considerata l’unica vera missione degna di essere vissuta.

Oggi, mentre il frastuono della città fuori dalle nostre finestre si fa sempre più assordante, capiamo che non possiamo semplicemente aspettare passivamente che questa nuova era sorga all’orizzonte come un miracolo. L’era del cinghiale bianco non arriverà dal cielo, né da un decreto governativo.
È un lavoro intimo. Inizia ogni volta che uno di noi decide di spegnere il rumore, di farsi una domanda scomoda, di meditare, di contemplare la bellezza senza l’ansia di volerla possedere. Inizia quando ci ricordiamo di essere entità spirituali che stanno vivendo un’esperienza umana, e non macchine biologiche destinate solo a produrre e consumare.

E spero che anche voi, leggendo queste parole, possiate sentire il richiamo di quell’era mitica, l’urgenza di quella luce pura. Perché non c’è salvezza nel frastuono fine a se stesso, ma solo in quel silenzio vigile in cui dimora, paziente e incorruttibile, il cinghiale bianco.

Ivan Petruzzi (in arte, Tragicomico)

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14 commenti

Daniela 19 Settembre 2026 - 17:45

Complimenti, mi ritrovo in quello che hai scritto, vivo in montagna e quando scendo in città avverto tutta questa disarmonia. Se non esci dall’ingranaggio non te ne rendi conto. È nel silenzio che ci sono tutte le risposte.
Grazie

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Tragicomico 19 Settembre 2026 - 19:27

Grazie a te, Daniela! Hai ragione, se non si ferma la ruota del criceto, difficilmente si potranno prendere in mano le redini della propria esistenza.

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Danila 20 Settembre 2026 - 1:01

Bellissima riflessione,
Purtroppo credo che l’era del cinghiale bianco sia molto lontana, personalmente la vedo come un utopistica illusione.
Le strade sono piene di uomini travestiti da se stessi, corpi omologati conformi alla moda del momento che auspicano alla perfezione estetica.
Incontri in giro volti vuoti convinti di avere in mano la conoscenza assoluta quando in realtà non sanno ascoltare e capire neanche se stessi. I valori per le basi di una società solida sono stati abbandonati in cambio di illussioni e menefreghismo.
Come Battiato e te auspico anche io al ritorno dell’era del cinghiale bianco ma credo, rimanendo in tema celtico, che stiamo camminando o volando in quella del gabbiano nero.

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Tragicomico 20 Settembre 2026 - 10:31

Cara Danila, l’utopia sarebbe già qualcosa, perché significherebbe che c’è quantomeno una direzione, un tendere verso l’era del cinghiale bianco. Poco importa se non la si raggiunge in toto, ma almeno ci si è provato, ci si è avvicinati. Invece la realtà ci parla di una direzione totalmente opposta, ovvero di un allontanamento sempre maggiore. E non sono io a dirlo, ma i fatti: nazioni che continuano a essere in conflitto, a schiacciarsi e a uccidersi in nome del dio denaro e per un effimero potere terreno.
Grazie per essere intervenuta.

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massimo Bertoncin 20 Settembre 2026 - 8:23

Per riallacciarmi al tuo scritto , condivisibile al 100% , ed infatti è stato proprio quello che sostengo alla mia veneranda età di 71 anni ( più di passa il tempo e più dovremmo riflettere sulla nostra esistenza ), il tempo scorre inesorabilmente e quindi quello che rimane acquista un valore inestimabile , la maggiorparte di noi , si preoccupa di come spendere i soldi , mentre dovrebbe preoccuparsi di come spendere il proprio tempo , la piú grande e vera ricchezza che abbiamo ( ovviamente dopo la salute )
personalmente mi piace provocare il prossimo con queste parole : tutti vogliono arrivare prima , io voglio arrivare dopo …. E per concludere con una frase non mia , se vuoi cambiare il mondo , dobbiamo prima cambiare noi stessi , il nostro modo di vivere , le nostre scelte , le nostre abitudini , a tale scopo , per permettere che questo avvenga , obbligherei, come materia principale nelle scuole , dall’ infanzia in poi , l’ educazione civica , spiegata a 360° , fino alla fine dei nostri giorni …

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Tragicomico 20 Settembre 2026 - 10:39

Massimo, mi hai fatto venire in mente altri versi di Battiato tratti da “La stagione dell’amore”, che per l’appunto dicono: “Se penso a come ho speso male il mio tempo, che non tornerà, non ritornerà più…“.
Hai ragione nel dire che lo si capisce spesso troppo tardi, motivo per cui qualche anno fa ho pubblicato Schiavi del Tempo, proprio per offrire questa consapevolezza tanto naturale quanto ormai offuscata dalla corsa verso un benessere fatto soprattutto di superfluo.
Quindi sì, non posso che essere d’accordo con la tua conclusione.
Un abbraccio.

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SIMONE 20 Settembre 2026 - 15:51

Pefretta anche la metafora della ruota del criceto. Ormai siamo (e purtroppo le nuove generazioni ancora di più) indottrinati a correre freneticamente all’interno della nostra ruota: più corriamo più stiamo fermi. Beni materiali, potere, autorità, soldi, apparenza sono le nostre droghe anestetizzanti. Più ti seguo più ti apprezzo. Complimenti!!

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Tragicomico 20 Settembre 2026 - 17:38

Grazie, Simone, il piacere è tutto mio! Sono argomenti che tratto da anni e trovo sempre interessante aggiungere nuove sfumature e confrontarmi con chi mi legge. Un abbraccio.

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Maurizio 21 Settembre 2026 - 11:03

Mai come ora abbiamo un urgente bisogno di fermarci, tirare fuori il sestante e dare una direzione alla nostra navigazione della vita. È quantomeno disarmante rendersi conto di come stiamo vivendo, per questo Ivan ti ringrazio per quello che fai perché stiamo andando alla deriva ed è davvero urgente porre rimedio.

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Tragicomico 21 Settembre 2026 - 16:25

Ciao Maurizio, come più volte ho scritto, ho l’impressione che non avremo ancora molto tempo per porre rimedio, motivo per il quale la questione si farà urgente. Probabilmente ci saranno ancora degli scossoni, su questo pianeta e a livello globale, che proveranno a far maturare una consapevolezza collettiva. Però, fino a quando saremo in pochi a voler dare una sterzata, sarà tutto molto, molto difficile.

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paolo 21 Settembre 2026 - 13:28

Ciao Ivan, un post che come sempre diventa difficile aggiungerci qualcosa. Così ti racconterò cosa mi ha fatto percepire dentro il tuo scritto. Ora, tu sai cosa sto passando e cosa ho passato proprio quest’anno, un’esperienza da cui è nata la visione molteplice e l’abbraccio del bene e del male al di là del loro essere archetipi, dove però non c’è divisione ma condivisione, dove l’abbraccio roteante di questi due elementi ti fa vedere, vivere, sperimentare qualcosa che va oltre quanto loro stessi rappresentano. Ultimamente, come la colata di un vulcano, questi due elementi hanno invaso uno spazio ancora più ampio: sia l’esteriore che l’interiore sono uniti allo stesso modo del bene e del male. Non c’è più divisione e se un tempo ciò era ben definito e mi aiutava a comprendere il tempo del quotidiano da quello della preghiera, oggi invece sono uniti e la profondità invisibile dell’essere viene colmata facendo fuoriuscire dall’essere ciò che è, senza lasciarti fiato. Non sento più le energie, non sento più l’interiore, eppure sento di più, perché i confini sono diversi e più ampi. Spero tu capisca la difficoltà a trovare le parole. Eppure nulla è cambiato. La mia mente cerca rifugio in diversi modi ma ogni volta gli scappa l’appiglio che scivola via come neve al sole, lei crede che la vita stia andando sempre peggio, in realtà sta migliorando e alcuni, amici o amiche speciali con una forte interiorità che mi vedono di tanto in tanto, ne scorgono la luce. La mente è davvero un ostacolo enorme ma è parte di noi e se sappiamo amarla lei resterà al suo posto aprendosi a ciò che è più prezioso per noi.

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Tragicomico 21 Settembre 2026 - 16:36

Grazie, Paolo, basterebbe che la metà della popolazione fosse porosa e presente come te, per avere di nuovo l’Era del Cinghiale Bianco fra noi. Perché è di questo che c’è bisogno: di esperienze e di coscienze espanse, che percepiscano al di là delle distinzioni, al di là dei confini e delle proiezioni mentali.
Un abbraccio!

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Ivan 9 Ottobre 2026 - 7:47

Condivido pienamente la tua analisi, sicuramente anche questi libri sono interessanti ed offrono vari spunti di riflessione.. che dire grazie e avanti tutta.
(Spiritualmente parlando)

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Tragicomico 9 Ottobre 2026 - 8:57

Grazie caro omonimo, con l’augurio di averti ancora qui come lettore. A presto

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