
Spesso in questo spazio digitale ho trattato con profonda convinzione svariati argomenti legati all’evoluzione spirituale nel tentativo di alimentare un moto di coscienza che potesse sollevarci dai nostri istinti più bassi, motivo per cui comprendo perfettamente lo stridore e persino il profondo disgusto che molti di voi proveranno nel leggere e assimilare il titolo di oggi. Invocare la legge del taglione in un’epoca che si autodefinisce orgogliosamente civilizzata può certamente apparire come un grottesco e tragico balzo indietro di millenni verso una condizione ferina che credevamo sepolta per sempre sotto i solidi pilastri del diritto moderno e delle costituzioni democratiche. Eppure, vi invito a considerare con freddezza che, per misurare con esattezza la spaventosa profondità del baratro in cui stiamo collettivamente precipitando giorno dopo giorno, si rende a volte strettamente necessario spogliarsi del perbenismo e adottare lo stesso identico e brutale linguaggio dell’abisso che ci sta inghiottendo.
L’indignazione e la rabbia sanguigna che serpeggiano ormai incontrollate e giustificate nella nostra società non germogliano dal nulla, bensì rappresentano il frutto marcio e velenoso di un patto sociale definitivamente stracciato da uno Stato che ha vigliaccamente abdicato al suo dovere primario e sacrosanto di garantire l’incolumità dei cittadini e di amministrare una giustizia che sia al tempo stesso equa e inesorabile. Ci ritroviamo a boccheggiare immersi in una marea di violenza dilagante e gratuita in cui la convivenza civile ha ceduto il passo a un feroce tutti contro tutti, un inferno urbano e periferico dove l’altro individuo ha smesso da tempo di essere un concittadino da rispettare per trasformarsi esclusivamente in un ostacolo da schiacciare o in un nemico da annientare senza provare la minima pietà.
Basta scorrere le cronache quotidiane con occhio disincantato per accorgersi immediatamente che non siamo più minacciati soltanto dalle strutturate consorterie mafiose, ma da una criminalità diffusa, meschina e letale in cui una banale precedenza sbagliata a un incrocio, uno sguardo di troppo fuori da un locale notturno o un futile screzio condominiale bastano e avanzano per scatenare esecuzioni sommarie per strada e massacri a sangue freddo che riducono a zero il valore stesso della vita umana.
Questa barbarie cieca e sorda si nutre avidamente di un ecosistema istituzionale infetto in cui il concetto stesso di conseguenza e di punizione è del tutto evaporato, lasciando il posto a un mostro burocratico iper-garantista che ha partorito l’imperdonabile aberrazione della pena approssimativa e flessibile. I nostri tribunali si sono tramutati in palcoscenici polverosi dove i procedimenti si trascinano stancamente per decenni fino a svuotare di qualsiasi significato sia il doveroso risarcimento morale per chi ha subito il torto sia l’eventuale e spesso illusoria riabilitazione del carnefice.
Nel frattempo un dedalo incomprensibile di riti abbreviati, patteggiamenti al ribasso, perizie psichiatriche di comodo e scappatoie procedurali trasformano sentenze che dovrebbero essere lette come moniti inflessibili in veri e propri sputi in faccia alle vittime e ai loro familiari. Chi subisce una violenza si ritrova sistematicamente deriso e abbandonato dalle istituzioni, mentre chi commette il sopruso impara con cinica e spaventosa rapidità che il sistema troverà sempre un pertugio legale per garantirgli la salvezza e rimetterlo a piede libero pronto a colpire ancora.
L’urgenza di invocare questa spietata giustizia retributiva non nasce infatti esclusivamente per arginare il sangue versato sull’asfalto, ma diventa una necessità viscerale e insopprimibile anche e soprattutto di fronte all’esponenziale moltiplicarsi di stupri brutali e furti sistematici che devastano per sempre l’intimità delle persone, così come davanti alle vili e spregevoli truffe perpetrate ai danni di anziani indifesi le quali rimangono puntualmente e vergognosamente impunite in un sistema che tutela il predatore e abbandona la preda.
A questa macabra farsa quotidiana si aggiunge poi lo schiaffo intollerabile e definitivo di una classe politica arrogante che commette spudoratamente frodi e atti illegali senza mai subire la minima conseguenza penale, comodamente protetta da uno scudo di immunità e connivenze che si estende come un cancro persino a quei funzionari e uomini dello Stato che sbagliano rovinando vite innocenti ma non pagano mai di tasca propria o con la propria libertà per gli abusi e gli errori commessi.
Già sul finire del Settecento all’interno del suo rigoroso e inflessibile trattato filosofico intitolato “La metafisica dei costumi“, Immanuel Kant aveva teorizzato con spietata lucidità la necessità assoluta di una giustizia puramente retributiva smantellando alla radice ogni debole illusione rieducativa moderna con un’argomentazione che oggi si abbatte come un macigno sulle nostre coscienze vacillanti. Il celebre pensatore tedesco sosteneva infatti senza ammettere il minimo compromesso che «solo la legge del taglione (jus talionis) può determinare rigorosamente la qualità e la quantità della giusta pena», ribadendo con forza inaudita come qualsiasi patetico tentativo di annacquare il diritto penale mescolandolo con la compassione o con le scappatoie sociologiche finisca immancabilmente per corrompere l’essenza stessa della giustizia, per poi consegnare l’intera collettività in balia dell’arbitrio e della criminalità più sfrenata.
Noi contemporanei, gonfi di un’arroganza morale del tutto ingiustificata, abbiamo scelleratamente ripudiato questo rigore assoluto per darci un tono di malriposta superiorità etica, trasformando la giustizia in una farsa teatrale e consegnando così alle piazze e alle strade la tossica e distruttiva speranza dell’impunità totale per chiunque decida di delinquere.
Questo disastro sociale assume tinte persino più macabre e deprimenti quando volgiamo il nostro sguardo alle nuove generazioni, le quali stanno crescendo in un vuoto cosmico disarmante dove il concetto di limite è stato fisicamente cancellato dal vocabolario educativo di famiglie assenti e scuole esautorate da ogni potere, facendo sì che tutto appaia loro drammaticamente e incondizionatamente lecito.
Assistiamo inermi alla formazione di branchi di giovani che si muovono nel tessuto urbano con la stessa alienante indolenza di chi sta completando il livello di un videogioco iperrealistico in cui il pericolo è un’astrazione confinata dietro allo schermo di un tablet e la violenza rappresenta unicamente una macabra performance da immortalare con lo smartphone per mendicare l’approvazione di coetanei virtuali altrettanto vuoti.
Il filosofo e psicoanalista Umberto Galimberti ha fotografato questa spaventosa deriva antropologica nel suo illuminante saggio “L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani“, spiegando con spietata e dolorosa lucidità come il crollo verticale di ogni punto di riferimento etico abbia generato un vero e proprio «analfabetismo emotivo». Nel suo testo, Galimberti ricorda che «i sentimenti non sono un dato di natura», ma un’acquisizione culturale: se i giovani non imparano le parole per decodificare e pensare il proprio disagio interno, non sanno più riconoscerlo.
È proprio tracciando questa linea diretta tra il vuoto interiore e la violenza fisica più brutale che il filosofo arriva a constatare amaramente come oggi nei ragazzi manchi del tutto la «risonanza emotiva» dei propri comportamenti. L’altro smette di essere una persona per regredire a semplice oggetto e si arriva così all’anestesia psicopatica per cui non si coglie più la differenza tra prendere a calci un pallone e prendere a calci la testa di un coetaneo.
Se ci troviamo oggi costretti ad ammettere, guardandoci negli occhi, che molti ragazzi e concittadini non riescono più a percepire la benché minima differenza tra un pallone da calcio di cuoio e un cranio umano da spaccare sull’asfalto senza provare un briciolo di rimorso, allora la presunta e sbandierata civiltà di cui ci vantiamo nei salotti televisivi è soltanto un fragile e pietoso velo di ipocrisia che copre a stento una belva feroce e ormai fuori da ogni controllo razionale.
E proprio per squarciare in modo definitivo questo velo nauseante ritengo fermamente che la reintroduzione formale e codificata della legge del taglione non debba affatto essere liquidata come una semplice e astratta provocazione intellettuale volta a generare sterili dibattiti filosofici o facili indignazioni borghesi, ma debba piuttosto trasformarsi in una proposta politica concreta, tangibile e cruda da sbattere sul tavolo delle riforme istituzionali di questo Paese alla deriva.
Dobbiamo trovare il coraggio estremo e la disperata lucidità di istituire un vero e proprio Anno Zero, un periodo sperimentale e rigoroso di dodici mesi in cui l’antico principio dell’occhio per occhio e del dente per dente venga sottratto ai libri di storia mesopotamica e applicato in maniera fredda, chirurgica e inesorabile all’interno delle nostre aule di giustizia smettendo di nasconderci dietro falsi moralismi.
Chi decide di distruggere l’esistenza altrui sfregiando un volto con l’acido venga condannato, senza possibilità di appello, a subire fisicamente e legalmente la medesima deturpazione, senza alcuno sconto di pena o perizia psichiatrica che tenga.
Allo stesso modo, chi sceglie di depredare un onesto cittadino dei frutti del proprio lavoro venga spogliato all’istante di ogni sua proprietà e costretto ai lavori forzati fino a ripagare, col proprio sudore e fino all’ultimo centesimo, il danno inferto alla vittima. Questo stesso inflessibile e spietato metro di giudizio dovrà abbattersi sul politico corrotto, che verrà privato di ogni bene per restituire quanto sottratto alla comunità, e sullo stupratore, che dovrà subire una castrazione fisica definitiva e irreversibile. E chi sceglie deliberatamente di spezzare una vita innocente…
Questo anno di prova senza precedenti servirebbe come un trauma collettivo necessario e un monito definitivo per una società malata che ha scordato del tutto l’empatia e che dimostra quotidianamente di capire e rispettare soltanto il linguaggio primordiale del terrore e del dolore fisico inflitto sulla propria pelle, costringendo finalmente i carnefici a specchiarsi nell’orrore reale e palpabile delle proprie azioni scellerate.
Se al termine di questo esperimento brutale e sanguinoso la situazione nelle nostre strade e nei nostri palazzi di potere non dovesse subire un drastico e immediato miglioramento, se la furia criminale non dovesse placarsi e il rispetto per la sacralità della vita e della res publica non dovesse riaffiorare dal terrore della pena certa e speculare, allora la legge del taglione dovrà inevitabilmente cessare di essere un’eccezione temporanea e scioccante per diventare di fatto la nostra nuova e inappellabile prassi giudiziaria permanente.
Non possiamo e non dobbiamo continuare a fingere di essere esseri evoluti, superiori e misericordiosi quando la spietata cronaca di ogni singolo giorno ci sbatte in faccia la verità ineluttabile dimostrandoci che i primi, veri e irrecuperabili barbari pronti a scannarsi e a derubarsi a vicenda per il nulla siamo proprio noi, e a un popolo di barbari che ha smarrito la propria coscienza non serve più la docile rieducazione statale o la carezza dei servizi sociali, ma serve soltanto la dura, spietata e matematica geometria del contrappasso.





15 commenti
Tante cose sono vere e comprensibili, però mi sembra tutto esagerato, richiederebbe meno garantismo e più rigore, inoltre la famosa “certezza della pena” che neanche questo governo è in grado di garantire. La barbarie sarebbe più grave con il ritorno della pena di morte. BR
Al di là della provocazione che ho lanciato, bisogna ammettere che il sistema, così com’è oggi, non funziona. Anzi, nel giro di dieci anni molti cittadini non si limiteranno a invocare una giustizia più severa, ma la imploreranno; in caso contrario, non ci sarà via d’uscita. L’aumento della violenza e dei reati è impressionante, far finta di nulla significa esserne complici, dando così ragione a ciò che scrive Charles Bukowski nel suo libro “Panino al prosciutto“: «L’unico momento in cui la maggior parte delle persone pensa all’ingiustizia è quando accade a loro». Dunque, dobbiamo davvero aspettare che succeda qualcosa a noi o ai nostri cari per renderci conto di questa deriva e iniziare ad agire?
Il mio omonimo di qualche millennio fa sosteneva: ” .. ciascun governo istituisce leggi (nomoi) per il proprio utile; la democrazia fa leggi democratiche, la tirannide tiranniche e allo stesso modo gli altri governi. E una volta che hanno fatto le leggi, proclamano che il giusto per i governati è ciò che è invece il loro proprio utile, e chi se ne allontana lo puniscono come trasgressore della legge ed ingiusto. Questo, mio ottimo amico, è quello che dico giusto, il medesimo in tutte quante le poleis: l’utile del potere costituito. Ma, se non erro, questo potere detiene la forza. Così ne viene, per chi sappia ben ragionare, che in ogni caso il giusto è sempre identico all’utile del più forte (338e-339a).
Quindi, vista l’ articolazione dei rapporti sociali che sono , per caratteristiche intrinsecamente umane, gerarchici e basati sulla forza, che in epoca moderna chiamamo “capacità”, per diminuire la percezione dell’ opressione sociale occorre che la legge sia clemente e possibilmente orientata alla rieducazione.
Questo non è un assunto “buonista” ma frutto di osservazioni pratiche. I più forti in ogni società sono coloro che ne detengono il controllo economico (da soli e in gruppi). Costoro sanno che la produttività che collettano a loro primario vantaggio è tanto più grande quanto più i sottoposti si “sentono liberi”. Da qui il nostro mondo, ma è anche vero che può peggiorare. Penso proprio che tu sia un “cattivo maestro”
Condivido in pieno. E’ un analisi chiara e terribilmenta vera delle ragioni responsabili della paurosa deriva italiana. Un altro dato che andrebbe considerato è che a chiese sempre più vuote fanno eco carceri al limite del sovraffollamento. Perciò neanche il cristianesimo – fondato sì sul perdono “illimitato” dei trasgressori (rei) ma pur sempre ispirato a “giustizia divina” e relative pene – in evidente via di estinzione, riesce più ad esplicare quella funzione di deterrente contro la dilagante criminalità organizzata e non. E così la legge del perdono, che soppiantava e sostituiva quella del taglione, è rimasta appannaggio esclusivo dei giudici e della loro discrezionalità. E siccome il fenomeno ha assunto livelli insostenibili, è illusorio sperare di arrestare la deriva con pezze calde (tipo inasprimento della pena, ritocchi per la certezza del diritto, ecc.). A mali estremi, estremi rimedi.
In effetti, il discorso religioso può essere lecitamente tirato in ballo. Molti dei trasgressori, infatti, si rifanno apertamente a una fede che però, alla prova dei fatti, si rivela del tutto inefficace come deterrente. Il “non rubare” o il “non uccidere” di matrice cristiana… basterebbe già la stretta osservanza di questi due soli princìpi per abbattere drasticamente il tasso di criminalità in questo Paese. Evidentemente, anche lassù hanno fallito nel loro intento.
Estrema e molo interessante la tua riflessione.
Ho invocato piu volte il cambiamento anche io, prendendo in considerazioni e auspicando una rivolta civile che potesse in qualche modo ” appianare” le situazioni le divergenze e rendere tutti uguali; umani che partono da zero e insieme costruiscono una società civile dove alla base c’è il rispetto per gli altri, per la natura e per se stessi .
Già, perche alla base di questo marasma collettivo ritengo ci sia un insodisfazione di fondo che poggia le basi su noi stessi. Un insoddisfazione molto ben nascosta al punto che anche i diretti interessati fanno fatica a raccontarsela. Automi che convinti di essere libere sono schiavi di sé stessi. Tutto cio genera, a mio avviso, la convinzione di essere l’uno piu furbo dell’altro, io migliore di te, tu che non meriti il mio aiuto e io che posso approfittare di te a mio piacimento per ottenere agevolazioni, soldi, potere.
Fine dell’empatia.
La società finta e stereotipata nella quale siamo immersi ci ha reso piccole persone, fare del male agli altri, approfittare della loro buona fede e bontà è diventato lo sport nazionale e in piu siamo diventati, senza esagerazione, incapaci di scindere la realta da cio che non lo è. Social, videogiochi e la nuova arrivata l’AI non fanno altro che ricordarci costantemente di quanto vulnerabili e corruttibili siamo. Come dicevi tu, prendere a calci un pallone o la testa di una persona non fa differenza. Mi sono chiesta piu volte se la gente quando commette qualcosa di veramente insensato e deleterio nei confronti degli altri lo faccia con l’idea che poi lo puoi cancellare come si fa con un messaggio, oppure ripetere la situazione, come nei videogiochi, se non ti soddisfa il risultato. Occhio per occhio, dente per dente sarebbe un ottima soluzione di impatto, ma dovremmo contemporaneamente lavorare sulla nostra ignoranza emotiva, leggerci e capirci. Solo cosi avremmo la possibilità di costruire una società empatica, formata da persone capace di amare gli altri inquanto amato se stessi per primi.
Danila, condivido pienamente quanto scrivi nella prima parte del tuo commento, essendo argomenti che ho già affrontato anni fa nei miei primi due libri: “Schiavi del Tempo” e, per l’appunto, “La cattiva abitudine di essere infelici“. Lo stato di insoddisfazione generale è enorme e ciò a cui assistiamo oggi, attraverso manifestazioni di violenza e follia, è soltanto la punta di un iceberg molto più grande, che ci trascinerà tutti dritti nel baratro.
Riguardo alla seconda parte, oltre a una soluzione d’impatto, è evidente la necessità di costruire una struttura educativa ex novo, capace di governare le moderne tecnologie, sottraendo loro risorse per convogliarle nuovamente verso i valori umani, ambientali e spirituali. È inutile girarci attorno: ci stiamo perdendo. Proprio per questo motivo il mio ultimo libro, pubblicato più di due anni fa, si intitola “Sette lettere dal futuro per l’umanità“. Al suo interno immagino l’umanità del futuro scrivere alla nostra in un estremo tentativo di salvezza, perché se non cambiamo rotta adesso, immediatamente, non ci sarà alcun futuro per il genere umano.
È una riflessione dura, estrema, forse persino urticante, ma nasce da un sentimento che non può essere liquidato con sufficienza: la percezione sempre più diffusa che qualcosa, nel rapporto tra cittadini, istituzioni e società, si sia profondamente incrinato. La vittima appare spesso sola, mentre chi commette il male sembra riuscire ancora a muoversi dentro pieghe, lentezze e ambiguità che finiscono per svuotare la giustizia del suo significato più profondo. Eppure, credo che il punto non sia soltanto chiedersi quale pena introdurre, quale legge inasprire o quale risposta immediata opporre al degrado che abbiamo sotto gli occhi. Sarebbe forse rassicurante pensare che basti una norma più severa, una riforma più coraggiosa o una punizione più dura per rimettere ordine in ciò che si è disfatto lentamente per decenni. Ma temo che il problema venga da molto più lontano e riguardi la materia umana di cui sono fatte le istituzioni stesse.
Quando parliamo dello Stato, della politica, della scuola, della giustizia, della società, rischiamo spesso di immaginare entità astratte, quasi separate da noi. Ma lo Stato e la società sono fatti di persone. Persone cresciute dentro la stessa aria culturale che tutti respiriamo da decenni: televisione spazzatura, informazione urlata, giornali spesso piegati all’emotività, linguaggi aggressivi, furbizia scambiata per intelligenza, arroganza confusa con il carattere, denaro e consumo trasformati in misura quasi unica del valore. In questo senso Pasolini, anche attraverso i suoi preziosissimi scritti, non stava soltanto osservando il suo presente. Ci stava avvertendo. Aveva intuito qualcosa di profondissimo, molto più radicale della semplice critica alla televisione o al consumismo. Aveva visto una lenta trasformazione antropologica, silenziosa, capace di modificare l’uomo nei desideri, nel linguaggio, nel rapporto con il corpo, con il denaro, con l’autorità e con gli altri. Forse non indicava soltanto un pericolo culturale, ma il punto d’arrivo di un processo destinato, se non compreso in tempo, a cambiare la sostanza stessa della convivenza umana. E accanto a questo avvertimento, credo si possa richiamare anche il pensiero di Noam Chomsky, quando ci ricorda quanto il consenso possa essere costruito giorno dopo giorno attraverso il linguaggio, i media, la paura, le priorità imposte e le verità ripetute fino a sembrare naturali. Perché una società non viene soltanto informata: spesso viene orientata, persuasa, abituata lentamente a desiderare ciò che altri hanno già deciso per lei. Ecco, dopo decenni di questa pedagogia quotidiana, non possiamo davvero stupirci se quella stessa cultura è entrata nelle famiglie, nelle scuole, negli uffici pubblici, nei luoghi dove si decide, si educa, si giudica, si amministra.
Per questo non credo esista una vera via d’uscita immediata, almeno non nel senso comodo con cui spesso vorremmo immaginarla. Alcuni processi collettivi non si correggono dall’oggi al domani. Devono consumarsi, arrivare al proprio limite, mostrare fino in fondo la loro sterilità e la loro incapacità di generare una comunità umana degna di questo nome. Questo, però, non significa rassegnarsi. Prendere atto che certi processi devono arrivare al fondo non vuol dire spegnere la coscienza o rinunciare a fare la propria parte. Vuol dire piuttosto riconoscere che alcune ferite collettive non si rimarginano con un decreto, per quanto coraggioso, ma richiedono la pazienza attiva di chi continua ad opporsi, a denunciare, a educare, a costruire alternative, sapendo che forse non sarà lui a vederne i frutti; è la differenza tra la fretta ingenua che chiede soluzioni magiche e la lungimiranza dolorosa di chi accetta i tempi della storia senza per questo giustificare l’ingiustizia del presente.
Forse una società, prima di rimodellarsi, deve davvero toccare il fondo. Deve vedere senza più alibi dove l’hanno portata l’indifferenza, la volgarità elevata a linguaggio comune, il consumo trasformato in identità, la competizione permanente, la rabbia scambiata per forza, il disprezzo dell’altro scambiato per libertà. Un po’ come accade anche con certi modelli economici che per anni sono stati presentati come inevitabili, quasi naturali, e che oggi mostrano crepe sempre più evidenti proprio perché hanno consumato il terreno umano su cui pretendevano di reggersi. La risalita, se ci sarà, non nascerà da una formula penale né da una soluzione improvvisa. Nascerà lentamente, da un cambiamento culturale e antropologico, quando la disfatta avrà reso visibile ciò che per troppo tempo abbiamo preferito non vedere. Perché nessuna società si rimodella davvero finché non è costretta a riconoscere l’uomo che ha prodotto.
Ciao Carletto, credo anch’io che non esista una via d’uscita immediata, ma proprio per questo, nel breve periodo, dobbiamo cercare di tamponare, arginare e circoscrivere un fenomeno ormai dilagante, che rischia sul serio di decimarci a breve termine. C’è troppa violenza, sia nei piani alti della società sia in mezzo alla strada, e senza regole certe e punizioni severe, francamente, la vedo molto dura. Se non si ristabilisce un principio di ordine e di rispetto della legalità, il rischio concreto è quello di scivolare verso una pericolosa anarchia sociale.
Eh, Ivan, come ti capisco. Questa società che si autodefinisce orgogliosamente civilizzata [cit] è in realtà tra le peggiori della storia conosciuta, dovrebbe essere chiaro quasi a tutti che la scienza e tanto meno la tecnologia non sono segno di progresso e civiltà, anzi, sono spesso il contrario e perché accade? Semplicissimo, per l’uso che ne viene fatto dello strumento. La scienza senza coscienza è una scienza marcia, diceva qualcuno. Mi domandavo poi: ma chi dovrebbe applicare la legge del taglione? La giustizia? Quella che sta giocando con la vita e la salute delle persone se non delle famiglie? Ipotizzando un 4% di persone realmente integre nel loro interiore, poi nel restante 96% c’è il caos generale dove regna arroganza, presunzione, pregiudizi, vessazioni, delega, superficialità, male parole, cattiveria e violenza che evidenzia, per chi sa guardare, una sola radice generale e della quale nessuno ha il coraggio di parlare in modo personale: il potere. Sì, guardiamo al potere dei grandi, delle imprese, delle istituzioni, degli eserciti ma non guardiamo mai al piccolo potere, quello che abbiamo nel quotidiano e crediamo di non esserne responsabili o furbescamente sia poca cosa. Un sorriso, un pensiero, una parola, uno scritto sono spesso lance che scagliamo senza accorgerci di farlo, tuttavia quelle lance si accumulano nella coscienza collettiva e ricadono su tutti e questo è uno dei motivi del perché chi ha il potere lo esercita male. Che lo vigliamo o meno, siamo tutti collegati. Vediamo e tendiamo a pensare che la società o la religione o la stessa filosofia abbiano fallito la loro missione, in realtà non ci rendiamo conto che è il singolo ad avere fallito la propria vita, perdendo le infinite occasioni per riconoscersi. Guardiamo fuori invece che dentro e perché lo facciamo? Semplicissimo, quegli aspetti tanto brutti che vediamo fuori sono radicati dentro di noi e nessuno sarà davvero vero fino a quando non comprenderà come usa il suo piccolo o grande potere e come ogni scelta fatta porti il peso di una responsabilità che ricade nella propria coscienza e anima. Che differenza c’è tra una persona integra e una no? Quella integra conosce se stessa in profondità oltre le idee e le emozioni, sa riconoscere ciò che accade fuori perché conosce i suoi desideri e cosa smuove dentro, sa che il male e il bene sono due aspetti da tenere presenti insieme per avere un senso di giustizia equilibrato, sa soprattutto tenere le parole e gli eventi nel loro contesto affinché sia chiara la loro singola verità. Diciamo pure: non è possibile in poche parole spiegarlo, perché è facile fraintendere, spero solo di riuscire a fare un mio PDF su questo annoso argomento e sul perché le leggi spirituali sembrano non esistere. Comunque sia, siamo sempre responsabili di ogni cosa che accade nel mondo perché lo Stato è di fatto la popolazione e non una istituzione su cui puntare un dito. Solo se superiamo il superficiale razionalismo e andiamo oltre, accogliendo nel cuore ciò che crediamo inesistente ma è invece vero e reale, potremo costruire una società migliore. Ci vorrà tempo, tanto tempo, però sono fiducioso che accadrà.
Caro Paolo, hai detto una verità sacrosanta: “siamo sempre responsabili”. Lo sosteneva lo stesso Platone, ricordandoci che nessun dio è responsabile del nostro destino e che siamo noi, e noi soltanto, a dover rispondere delle nostre azioni. Di conseguenza, la responsabilità comporta che dinanzi a una cattiva azione segua una punizione, che non deve essere un castigo divino ma una sanzione terrena, concreta e immediata.
Un domani queste punizioni potranno forse essere superate, magari quando regnerà il “ce volemo tutti bene” o il “peace and love” universale, ma fino ad allora la realtà ci impone un doppio binario, perché da una parte si educa e dall’altra si punisce. Un tempo si usava l’espressione “bastone e carota” mentre oggi, purtroppo, sembra essere rimasta soltanto la carota, e i disastrosi risultati di questo buonismo sono ormai sotto gli occhi di tutti.
È per questo che faccio profonda fatica a nutrire fiducia nel futuro, a meno che non si assista a un netto cambio di rotta. Quindi sì, tocca a noi interrogarci per capire se vogliamo davvero cambiare direzione o se preferiamo illuderci che vada tutto bene così com’è, ignorando verso quale baratro stiamo andando. Io, personalmente, non voglio essere complice di questa deriva, perciò prendo fermamente posizione e dico la mia, convinto che esprimere il proprio dissenso sia tutto ciò che è in mio potere fare, oltre che un dovere a cui non intendo sottrarmi.
Sai, ho passato oltre 40 anni tra ricerca, corsi, stage, conferenze, internet, lettere ai governanti per spiegare come essere migliori e riconoscere se stessi in tanti modi diversi, diversi perché io stesso cambiavo nel corso degli anni. Visto come vanno le cose, sembra che tutto sia stato inutile e non sia servito a nulla. Però, negli ultimi due anni, ho capito che non è il cambiamento sociale a cambiare ma quello personale, quei piccoli episodi nei quali ho aiutato a fare un passo in più ad un amico o ad una amica, conosciuta o sconosciuta. Poi, c’è l’invisibile energia che sfugge alla mente ma ci collega tutti e ogni nostra azione, sforzo, miglioramento non va perso e si espande nell’interiore di ogni singolo pronto ad accogliere la differenza. La mia non è fiducia nel futuro o nella società, perché so bene che molti saranno momentaneamente persi ma alcuni sapranno andare oltre e, chiudo, la mia posizione è sempre quella: riconosciti, perché il dolore più grande non è aver fatto del male ma aver perso l’occasione di comprenderlo e su questo tutti sono coinvolti. Non c’è un inferno ma un dolore dentro l’anima che sembra spezzare in due lo spirito che la mente non può capire ma, se ascolti il tuo cuore, sì.
Mi sia concesso di aggiungere solo un’ultima riflessione, perché credo che il richiamo a Platone, in questo contesto, non sia soltanto un riferimento colto o una suggestione filosofica, ma qualcosa che può rafforzare una sensazione difficile da togliersi di dosso. Quando nel Timeo riaffiora l’immagine degli uomini che, dopo grandi fratture, tornano in qualche modo fanciulli, non mi pare si parli soltanto di una perdita morale o culturale. Mi sembra ci sia qualcosa di più radicale: l’idea che certe civiltà, a un certo punto, non riescano più semplicemente a correggersi dall’interno, ma vengano ricondotte alla propria fragilità da eventi più grandi di loro, capaci di spezzare la continuità della memoria, del sapere, delle abitudini, delle illusioni. Non lo dico con leggerezza, né come auspicio. Sarebbe terribile augurarsi una frattura di quel genere. Ma faccio fatica a escludere che la storia, quando l’uomo consuma troppo a lungo il terreno su cui poggia, finisca prima o poi per presentare il conto in forme che non dipendono più dalla sua volontà. Platone, almeno per come lo leggo io, sembra ricordarci proprio questo: che l’umanità non procede sempre per miglioramenti ordinati, per riforme progressive, per prese di coscienza tranquille. A volte perde, dimentica, viene spogliata di ciò che credeva acquisito per sempre, e solo allora è costretta a ricominciare.
Forse il punto più amaro è proprio qui. Noi continuiamo a immaginare soluzioni, correzioni, aggiustamenti, come se il sistema fosse ancora pienamente governabile. Ma se il guasto è arrivato così in profondità nell’uomo, nei suoi desideri, nel suo modo di abitare il mondo, allora forse il vero rimodellamento non può nascere da una semplice scelta razionale collettiva. Può nascere solo dopo una perdita abbastanza grande da togliere ogni alibi. E allora quel “tornare fanciulli” assume un significato durissimo. Non è l’innocenza di chi comincia puro, ma lo smarrimento di chi ha dimenticato troppo. È l’infanzia non come grazia, ma come conseguenza di una cancellazione. Una civiltà che non ha saputo custodire memoria, misura e limite viene riportata a un punto elementare, quasi nudo, dove non può più fingere di sapere ciò che in realtà ha smesso da tempo di comprendere.
Da lì, forse, qualcosa può rinascere. Non dai proclami, non dalle punizioni esemplari, non dalle illusioni di controllo, ma da ciò che resta dopo la caduta delle false certezze. Pochi, forse, o comunque uomini diversi, costretti a reimparare da capo il valore del limite, della comunità, della responsabilità, della memoria. Ed è questo, più che una previsione, che mi pare il monito più inquietante: quando una civiltà dimentica troppo, la storia può costringerla a ricordare attraverso la perdita.
Carletto, trovo la tua riflessione perfetta e concordo nelle tue conclusioni. Credo che una parte dell’umanità si risolverà, una parte comprenderà e aiuterà quella grande parte che ripartirà da zero; la frase “Non è l’innocenza di chi comincia puro, ma lo smarrimento di chi ha dimenticato troppo.” è proprio giusta.
Grazie Paolo, hai colto esattamente il senso della riflessione. Quel “tornare fanciulli” non lo intendo come immagine consolatoria, ma come conseguenza amara di una perdita profonda di memoria, misura e consapevolezza. Mi sembra che Platone, da questo punto di vista, ci consegni un monito ancora vivo: quando una civiltà dimentica troppo, forse può ricominciare soltanto dopo essere stata costretta a riconoscere ciò che ha perduto.