
Ieri, a Trescore Balneario, nel bergamasco, una professoressa di cinquantasette anni è stata accoltellata all’addome e alla gola da un ragazzino di tredici. Tredici anni! L’età in cui ci si dovrebbe sbucciare le ginocchia correndo, non riprendere col cellulare il sangue della propria insegnante di francese appena accoltellata!
Ora, come da copione, assisteremo al consueto teatrino dell’indignazione a orologeria. I salotti televisivi si riempiranno di sociologi improvvisati, la politica farà a gara per pubblicare comunicati di vibrante solidarietà, e per qualche giorno la “questione scuola” tornerà a occupare le prime pagine dei quotidiani. Poi, il silenzio. Fino al prossimo referto medico.
Ma se vogliamo smettere di essere complici di questa deriva, dobbiamo guardarci allo specchio e ammettere una verità tanto banale quanto scomoda: l’insegnante, oggi, in Italia, è diventato il capro espiatorio perfetto. Un bersaglio fisso dietro una cattedra.
Come siamo arrivati a questo punto? Non ci si sveglia una mattina con una lama nello zaino e la parola “vendetta” cucita addosso se non si respira, da anni, un’aria “inquinata”. Il colpo inferto alla docente Chiara Mocchi non è un fulmine a ciel sereno, ma l’apice tragico di un processo di sistematica demolizione del ruolo del docente, perpetrato con fredda costanza dalla nostra stessa società.
Abbiamo trasformato la scuola da tempio dell’educazione a un mero “esamificio” e fornitore di servizi, dove l’insegnante è degradato a impiegato al banco reclami e la famiglia si è arrogata il diritto di agire come una bellicosa associazione di consumatori. Tutto è iniziato in sordina: prima la contestazione di un brutto voto, poi i ricorsi al TAR per una bocciatura, le chat di WhatsApp dei genitori trasformate in tribunali dell’Inquisizione dove il docente di turno viene processato in contumacia. Abbiamo insegnato noi ai nostri figli che i professori non sono un’autorità da rispettare, ma un ostacolo da aggirare o un sottoposto da redarguire.
È un cortocircuito spaventoso, dove non c’è più posto per l’educazione. E come potrebbe, mi chiedo, se abbiamo disarmato chi ci lavora? I genitori si sono alleati con i figli contro la scuola, erigendo uno scudo protettivo che impedisce ai ragazzi di fare i conti con la frustrazione, con il limite, con il fisiologico fallimento che serve per crescere. E chi si trova dall’altra parte della barricata, solo, a dover dire i “no” che madri e padri non dicono più? Gli insegnanti.
Li abbiamo lasciati soli in trincea. Gli chiediamo di essere psicologi, assistenti sociali, poliziotti e, nei rari ritagli di tempo, magari anche di spiegare la letteratura o la matematica. E tutto questo affrontando il quotidiano a fronte di classi sovraffollate e calderoni di bisogni educativi speciali ignorati dallo Stato. Ma c’è una crudeltà ulteriore in questa dinamica.
Pretendiamo che la scuola risolva i guasti di una società distratta, in cui gli adulti sono troppo occupati a inseguire le proprie nevrosi per accorgersi di un tredicenne che coltiva un odio cieco nella sua cameretta. Scarichiamo sulle spalle dei docenti il peso delle nostre mancanze genitoriali, per poi puntare il dito contro di loro quando il vaso di Pandora si scoperchia e la violenza esplode tra i banchi. È un alibi vile, un meccanismo autoassolutorio che ci permette di voltare lo sguardo altrove, lavandoci le coscienze con un post sui social.
Ora basta. Non possiamo più permetterci di curare un’emorragia con i cerotti della retorica. Serve un’inversione di rotta feroce per rimettere in sicurezza chi ha in mano il destino del Paese. Bisogna anzitutto restituire al docente lo status inviolabile che gli spetta. Chi aggredisce un insegnante, verbalmente o fisicamente, sta aggredendo lo Stato in quanto l’insegnante è a tutti gli effetti un pubblico ufficiale. Le sanzioni per chi oltraggia il personale scolastico, compresi i genitori che irrompono nei corridoi a minacciare o a sbraitare, devono essere immediate e severe. L’insegnante deve essere tutelato attivamente dall’Avvocatura dello Stato, sollevato dal timore costante di ritorsioni legali, denunce pretestuose e gogne mediatiche.
La sicurezza degli istituti, poi, non è un lusso rimandabile. Non propongo di militarizzare gli atri con metal detector e guardie armate, ma di popolarli delle figure professionali che drammaticamente mancano. Servono psicologi strutturati in ogni plesso, non a contratto per una manciata di ore mensili, ma presenze fisse, radicate nella vita scolastica, in grado di intercettare le voragini e il disagio taciuto dei ragazzi prima che si trasformino in tragedia.
Infine, c’è la questione del prestigio sociale e intellettuale, che è il vero grande assente in ogni discorso ipocrita sulle riforme. In una società che ha smesso di coltivare il rispetto per la conoscenza, preferendo prostrarsi all’altare del successo facile e dell’apparire, la figura del docente è stata progressivamente svuotata di ogni autorevolezza. Lo Stato per primo ha smesso di trattare i docenti come i custodi del nostro futuro, riducendoli a esecutori di procedure, schiacciati sotto il peso di griglie di valutazione e moduli burocratici da compilare. E quando un’istituzione viene spogliata della sua dignità dall’alto, diventa inevitabilmente attaccabile dal basso. Se l’insegnante viene percepito come l’ultimo, stanco ingranaggio di un sistema che non crede più in se stesso, mancare di rispetto, insultare o persino impugnare un’arma diventa drammaticamente, tragicamente più facile.
Sia chiaro, non si tratta di invocare un’immunità corporativa. Sappiamo bene che esistono cattedre occupate da chi ha smarrito la vocazione, da chi abusa della propria posizione o riversa impunemente le proprie frustrazioni sui ragazzi. Questi individui tradiscono la missione educativa e andrebbero rimossi dai loro incarichi con la massima fermezza, senza sconti e senza protezioni. Ma l’inadeguatezza di pochi, per quanto intollerabile, non può e non deve in alcun modo giustificare il massacro sistematico e preventivo di un’intera categoria.
La scuola italiana oggi è un bellissimo palazzo con le fondamenta marce. Possiamo continuare a dipingere le pareti di fresco, a riempire le aule di schermi interattivi, a coniare nuove acrobatiche sigle burocratiche. Ma se non ridiamo dignità, autorevolezza e protezione ai pilastri umani che reggono il peso di quelle mura, prima o poi ci crollerà tutto addosso.
A Trescore Balneario, ieri, non c’è stato solo un fatto di sangue.
C’è stato un crollo strutturale.
E chi finge di non sentire il rumore delle macerie è già complice del prossimo disastro.





10 commenti
Ogni volta che un ragazzo molto giovane compie un gesto di violenza estrema, si scatena la caccia al colpevole. Una volta tocca alla scuola: classi pollaio, insegnanti lasciati soli, burocrazia. Un’altra volta alla famiglia: genitori assenti, permissivi, incapaci di dire di no. Sono quasi sempre analisi giuste, almeno per la parte di verità che contengono. Ma c’è un elefante nella stanza di cui si parla poco e, quando se ne parla, lo si fa con sufficienza, come se fosse un dettaglio da sociologi all’ultimo grido.
Parlo del fatto che i ragazzi, per ore ogni giorno, vengono formati da qualcun altro. Non dalla scuola né dalla famiglia, ma da una macchina culturale potentissima che non ha alcun interesse educativo e che, proprio per questo, finisce ugualmente per educare.
C’è la musica che esce dalle loro cuffie. Non è solo intrattenimento. I brani più ascoltati da preadolescenti e adolescenti raccontano, con un’estetica curata e ritornelli che si fissano nella testa, un mondo in cui il boss è l’eroe, il denaro facile è l’unico riscatto, la violenza è lo strumento per farsi rispettare, la scuola una prigione da cui evadere. E quasi mai, in quel momento, un adulto accompagna l’ascolto con una frase semplice: questo è un racconto, non una guida.
Ci sono i videogiochi che occupano i pomeriggi. Non tutti, certo. Ma quelli più praticati in certe fasce d’età premiano la reattività letale, normalizzano la morte come un evento di gioco, riducono il conflitto a mira e grilletto. La violenza virtuale esiste da decenni, ma oggi viene consumata in solitudine, senza interruzioni, dentro un flusso continuo che rende sempre più labile il confine tra rappresentazione e realtà.
Poi ci sono gli influencer che questi ragazzi seguono con devozione. Non insegnano la pazienza, lo studio, il valore del fallimento. Insegnano che il successo è un diritto immediato, che apparire conta più di essere, che chi ti sta davanti è un ostacolo da scavalcare o da umiliare. E lo fanno con un’intimità di linguaggio con cui nessun insegnante e nessun genitore possono competere.
Nessuno di questi mondi si presenta come educativo. Eppure costruiscono valori, gerarchie, desideri. Riempiono il vuoto lasciato da adulti troppo impegnati o troppo impauriti per filtrare. E gli algoritmi li spingono in loop, senza quasi mai offrire un controcanto.
L’obiezione che arriva è sempre la stessa: “Ma sono solo canzoni, solo giochi, solo video”. È la stessa obiezione che chi ha i miei anni ha già sentito per il rock, per il cinema horror, per la televisione. Solo che oggi il consumo è individuale, costante, senza interruzioni, e comincia in un’età in cui il senso critico è ancora in costruzione.
Non si tratta di invocare censure o soluzioni autoritarie. Sarebbe stupido, oltre che inutile. Si tratta di smettere di fingere che queste influenze non esistano, o che siano un dettaglio trascurabile rispetto ai problemi strutturali della scuola e della famiglia. Perché quando un ragazzo compie un gesto estremo, non agisce soltanto dentro il vuoto educativo di un’istituzione o dentro una mancanza familiare. Risponde soprattutto a un immaginario che gli è stato somministrato per migliaia di ore, un immaginario in cui la violenza è spettacolo, l’autorità è un nemico e il rispetto è debolezza.
Possiamo continuare a discutere di organici docenti e di genitori complici, ed è giusto farlo. Ma se escludiamo dal dibattito la cultura mediatica che plasma il loro sguardo, finiremo per fare come il medico che cura i sintomi e ignora la malattia. E il prossimo episodio ci troverà ancora lì, a chiederci come sia stato possibile, mentre nelle cuffie di qualcuno continuerà a suonare la colonna sonora di ciò che è già successo.
Analisi corretta, ma tutto si può dire tranne il fatto che in questo spazio, inteso come blog, non sia mai statata trattata la questione della cultura mediatica, più volte demonizzata dal sottoscritto, sia per le nuove generazioni sia per gli adulti che educano attraverso l’esempio. Questo articolo, invece, ha l’obiettivo di fare luce sulla questione “Docenti, genitori e figli”, perché è giusto e a mio avviso doveroso parlarne, poiché i fatti sono di una gravità inaudita e non possono passare sottotraccia, come spesso accade, dando sempre la colpa a qualcosa di tecnologico. Ammettiamo anche i nostri fallimenti umani.
Caro Ivan, condivido pienamente. Grazie per la tua sintesi efficace e davvero ben espressa. Un abbraccio.
Ciao Chiara, grazie per aver apprezzato, te ne sono grato. Sì, ho volutamente espresso una sintesi per lasciare ampio margine di riflessione a ogni lettore e lettrice, perché gli argomenti correlati sono tanti e meriterebbero ulteriori disamine. Un abbraccio!
Pienamente condivisibile. Chi ha una certa età e ha avuto occhi per vedere, ha visto il graduale degrado della scuola. Ma è accaduto solo nella scuola? Oppure è accaduto anche nella sanità, nel mondo del lavoro o della professionalità, fino ai rapporti umani. Non è accaduto ora ma sta accadendo già da decenni. Colpa della politica? Colpa degli insegnanti? Colpa dei genitori? Colpa dei ragazzi? Certo, la verità però è che l’unica vera colpa è del singolo, chiunque esso sia, che ha lasciato fare o ha appoggiato tale istanza. Lo si è ben visto nel periodo dal 2020 al 2023. Ora, quanta arroganza c’è oggi? Tanta quanta c’era il secolo scorso, solo che oggi è più evidente e si è mescolata a menzogna e ipocrisia. Una miscela che corrode l’anima nelle sue più profonde radici, lasciando così il fusto alla mercé degli eventi sociali e le radici, o quel poco che rimane di esse, alla luce del sole, così che possano essere viste anche da un cieco. Purtroppo, l’essere umano non è cieco e neppure sordo, ha solo scelto deliberatamente il suicidio e la violenza, costrutti che si porterà via alla fine della sua esistenza e saranno la sua condanna a ripetere nuovamente tutto. La vita così come la conosciamo, sarebbe l’occasione per riconoscere, per cambiare, per trasformare la propria vita ma richiede rispetto, onestà, integrità, valori persi e mai costruiti dentro. Come Ivan ci ha proposto in tanti modi diversi nel suo blog, non dobbiamo cambiare il mondo, dobbiamo cambiare noi stessi. Però come farlo? Basta riflettere? Riconoscere? Fare una diversa scelta? Sì, è un buon inizio, tuttavia il cambiamento non è legato a ciò che è fuori ma a ciò che è dentro e non lo possiamo fare con la ragione o la mente ma solo con il cuore. Qui, entra in ballo il problema: non sappiamo cosa voglia dire “cuore”, abbiamo nella mente una serie di strutture mentali e idee preconcette che impediscono di comprendere cosa esso sia realmente. Non è pensando ma ascoltando che si cambia paradigma. All’inizio ascoltando chi è fuori, poi ascoltando cosa si muove dentro: i pensieri, le emozioni, le sensazioni e così via. Per arrivare a discernere che quanto accade fuori, e troppo spesso giudichiamo velocemente, è ciò che abbiamo dentro e come uno specchio ci invita a riconoscere noi stessi. Il nostro ego però non vuole riconoscerlo in quanto è doloroso e lo è perché c’è la responsabilità delle proprie scelte. In questo intimo spazio c’è la vera battaglia che andrebbe condotta con pazienza e determinazione ma richiede, come sempre, una nostra scelta.
Caro Paolo, concordo pienamente con te, il problema ha una portata ben più ampia di quanto appaia e sconfina inevitabilmente in molteplici ambiti della nostra società. Tuttavia, se dovessi racchiudere l’essenza di questa complessa questione in un’unica parola, sceglierei senza dubbio questa: superficialità. Per sviscerare questo concetto e andare al cuore del problema, è necessario chiamare in causa valori fondamentali come l’assunzione di responsabilità, una chiara visione del futuro, la disciplina e la costanza. Purtroppo, noto con amarezza che tutti questi elementi scarseggiano ovunque, tanto nei vertici che ci governano quanto alla base della società civile.
Avverto una deriva etica e culturale senza precedenti. Sebbene oggi – almeno per ora – non si viva l’incubo di guerre mondiali (un equilibrio che appare sempre più fragile) o di carestie materiali, ci troviamo di fronte a un’emergenza ben più subdola, con un’aridità interiore che rischia di diventare cronica, irreversibile. Stiamo assistendo a un impoverimento dello spirito e dell’empatia e, come ben sappiamo, in un deserto emotivo e valoriale non può germogliare alcun futuro.
A questo punto, ci troviamo di fronte a un bivio ineludibile. La prima strada è quella dell’illusione consolatoria, ovvero raccontarci che in fondo va tutto bene, che questi problemi sono sempre esistiti anche in passato e che, per inerzia, tutto si risolverà da sé. La seconda strada esige invece di fermarci, prendere coscienza della realtà e rimboccarci le maniche per tentare, con umiltà ma con determinazione, di invertire la rotta.
Esattamente Ivan. Però non è così per tutti, sicuramente per una maggioranza, quella che fornisce una immagine distopica di questa società o quella che si allinea al potere e ai media perché fa comodo. Esiste però anche una piccolissima parte di persone che si domandano e cercano di conoscersi, spesso a fatica, e cercano di costruire quei valori – di cui abbiamo scritto – dentro di sé. Seguo alcune persone e so che è così. A volte sei maestro di qualcuno, senza pur esserlo formalmente, a volte sei allievo di un altro senza pur esserlo formalmente. L’unico vero maestro è la Vita e lo spirito dentro di noi. Non cambieremo la società, almeno questa società, ma è certo che costruiremo una nuova società in luoghi forse non a noi noti ma comunque presenti nei sogni della nostra mente. Ognuno ha le proprie scelte da fare e a volte, è bene che il figlio, la società, lasci la casa di origine e faccia le sue esperienze, belle o brutte che siano. Un giorno capirà.
Ciao Ivan. Mi scuso se, nel mio intervento, ho richiamato anche altri aspetti senza considerare che sul blog fossero già stati affrontati in passato. Il mio riferimento era però limitato a questo articolo e al modo in cui qui è stato impostato il discorso. Quanto al richiamo ai “fallimenti umani”, non intendo affatto metterlo in discussione. Osservo soltanto che, formulato in questi termini, rischia di diventare una categoria così ampia da ricondurre tutto a sé. Resta naturalmente possibile che anche questo punto sia già stato approfondito altrove sul blog. Il mio voleva essere solo un contributo integrativo, non una correzione.
Condivido, sebben in largo ritardo, le Tue considerazioni. Il Genitore E’ DISTRATTO dalle proprie nevrosi ( io direi anche dai Social con i quali ha un rapporto malato….) e copre i propri sensi di colpa “caricando” l’Insegnante….
Smarrita è la via dei Principi e dei ruoli, assecondando questa frenetica vita.
Ciao Ivan
Grazie Massimo, è un piacere leggerti anche qui.