
Ci sono luoghi fisici e luoghi dell’anima in cui il confine tra ciò che crediamo di sapere e ciò che ignoriamo del tutto si fa sottile, quasi trasparente. È un confine che non si trova disegnato su alcuna mappa geografica e che nessun navigatore satellitare potrà mai indicare, ma lo si può percepire nel silenzio asettico di una stanza di rianimazione, dove l’unico suono è il battito ritmico di un macchinario salvavita, così come lo si percepiva un tempo sui campi di battaglia polverosi e insanguinati del mondo antico.
La fine della nostra permanenza terrena, quella che chiamiamo come morte, non è quasi mai un semplice interruttore che scatta su spento per lasciarci nel buio. È piuttosto un territorio di frontiera, una soglia avvolta nella nebbia su cui, di tanto in tanto, qualcuno si sofferma e vi fa ritorno. Ogni tanto capita che c’è qualcuno che, miracolosamente, riesce a guardare oltre il velo e poi, spinto da una forza primordiale e incomprensibile, ritorna indietro a raccontare l’indicibile a noi che restiamo qua, aggrappati alle nostre effimere certezze.
Negli anni Settanta del secolo scorso la modernità occidentale, intrisa di cinismo e costantemente assetata di prove tangibili e misurabili in laboratorio, si trovò all’improvviso faccia a faccia con questo mistero antico quanto l’uomo. La scienza medica decise finalmente di dare un nome e uno spazio a questo viaggio misterioso: esperienze di pre-morte, note anche come NDE (sigla dell’espressione inglese Near Death Experience).
Fu Raymond Moody, medico psichiatra e ricercatore dalla mente straordinariamente aperta, che scelse di non voltare lo sguardo di fronte all’inspiegabile e raccolse le sue indagini in un volume destinato a cambiare per sempre la nostra percezione del fine vita e coniare il come di esperienze di pre-morte. E lo ha fatto nel suo libro intitolato “La vita oltre la vita”, pubblicato originariamente nel 1975, un’opera pionieristica in cui Moody iniziò a raccogliere con pazienza certosina le voci sussurrate di chi aveva sbirciato oltre la serratura ed era tornato.
Nei corridoi dei moderni ospedali egli ascoltò donne e uomini di ogni estrazione sociale raccontare frammenti di pre-morte. I loro cuori avevano smesso di battere e le macchine registravano l’assenza totale di vita, eppure loro non si erano persi nel vuoto cosmico. Raccontavano tutti di un distacco incredibilmente pacifico dal corpo dolente e di un viaggio cosciente attraverso uno spazio buio, percorso con una leggerezza fisica mai provata prima. E poi parlavano immancabilmente di un incontro. Un incontro con una luce avvolgente che non feriva lo sguardo ma che sembrava comprendere e abbracciare l’essenza stessa dell’individuo, accettandolo per ciò che era.
La cosa più sconvolgente per i ricercatori che lessero “La vita oltre la vita” non fu la stravaganza di quelle singole storie, ma la loro disarmante e magnifica uniformità. Un filo invisibile e tenace legava i ricordi del manager americano salvato in extremis da un infarto alle visioni della casalinga risvegliatasi da un coma profondo. Vi era una geografia dell’aldilà che sembrava universale, scritta nel codice sorgente della coscienza umana e impossibile da ignorare.
Tuttavia, per comprendere davvero la profondità e l’antichità di questa rivelazione non possiamo limitarci a guardare i monitor lampeggianti delle terapie intensive. Dobbiamo viaggiare a ritroso nel tempo, immergendoci nelle radici stesse del nostro pensiero. Platone, il grande architetto delle idee che ha fondato la filosofia occidentale, ci aveva già consegnato una mappa incredibilmente dettagliata di questo territorio sconosciuto.
Dobbiamo aprire le pagine della sua opera più monumentale e celebre, “La Repubblica”, per trovare la radice del moderno concetto di pre-morte. È precisamente nel decimo libro di questo capolavoro immortale che Platone decide di abbandonare temporaneamente le rigide astrazioni della dialettica per affidare una verità suprema al linguaggio suggestivo del mito. Ed è proprio tra quelle pagine antiche che prende vita la straordinaria vicenda di Er.
Er era un soldato della Panfilia caduto coraggiosamente in battaglia. Il suo corpo, rimasto abbandonato per dieci lunghi giorni tra i cadaveri sfigurati dei compagni, venne recuperato in modo del tutto inspiegabile ancora intatto, senza alcun segno di violenza. Il dodicesimo giorno, proprio mentre si trovava posato sulla pira funeraria circondato dai pianti disperati dei familiari, Er riaprì gli occhi. E parlò. Il suo resoconto non aveva nulla del delirio febbrile di un moribondo, ma possedeva la lucidità cristallina di un viaggiatore che ha visto la vera natura delle cose. Platone gli fa descrivere il momento esatto in cui l’anima scivola via dal peso opprimente della carne mortale.
Er racconta di aver intrapreso un cammino misterioso insieme ad altre anime verso un luogo meraviglioso, una sorta di crocevia cosmico dove avvengono i bilanci definitivi della vita appena trascorsa.
Egli parla di un passaggio mistico, di fenditure nella terra e nel cielo, e soprattutto descrive una colonna di luce dritta e pura, un raggio luminoso simile all’arcobaleno ma infinitamente più brillante, che tiene unita l’intera struttura dell’universo. È il celebre Fuso della Necessità.
Leggere il decimo libro de “La Repubblica” oggi e confrontarlo con le parole raccolte da Moody millenni dopo fa letteralmente venire i brividi per la perfezione assoluta dei dettagli. L’esperienza di pre-morte delineata da Platone contiene già in sé ogni singolo elemento riportato dai moderni pazienti rianimati. C’è il senso profondo di pace spirituale e il distacco dal dolore. C’è la revisione attenta e amorevole delle proprie azioni terrene. C’è l’incontro con una dimensione vibrante fatta di pura luce e conoscenza. E c’è, inevitabile, il ritorno forzato.
A Er, infatti, viene intimato dalle entità superiori di rientrare nel suo corpo fisico per farsi portavoce, per sussurrare agli uomini distratti che le nostre azioni terrene risuonano in un’eco infinita che non si esaurisce affatto con l’ultimo respiro.
Questo grande filo narrativo e sapienziale non si è mai spezzato nel corso della travagliata storia umana, ma ha continuato a scorrere come un fiume sotterraneo. Lo ritroviamo intatto secoli dopo Platone negli scritti profondi e affascinanti di Plutarco. Nel suo trattato morale intitolato “Sui ritardi della punizione divina”, conosciuto ampiamente anche con il titolo latino De sera numinis vindicta, il pensatore e biografo greco ci regala la storia incredibile di Tespesio di Soli.
Tespesio era un uomo dal carattere egoista e disonesto che un giorno cade rovinosamente da una grande altezza, sbatte il capo in modo violento e viene creduto morto da tutti i presenti. Tre giorni dopo, proprio mentre l’intera comunità si appresta a celebrarne i funerali formali, egli si risveglia improvvisamente.
Ma l’uomo che riapre gli occhi non è più lo stesso individuo avido e meschino che era caduto. Plutarco ci fa ascoltare la voce di un uomo trasformato. Tespesio racconta di aver visto le anime fluttuare libere come bolle di luce purissima, di aver provato una vertigine cosmica inimmaginabile di fronte all’immensità dello spazio spirituale e di aver osservato i colori vibranti delle coscienze mutare a seconda delle passioni terrene che ancora le tenevano prigioniere. L’impatto di quel breve ma intensissimo viaggio oltre la soglia fu così devastante e magnificamente sconvolgente da trasformarlo all’istante in un uomo di rettitudine assoluta. Il trauma fisico aveva squarciato il velo materiale, rivelando un paesaggio immortale che cambia radicalmente e per sempre chiunque abbia la ventura di attraversarlo.
Se poi ci spingiamo ancora più in avanti lungo il grande fiume del tempo, addentrandoci nelle fitte nebbie spirituali del sesto secolo dopo Cristo, incontriamo la voce austera ma profondamente umana di Papa Gregorio Magno. La sua inestimabile testimonianza si trova custodita all’interno di un’opera che ha plasmato l’immaginario del Medioevo europeo, “I Dialoghi”. In particolare è nel quarto libro de “I Dialoghi”, redatto in un’epoca storica buia segnata da guerre sanguinose, pestilenze devastanti e dal crollo verticale delle antiche certezze imperiali, che il pontefice si sofferma a raccogliere con cura pastorale storie di persone giunte al limite estremo dell’esistenza.
Papa Gregorio Magno riporta vicende di pre-morte vissute da uomini d’armi, mercanti e semplici monaci che, a causa di febbri violente o incidenti fatali, lasciano apparentemente questo mondo per poi farvi ritorno con gli occhi ricolmi di indicibile meraviglia o di sacro terrore. Racconta di ponti strettissimi sospesi su fiumi oscuri e turbolenti, i quali mettono a nudo la vera natura della coscienza umana, e descrive prati fioriti di una bellezza così abbacinante che nessuna parola terrena potrebbe mai osare dipingere. Il Papa utilizza questi racconti eccezionali per ricordare a un’umanità disperata che la vita materiale è soltanto un minuscolo frammento di un mosaico immensamente più vasto. Sopra ogni singola cosa vige l’eterno contrasto tra la vertigine insondabile del vuoto e l’abbraccio definitivo e totale di una luce salvifica.
Leggere, raccogliere e custodire queste memorie oggi, mettendole idealmente e fisicamente accanto ai freddi referti medici contemporanei, ci impone una pausa necessaria, quasi vitale per la nostra salute mentale.
Viviamo in un’epoca frenetica che pretende con arroganza di poter misurare ogni singolo palpito del cuore, di poter ridurre l’intero e vastissimo universo interiore dell’uomo a una mera sequenza di reazioni chimiche e di sinapsi neuronali che si accendono e si spengono nel buio umido di una scatola cranica. Eppure la fiamma di questo antichissimo mistero continua a bruciare forte e chiara, sfuggente ai più potenti microscopi dei nostri laboratori ma presentissima e palpabile nel cuore pulsante di chi la sperimenta sulla propria pelle.
Quando un neurologo moderno cerca frettolosamente di liquidare uno di questi episodi di pre-morte come una semplice e banale allucinazione causata dalla mancanza di ossigeno nel cervello al momento dell’arresto cardiaco, sta offrendo una lettura puramente tecnica che forse spiega in parte la meccanica dell’evento ma che fallisce miseramente nel coglierne il senso profondo. Quella spiegazione clinica, così fredda e calcolatrice, non scalfisce minimamente la potenza trasformativa e radicale di un simile viaggio. Chi torna per “miracolo” da quella frontiera luminosa non ha più alcuna paura di morire. I reduci di questo confine estremo, che siano soldati greci o contabili newyorkesi, raccontano all’unisono di aver compreso in un solo istante di lucidità folgorante che l’amore incondizionato e la conoscenza profonda dell’animo sono gli unici veri bagagli che possiamo portare con noi nel grande viaggio verso l’ignoto.
Non c’è alcun attaccamento materiale, nessuna ricchezza accumulata o potere terreno che non si sgretoli miseramente di fronte alla vastità di quella luce descritta dal coraggioso soldato di Platone, dal peccatore redente di Plutarco, dagli uomini medievali di Gregorio Magno e dai pazienti rianimati raccontati da Raymond Moody.
Noi che restiamo qua, ancora aggrappati con le unghie e con i denti alle nostre piccole sicurezze quotidiane e alle nostre paure più inconfessabili, non possiamo fare altro che fermarci e ascoltare in rigoroso silenzio. Possiamo fare spazio a queste voci di pre-morte, lontane nei secoli ma vicinissime alla nostra stessa natura umana. Possiamo permettere a questi racconti immortali di insinuarsi dolcemente nelle crepe delle nostre vite affannate e sempre di corsa, portando con sé il respiro limpido e fresco di una dimensione altra e vastissima.
È un richiamo primordiale e affascinante. Ci ricorda con assoluta dolcezza e altrettanta fermezza che siamo tutti passeggeri in transito su un treno di cui ignoriamo l’esatta destinazione, ma il cui tragitto è intriso di un significato inestimabile, poetico e sacro. La testimonianza ininterrotta che unisce magicamente le pire funerarie della Grecia antica ai letti sterilizzati dei nostri giorni ci consegna una certezza silenziosa e incrollabile. Ci suggerisce che la fine della nostra piccola partitura terrena non significa necessariamente la fine della musica, ma molto probabilmente segna solo l’inizio di una sinfonia maestosa che le nostre orecchie, almeno per il momento, non sono ancora in grado di ascoltare in tutta la sua dirompente bellezza.





4 commenti
Ho letto anche questo nuovo articolo con vero interesse, perché tocca un tema che, almeno per quanto mi riguarda, non riesce mai a lasciarmi del tutto indifferente.
È uno di quegli argomenti davanti ai quali sento convivere due movimenti opposti; da una parte il fascino, quasi naturale, per ciò che sembra aprire uno spiraglio oltre il limite della vita; dall’altra una prudenza interiore che non riesco, e forse nemmeno voglio, mettere completamente a tacere.
Negli anni mi è capitato di leggere diversi riferimenti su questo tema, dal mito di Er in Platone fino a testimonianze moderne come Milioni di farfalle di Eben Alexander. Sono racconti che colpiscono, perché sembrano parlare da luoghi diversi dello stesso mistero, e in alcuni passaggi riescono perfino a consolare. Sarebbe ingiusto liquidarli con leggerezza, come se non avessero alcun valore umano. Allo stesso tempo, però, non riesco a trasformarli in una certezza, né ad accoglierli come una verità da assumere per fede… Forse la mia posizione resta semplicemente questa: ascoltare con rispetto, lasciarmi interrogare, riconoscere la forza suggestiva e anche spirituale di certe testimonianze, ma continuare a sostare nel dubbio. Non un dubbio freddo o sprezzante, piuttosto un dubbio umano, quasi necessario. Come davanti a una porta socchiusa: posso guardarla con speranza, posso perfino sorridere all’idea che oltre ci sia qualcosa, ma non sento di poter dire con certezza che cosa vi sia davvero dall’altra parte.
Grazie del tuo interesse autentico, Carletto. E grazie della tua riflessione, che apprezzo e reputo lecita, come dinanzi a qualsiasi mistero che ci riguarda come umanità. Del resto, se un argomento avesse una verità concreta e lampante, allora non sarebbe più un mistero. Lo scritto vuole solo incuriosire riguardo a quella strana coincidenza delle descrizioni molto simili, riportate nel corso dei secoli da chi ha vissuto delle esperienze di pre-morte, e vuole anche far vacillare la certezza secondo cui, dopo la morte, ci sarà solo il nulla e il vuoto cosmico.
Un abbraccio.
Cosa si può dire dopo una esposizione così bella? Cosa si può dire dopo che filosofi e studiosi hanno scritto così tanto su questo argomento? Forse, poco o nulla. Forse, solo un proprio personale pensiero, sperando di non cadere nel qualunquismo o in una esposizione superficiale di un tema che ha ben poco di superficiale.
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Credo che anche l’aldilà cambia in rapporto al nostro al-di-qua, quello che noi vediamo è lo specchio di ciò che accade altrove, un altrove che io chiamo interiore e altri spiritualità. Il limite delle parole e dello stesso linguaggio, per poter raccontare qualcosa che non è raccontabile, lo conosco bene. Quando sprofondi dentro te stesso la mente si perde in un tutto e non percepisci più nulla, perché non ci sono più confini e distinzioni. Se per l’io è la morte, per l’anima o il tuo vero sé è la vita ed è proprio per questo motivo che morte e vita risiedono nello stesso spazio e tempo come due facce della stessa moneta. La mente divide, misura, confronta, memorizza mentre il cuore unisce, pulsa, condivide, ama ed è per questo motivo che la vita è una sola ed è una interminabile corsa attraverso innumerevoli porte da uno spazio all’altro e da uno stato di coscienza all’altro. Quando cerchi risposte e scavi interiormente dentro di te scopri che ogni giorno è nuovo perché dopo ogni notte sei morto, scopri che il tuo interiore è come avere un cubo di Rubik che cambia le proprie facce ogni giorno e ti ritrovi a dover partire sempre da zero. Eppure, quelle facce diventano sempre più famigliari e vedi al di là della tua mente che ogni scoperta di te stesso è lì in quei tasselli, sempre vivi dentro di te e anche quando hai perso ogni speranza e pensi che l’ultimo tuo desiderio è quello di morire, allora inizia a sgorgare la vita come un vulcano che se pur ti sta bruciando ogni parte di te, ti permette in seme di dare la vita a nuove storie, a un nuovo tuo sé ed io. È importante in quei momenti non disperare e ringraziare anche l’ultima morte, perché è solo l’ennesima porta per una realtà diversa, quella che hai creato coscientemente.
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Questo penso.
Ti ringrazio, Paolo, per aver espresso il tuo pensiero. È vero che certi argomenti sono stati dibattuti tanto in passato, ma ogni esposizione ulteriore, ogni riflessione in più, arricchisce sempre, fosse anche solo come conferma, o come una parola o una frase che da sola schiude un intero universo di possibilità. Quindi grazie davvero, anche per il tuo stile di scrittura, che apprezzo molto.