
Perché non riusciamo più a risparmiare?
È una domanda che tutti, prima, o poi ci poniamo.
E insieme alla domanda è l’ansia che proviamo aprendo l’app della banca, vedendo il saldo che si riduce troppo velocemente, molto prima della fine del mese. È la preoccupazione che sentiamo al supermercato, quando ci accorgiamo che il carrello costa molto di più rispetto a qualche anno fa, pur essendo meno pieno. È la constatazione amara di fine mese, quando guardiamo il conto e realizziamo che le spese quotidiane hanno, ancora una volta, assorbito interamente la cifra che speravamo di mettere da parte.
Ci sentiamo in colpa. Ci sentiamo incapaci. Del resto siamo i figli e i nipoti di generazioni che hanno costruito fortune sulla frugalità, che hanno tirato su case mettendo da parte la “mezza paga” dello stipendio, che ci hanno insegnato la storiella della cicala e della formica.
Oggi, invece, siamo diventati tutti cicale. Ma non per scelta, e non stiamo nemmeno cantando.
La verità scomoda è che per la classe media il risparmio non è più una scelta di virtù, ma un lusso che non ci si può permettere. Abbiamo rotto il patto non scritto con il futuro: quello per cui, lavorando onestamente, una parte del presente potesse essere accantonata per la sicurezza del domani. Quel patto è evaporato e al suo posto è rimasta l’ansia.
Ma chi sono i colpevoli?
Per chi scrive, il primo colpevole ha un nome tecnico ma effetti concretissimi: inflazione.
Ma non quella che leggiamo sui titoli dei giornali, non il dato “ufficiale” dell’ISTAT che media tra l’aumento delle auto di lusso e il calo dei televisori al plasma.
Il problema è il divario tra l’inflazione reale e quella percepita. O meglio, l’inflazione subìta.
Quando l’ISTAT annuncia un’inflazione media annua, mettiamo, del 2%, quel dato è un’astrazione statistica. La realtà è nel “carrello della spesa”. Negli ultimi due anni, i beni alimentari, le bollette energetiche e, soprattutto, gli affitti e i mutui hanno subito rincari che non si misurano in decimali, ma in multipli. Parliamo di aumenti del 10%, 20%, a volte 30% sui beni di prima necessità.
Il risultato è un’erosione silenziosa che agisce come l’acqua sulla roccia. I nostri stipendi, anche quando “stabili”, restano fermi. Un mio caro amico di 45 anni, impiegato monoreddito con due figli, me lo ha riassunto così l’altra sera: «Non sono ancora povero, sia chiaro. Ma sono perennemente “a pari”. Il mio stipendio non è diminuito, ma compro letteralmente meno cose. Il costo dei trasporti per andare al lavoro, la spesa, la rata del mutuo variabile: queste tre cose si sono mangiate ogni singolo euro che prima riuscivo a mettere via per le vacanze o per un’emergenza».
Ci sentiamo come su un tapis roulant impostato su una pendenza che aumenta di un grado ogni mese: corriamo sempre più veloci, sudiamo il doppio, solo per rimanere esattamente dove siamo. Una situazione da me anticipata anni fa nel mio libro Schiavi del Tempo.
Questa pressione costante sul presente ha una vittima illustre: il risparmio precauzionale.
Non stiamo parlando di risparmiare per comprare la seconda casa o la barca. Parliamo del “cuscinetto”. Quei soldi messi da parte per l’imprevisto: la lavatrice che si rompe, il dentista per un figlio, la frizione dell’auto che parte.
I dati sulla propensione al risparmio delle famiglie italiane sono impietosi. Se escludiamo il picco anomalo del 2020 (quando non potevamo spendere a causa del lockdown), il tasso di risparmio è crollato ai minimi storici. Non risparmiamo più perché, semplicemente, non avanza nulla. Le spese fisse e incomprimibili (il “Cost of Living”) hanno raggiunto e superato le entrate.
Questo ci proietta in una dimensione di perenne vulnerabilità. Vivere senza cuscinetto significa vivere sull’orlo di un piccolo burrone finanziario. Qualsiasi minimo inciampo non è più un fastidio, ma una potenziale catastrofe.
È qui che il pensiero del sociologo Zygmunt Bauman diventa quasi profetico. Sebbene parlasse di modernità liquida in senso più ampio, la sua analisi sull’incertezza ci calza a pennello. Nel suo libro L’arte della vita, Bauman scrive: «L’incertezza è l’habitat naturale della vita umana, sebbene la speranza di sfuggire ad essa sia il motore delle attività umane. Sfuggire all’incertezza è un ingrediente fondamentale, o almeno il tacito presupposto, di qualsiasi immagine composita della felicità. È per questo che una felicità “autentica, adeguata e totale” sembra rimanere costantemente a una certa distanza da noi: come un orizzonte che, come tutti gli orizzonti, si allontana ogni volta che cerchiamo di avvicinarci a esso.»
Abbiamo interiorizzato questa incertezza. Il problema è che abbiamo perso lo strumento principale per difendercene: il risparmio. E così, l’ansia finanziaria diventa il sottofondo costante delle nostre vite.
Cosa succede quando l’imprevisto arriva e il cuscinetto non c’è? Fino a vent’anni fa, e dove possibile, si chiedeva un anticipo alla famiglia o, in casi estremi, un piccolo finanziamento in banca.
Oggi abbiamo inventato una soluzione molto più rapida, seducente e pericolosa: il “Buy Now, Pay Later” (BNPL). Il boom di questi servizi è il sintomo più chiaro della nostra incapacità di risparmiare. Il BNPL non è altro che la rateizzazione dell’impossibile. Non potendo pagare 100 euro oggi per i libri scolastici di nostra figlia, li paghiamo in cinque rate da 20. Non potendo pagare 600 euro di pneumatici invernali, li paghiamo in quattro rate da 150.
Il BNPL agisce come un antidolorifico: non cura la malattia (la mancanza di liquidità), ma toglie il dolore immediato dell’esborso. È un’aspirina finanziaria. Il problema è che ne stiamo diventando dipendenti. Abbiamo iniziato con l’elettronica e la moda, e ora, in molti Paesi, il BNPL si usa persino per pagare la spesa al supermercato o le bollette.
Stiamo finanziando il nostro presente, il nostro stile di vita minimo, contraendo micro-debiti con il nostro futuro. È un castello di carte pericolosissimo.
David Graeber, nel suo monumentale Debito: I primi 5000 anni, ci ha messi in guardia sulla natura morale del debito. Scrive Graeber che l’idea di “pagare i propri debiti” è stata trasformata da semplice accordo economico a “fondamento della moralità”. Ci sentiamo moralmente obbligati a pagare le nostre piccole rate, e questo ci fa sentire “responsabili”, mentre in realtà stiamo solo mascherando una falla strutturale. In altre parole, stiamo usando il debito per sostituire il risparmio.
Ma c’è un ultimo strato, più subdolo e culturale, che non ci permette più di risparmiare. Viviamo nella società della performance e dell’apparenza. L’incapacità di risparmiare non è solo un problema economico; è aggravata da una pressione sociale a consumare per esistere.
I social media ci bombardano con standard di vita (vacanze, ristoranti, case perfette) che sono, per la maggior parte di noi, irraggiungibili. Eppure, la pressione a partecipare, a “esserci”, è immensa. Dire «non vengo a cena fuori perché devo risparmiare» non è più visto come un atto di prudenza, ma quasi come una sconfitta sociale.
Siamo intrappolati tra l’incapacità oggettiva di accantonare (perché i costi fissi ci soffocano) e l’incapacità psicologica di rinunciare (perché la rinuncia equivale all’esclusione sociale). Abbiamo trasformato il risparmio da virtù a stigma.
Quindi, tornando alla domanda iniziale: perché non riusciamo più a risparmiare?
Perché il nostro stipendio vale meno.
Perché il costo della semplice sopravvivenza (mangiare, abitare, muoversi) è esploso.
Perché abbiamo sostituito il cuscinetto del risparmio con il cerotto del debito a breve termine.
E perché la società ci chiede di consumare anche quando non potremmo.
È arrivato però il momento di smettere di sentirci in colpa. È ora di smettere di pensare che sia un fallimento individuale.
Il salvadanaio si è rotto, è vero. Ma tanti di noi non l’hanno rotto per comprare un capriccio. Si è crepato sotto il peso di un sistema economico che ha smesso di premiare la prudenza e ha iniziato a tassare la normalità.
La vera domanda, forse, non è “Perché non riusciamo più a risparmiare?”, ma è diventata una domanda molto più cupa: “Questo sistema è ancora progettato per permetterci di risparmiare?”. Se la risposta è no, allora il problema non è nel nostro conto in banca. È molto, molto più radicato e subdolo.





19 commenti
Assolutamente l’analisi del perchè non risparmiamo più, perlomeno nel ceto medio. Complimenti Signor Petruzzi! Condivido ben volentieri tra gli amici. Cordiali saluti.
Salve Antonio, grazie per aver letto l’articolo, apprezzo il suo tempo e mi auguro di averla ancora come lettore. A presto.
Le banche hanno da sempre giocato sulla sicurezza: la doppia firma, la richiesta di un lavoro con remunerazione sicura, tassi elevati, un’assicurazione che ripaghi in caso di insolvenza, ecc. Quando hanno visto sorgere i problemi con il piccolo contribuente, hanno delegato le finanziarie ai piccoli prestiti (e alcune di esse sono magicamente diventante banche grazie ai guadagni) e poco dopo, infatti, sono nate le agenzie di recupero crediti. Oggi, sono tante le banche che si sono convertite, o hanno aggiunto ai loro servii, in assicurazioni o in centri di assistenza all’investimento. Tutto in funzione del loro mantenimento e quando gli va male interviene lo Stato, quello Stato che sappiamo quanto prende da ogni movimento finanziario tra tasse dirette e indirette. È tutto sotto gli occhi di tutti: il cambiamento in euro, il denaro a debito e la necessità di doversi difendere da una qualsiasi accusa portando le prove (infatti ricorderò per sempre il fatto di dover dimostrare con un test, atto medico imposto, di essere sano per poter lavorare). Non voglio entrare nel personale e raccontare cosa ho passato o quante decine di migliaia di euro sono uscite per potermi non piegare al sistema che comunque ha lasciato una ferita dentro di me indelebile, però dirò che troppo spesso le persone pensano al futuro come ad una cosa certa. Eppure non c’è nulla di certo, chi mai può garantire il futuro? Nessuno. Sarebbe stato normale essere cauti, parsimoniosi, attenti e invece no, il desiderio prende la mano e si spende più del dovuto. I media non aiutano ma anzi sono la mano lunga di questo annunciato disastro. Il problema è alla radice: quanto ci conosciamo? Quali sono le nostre risorse? Non è questione di numeri, ma di valori interiori, o meglio di mancanza di valori interiori e di meccanismi di compensazione.
Grazie Paolo, leggere il tuo punto di vista è sempre un piacere. Non tanto perché si debba condividere per partito preso, quanto perché reputo la tua prospettiva originale, figlia di un essere pensante. Ed è quanto basta.
Chiedo scusa per la lunghezza di questo commento, ma i passaggi logici sono necessari per costruire il concetto fino in fondo.
Vorrei aggiungere una precisazione che spesso resta sullo sfondo, ma che è decisiva per capire perché oggi, in Europa, il risparmio privato sembri un miraggio.
La tua analisi “dal basso” – famiglie con stipendi fermi, prezzi dei beni essenziali in fuga, e un cuscinetto sociale che evapora – è perfetta. Ma per completare il quadro, dobbiamo guardare anche “dall’alto”, al modo in cui la moneta arriva (o non arriva) nelle nostre tasche.
Se osserviamo l’economia attraverso la lente dei bilanci settoriali, emerge una regola contabile fondamentale: i saldi finanziari dei tre grandi settori (Stato, settore privato interno, settore estero) devono sempre bilanciarsi. In parole povere:
• Se lo Stato spende più di quanto tassa, immette moneta netta nel settore privato. È un’aggiunta di liquido.
• Se, al contrario, lo Stato tassa più di quanto spende, drena moneta dal settore privato. È una sottrazione.
Il nostro risparmio, quindi, non è solo una questione di virtù personale, ma dipende essenzialmente da quanto il settore pubblico immette moneta netta nel sistema.
Provo a spiegarlo con una metafora, che sviluppo in un elenco puntato per chiarezza:
• L’acquario è l’economia del nostro paese.
• Noi, famiglie e imprese, siamo i pesci che ci nuotano dentro.
• La moneta che circola è l’acqua.
• La spesa pubblica è il rubinetto che fa entrare acqua nuova.
• Le tasse sono lo scarico che fa uscire l’acqua, per evitare che l’acquario si allaghi.
Finché dal rubinetto entra un po’ più acqua di quanta ne esce dallo scarico, i pesci nuotano tranquilli e alcuni riescono persino a accumulare una piccola scorta. Ma se lo scarico drena più di quanto il rubinetto immette, il livello dell’acqua cala e i pesci iniziano a boccheggiare, lottando per una risorsa sempre più scarsa. È esattamente la sensazione di essere “sempre a pari” che descrivi.
Ora, questo meccanismo funziona in modo ideale solo in uno scenario preciso: quando lo Stato è anche il sovrano emittente della moneta che usa. In questo caso (spiegato dalla teoria cartalista), la moneta vale perché lo Stato la crea e richiede il pagamento delle tasse in quella stessa moneta. Lo Stato è il proprietario dell’acquario: prima apre il rubinetto (spende), immettendo moneta, e poi regola il livello con lo scarico (tassa). Le tasse non “finanziano” la spesa; servono a gestire la liquidità e a controllare l’inflazione.
Qui arriva il punto cruciale: in questo scenario, il “debito pubblico” è un termine fuorviante. Sono titoli di Stato (BOT, BTP, ecc.), sì, ma per uno Stato sovrano che emette la sua moneta, questi titoli non sono un “debito” nel senso comune, come il mutuo di una famiglia. Sono meglio descritti come un “credito pubblico”: un servizio offerto da Stato ai cittadini, un asset finanziario privo di rischio di default in quella valuta, che il settore privato può liberamente acquistare se desidera risparmiare in una forma sicura e remunerata. Lo Stato, in quanto emettitore della moneta, non può mai “rimanere senza” per pagare i titoli in scadenza. Potrebbe crearne di nuova per onorarli.
In Eurozona, però, non siamo in questo scenario. Gli Stati che usano l’euro non sono i creatori sovrani della moneta. Sono utenti, come noi. Devono procurarsela. Se uno Stato vuole spendere più di quanto incassa, non può creare euro; deve prenderli a prestito dai mercati finanziari, promettendo di restituirli con un di più: l’interesse.
La metafora dell’acquario si deve quindi dividere in due scenari:
• Acquario 1 (Stato con moneta sovrana): Lo Stato controlla il rubinetto. Se l’acqua è poca, lo apre. Se è troppa, apre lo scarico. Le tasse sono uno strumento di regolazione. Il “debito” è in realtà un “credito” per il settore privato, un’attività finanziaria sicura.
• Acquario 2 (Stato nell’euro): Il rubinetto c’è, ma è collegato a una cisterna esterna che lo Stato non controlla. Per avere più acqua, deve chiederla in prestito, con la promessa di restituirla con una “tazza in più” (l’interesse). Qui sì che si genera un vero e proprio debito, nel senso più classico e pericoloso del termine: un’obbligazione in una valuta che non si controlla, soggetta al rischio di fiducia dei mercati e, in teoria, di default. È un flusso di moneta che, anno dopo anno, esce strutturalmente dall’acquario pubblico verso il settore finanziario.
Ma il problema non si ferma qui. C’è un aspetto altrettanto vitale: il circuito privato del risparmio si è distorto.
In passato, il risparmio delle famiglie veniva canalizzato dal sistema bancario tradizionale (dalle Casse Rurali al Credito Cooperativo) verso il finanziamento dell’economia reale locale: il prestito all’impresa che assume, al negozio che ristruttura, alla famiglia che compra casa. Il denaro restava nell’acquario, alimentando un circolo virtuoso.
Oggi, la stragrande maggioranza di quei pochi risparmi che riusciamo ad accumulare viene incanalata non verso l’economia produttiva, ma nel circuito della speculazione finanziaria globale: fondi d’investimento, prodotti strutturati, trading algoritmico. È come se, oltre al tubo che drena gli interessi sul debito pubblico, si sia attivato un secondo tubo di drenaggio che risucchia il risparmio privato dall’acquario dell’economia reale per disperderlo nel vasto oceano della finanza globale, che non sempre rifluisce in investimenti… produttivi qui.
Ed è qui il cuore del problema: non è il debito in sé, ma il fatto che in un sistema a moneta non sovrana, la componente interessi diventa un drenaggio strutturale e automatico di ricchezza. A questo si somma la deviazione del risparmio privato verso la finanza speculativa invece che verso il credito produttivo.
È un doppio drenaggio: lo Stato non può più riempire l’acquario come servirebbe, e il poco che c’è dentro viene costantemente risucchiato via, sia dalla tassa strutturale degli interessi sul debito, sia dalla fuga del risparmio verso la speculazione.
Dal punto di vista delle famiglie, il risultato è drammatico in modo triplo: ai rincari e alla stagnazione dei redditi, si somma un settore pubblico a secco e un sistema creditizio che non alimenta più il territorio. Nel nostro settore privato circola quindi, strutturalmente, meno moneta di quanta ne servirebbe non solo per vivere, ma anche per risparmiare. Noi percepiamo tutto questo come un “non avanza mai niente”.
Per questo, alla tua domanda finale, proverei ad aggiungere una lente in più: non solo “questo sistema è ancora progettato per permetterci di risparmiare?”, ma anche: “questo sistema è progettato per far circolare abbastanza moneta nel settore dove vivono i cittadini, o è progettato per far tornare quella moneta, con un interesse, a chi l’ha prestata, e per dirottare il risparmio verso la speculazione invece che verso la produzione?”.
Nel primo caso, il risparmio è una virtù praticabile. Nel secondo, diventa un atto di resistenza estrema. E allora il senso di colpa delle famiglie è non solo fuori luogo, ma controproducente. Non hanno rotto loro il salvadanaio; è stato svuotato da un sistema monetario e finanziario che, nelle sue fondamenta, non premia la prudenza ma la rende un’impresa eroica, e che dirotta le nostre faticose economie lontano dall’economia reale.
Grazie per avermi letto.
Molto bella la metafora dell’acquario! Sinceramente non la conoscevo e non l’avevo mai concettualizzata, ma potrei scriverci addirittura un articolo.
Quindi grazie, Carletto, per il tuo prezioso commento. Seppur lungo, condivido molto di quanto hai già scritto, ma evito di ribadire gli stessi concetti per non creare troppa ridondanza. Sei stato molto utile e pratico con questa tua aggiunta.
L’idea dell’acquario è ottima. Voglio chiedere a Carletto se posso prendere quella riflessione, citandolo, e ripubblicarla ad alcuni amici su Telegram.
Caro Ivan
Premetto che il mio pensiero non è un accusa, credo che molti di noi (me compresa)almeno una volta sono caduti nella trappola:”se vuoi,puoi ” inteso come possedere qualcosa. Salvo poi accorgersi tra la differenza del poter davvero e prezzo (altissimo!) da pagare.
Spesso,guardando conoscenti e altre persone mi sono chiesta il perché di certi comportamenti. Perché devo indebitarmi per fare una vacanza? Poi quando torno, devo faticare il doppio per pagare il debito: straordinari,doppio lavoro ecc.
Appartengo ad una generazione dove in linea di massima c’era una regola non scritta: se non puoi permetterti di fare una cosa, non la fai,punto.
Ora,da tempo,hanno illuso (chi si è lasciato illudere) che tutto è possibile! Puoi comprare tutto! Puoi fare finta di essere ricco,macchina e altri simboli di ricchezza ostentata, rigorosamente al vicino di casa o ai parenti. E chiaramente se anche tu non fai come quasi tutti, sei socialmente da escludere, criticare ed emaginare…ovvio!
E qui viene fuori un altro aspetto…la miseria umana…
Si,perché quando fai finta di essere quello che non sei, fai cose che rivelano quello che che sei: portare via zucchero e salini al ristorante, dire che una pietanza non era buona(dopo che ne hai mangiata meta’) per avere lo sconto, contrattare o peggio dimenticarsi di pagare la collaboratrice di casa( serva,che molti non possono permettersi ma ce l hanno), comprare su siti che sfruttano persone e peggio…hanno prodotti nocivi e scadenti…strano…hanno paura delle malattie ma non si fanno problemi ad indossare una maglietta al petrolio!
Carissimi, voi siete partiti dall alto, il mio pensiero parte dai bassi fondi, dove,tutte le decisioni prese dall alto sfociano in una guerra tra poveri.
È stato sfruttato un sentimento negativo tra le masse: l invidia, che funziona come un fiammifero su molti.
Ecco,se uccidi il drago dell invidia dentro di te…hai già vinto!
Un saluto a tutti!
Cara Franca, il tuo ragionamento è ineccepibile e centra perfettamente il punto sulla società della performance e dell’apparenza che ho menzionato nell’articolo.
Hai colto la dinamica fondamentale: è una struttura voluta dall’alto (dal sistema economico, mediatico) ma, al contempo, perversamente accettata e alimentata dal basso. Il motivo è proprio quello che indichi: permette la pericolosa illusione di poter essere ciò che non si è.
Un’illusione che in passato era difficilmente attuabile, mentre oggi, protetti da uno schermo o al volante di un’auto che sembra un’astronave, chiunque può proiettare un’immagine di sé che ignora (o, peggio, tradisce) la necessità umana fondamentale: quella di accettarsi per come si è.
Si innesca così una competizione sfrenata a chi appare di più e meglio degli altri, dove il presenzialismo – l’esserci a tutti i costi – diventa l’ambizione massima. L’importante è “esserci”, sempre e comunque, spesso a prescindere dalla reale sostanza o persino dalla propria reale possibilità.
Tutto molto chiaro ma manca la soluzione, l’atto di resistenza necessario per rompere questo circolo vizioso.
Non ci sto a sottostare a questa “mungitura”.
Da sempre abituato al risparmio, cresciuto con l’esempio di P.d.P. ho messo, per forzarmi a non posticiparlo, l’accantonamento su fondi a medio termini con un RID. Nel mio piccolo contrasto questo sistema con il baratto (sono un artigiano ed i miei clienti sono anche agricoltori e/o piccoli commercianti) e con grande uso della compravendita dell’usato.
Cos’altro possiamo fare?
Non ditemi “ricordatene quando voterai” perchè vi reputo più intelligenti .
Enzo, credo che non esista una soluzione universale, bensì individuale. Del resto, tu stesso stai adottando un piano personalizzato per le tue esigenze e la tua realtà circostante.
Lo scopo dei miei articoli non è quasi mai offrire soluzioni facili, proprio perché non esistono. Le soluzioni devono essere create su misura, altrimenti non funzionano.
E confermo che il voto, in queste circostanze, ha un’influenza pari a zero. L’importante è capire che da tempo provano a fregarci. Ora sta a noi scegliere se stare al gioco oppure tentare qualcosa di alternativo. E che le alternative per non lasciarsi fregare ci siano, lo dimostri anche tu con la tua testimonianza.
Grazie Paolo, mi fa piacere che ti sia piaciuta. La metafora dell’acquario non è solo roba mia: l’avevamo elaborata parecchi anni fa in ambienti MMT proprio per rendere più accessibili concetti di macroeconomia che di solito vengono detti in modo troppo tecnico. Se ti è utile, condividila pure, ma davvero non c’era bisogno di chiedere. L’obiettivo è che questi strumenti girino e possano diventare di interesse comune.
Ciao Franca, il tuo è l’altro lato della stessa medaglia. Io ho descritto un acquario in cui entra sempre meno acqua dal rubinetto: lo spazio dove possono muoversi i pesci si abbassa piano piano, non perché loro siano diventati spreconi, ma perché dall’alto non ne arriva abbastanza.
Tu invece hai messo a esattamente fuoco quello che succede dentro l’acquario quando l’acqua è poca: i pesci, invece di dire ‘ok, facciamo i movimenti giusti per non sprecare’, iniziano a fare le piroette per farsi notare dagli altri. È come se, con l’acqua bassa, qualcuno dicesse: ‘guardate me!’ e si mettesse a schizzare in giro. Ma quando schizza, non crea acqua nuova: la stessa poca acqua va solo in faccia agli altri pesci. Ci bagniamo tra di noi, ma il livello non sale.
Per capirci: in un acquario con poca acqua i pesci dovrebbero stare bassi, muoversi lenti, non fare casino. Cioè: stile di vita sobrio, niente debiti per apparire. Se invece fanno acrobazie per sembrare più belli del vicino – macchina a rate, vacanza a rate, oggetti ‘perché ce l’hanno tutti’ – consumano ancora di più quella poca acqua che c’è.
Ecco perché dico che le due cose vanno insieme: se il sistema ci prosciuga dall’alto (rubinetto che non riempie e scarico sempre aperto) e noi, nel frattempo, dentro ci mettiamo pure la gara a chi luccica di più (i pesci-show), allora il risparmio diventa un’impresa. Finché non rimettiamo in riga sia il sistema che non immette abbastanza, sia il nostro bisogno di apparire che ci fa spendere quello che non abbiamo, il risparmio resterà un esercizio di resistenza, non una normale abitudine.
Ciao Carletto,Ivan e Paolo quanto dite mi trova d’accordo.
C’è una frase,( non mia, che un signore noto ha detto tempo fa):” fai quello che puoi,con quello che hai, lì dove sei”
Questo pensiero mi accompagna da un po di tempo, ed è diventato parte della mia vita stessa.
Un caro saluto a tutti e grazie per questa opportunità di scambio di vedute.
Enzo, mi piace il tuo commento così diretto e costruttivo. Hai perfettamente ragione: la diagnosi, per quanto accurata, non basta. È sulle soluzioni e sulle forme di resistenza che si gioca la partita.
Il tuo approccio è encomiabile e, contrariamente a quanto possa sembrarti, non è “piccolo”. Il baratto, la compravendita dell’usato e l’accantonamento automatizzato sono atti concreti che, oltre a essere virtuosi per te, compiono tre operazioni fondamentali:
1. Sottraggono risorse al circuito predatorio: Ogni scambio che bypassa il sistema finanziarizzato è un euro che rimane sul territorio e non alimenta la macchina della speculazione.
2. Ricostruiscono capitale sociale: Il baratto non è solo uno scambio di beni, ma di fiducia e relazioni; e se vuoi, la base di un’economia “umana”.
3. Riaffermano la tua sovranità: Decidere dove e come allocare le tue risorse è il gesto più potente di dissidenza pratica.
Hai chiesto “cos’altro possiamo fare?”. Consentimi di provare a integrare la tua lista, partendo proprio dalle tue solide basi e dalla tua identità di artigiano. (So che sarà un po’ lungo, ma è necessario per non lasciare buchi nel ragionamento)
1. Potenziare l’Azione Collettiva (Dalla Tua Bottega alla Rete)
La tua forza può moltiplicarsi in rete. Il baratto con clienti/fornitori è un ottimo inizio, ma può evolversi in un sistema vero e proprio.
• Dalle Chiacchiere ai Fatti Locali: Cerca nella tua zona una DES (Rete di Economia Solidale) o un GAS (Gruppo di Acquisto Solidale). Non sono solo per i consumatori: sono reti perfette per un artigiano per trovare nuovi clienti consapevoli e stringere alleanze con altri produttori. Potresti proporre la tua manodopera in cambio di generi alimentari per la tua famiglia, o di materie prime per la tua attività, istituzionalizzando il baratto.
• Cooperative di Comunità: Perché non parlare con gli agricoltori e i piccoli commercianti con cui già scambi, per creare un “Distretto dell’Economia Solidale”? L’obiettivo potrebbe essere un marchio collettivo che identifichi i prodotti e i servizi della vostra filiera etica, o addirittura un fondo mutualistico per sostenere gli investimenti di ciascuno.
2. Colpire il Sistema Finanziario Dove Fa Male (Oltre il RID)
Il tuo RID è un buon inizio, ma ti invito a guardare oltre:
• Switch Bancario Consapevole: Spostare i propri risparmi e il conto di impresa verso una Banca di Credito Cooperativo o una Banca Etica non è solo una scelta personale. È un modo per dire che i tuoi soldi devono lavorare per finanziare altre piccole imprese e progetti sociali nel territorio, non derivati e speculazione. È un voto con il portafoglio che ha un impatto reale.
• Educazione Finanziaria “Ribelle”: Imparare a distinguere un investimento produttivo da uno speculativo. Potresti esplorare l’idea dei mini-bond emessi da piccole e medie imprese italiane: presti soldi direttamente a un’azienda reale per un suo progetto di sviluppo. Se ci pensi bene, è il contrario di comprare un prodotto anonimo della grande finanza.
3. Agire sul Piano Culturale e Politico (Senza Aspettare il Voto)
Hai centrato il punto: la soluzione non è “solo” nel voto, ma nell’azione politica quotidiana.
• Associazionismo e Lobby Dal Basso: Sostenere associazioni di categoria alternative o movimenti che fanno contro-informazione e pressione concreta su temi che ti toccano da vicino: la semplificazione burocratica per le microimprese, le agevolazioni fiscali per chi pratica l’economia circolare, le leggi a favore della filiera corta.
• Disobbedienza Civile Finanziaria e di Consumo: Oltre a contestare le tasse ingiuste (come le accise sulla benzina, un costo per la tua attività), puoi fare una mappatura consapevole dei tuoi fornitori. Scegliere di non acquistare materie prime da aziende che delocalizzano o inquinano, preferendo chi ha una storia etica, è un’azione politica potentissima.
La risposta alla tua domanda, Enzo, è che, come dice anche Ivan, non esiste un’unica soluzione, ma un ecosistema di resistenze. Tu ne stai già praticando diverse. L’obiettivo non è (solo) salvare sé stessi, ma ricostruire pezzo per pezzo un’alternativa funzionante che, crescendo, renda irrilevante il sistema attuale.
Enzo, hai già iniziato a tirare un filo. Ora occorre tessere la rete con altri come te. Proprio come Franca con il suo progetto ‘Ti passo il filo’ – che non a caso porta quel nome bellissimo – dove ogni gesto di condivisione è un intreccio che fortifica la trama della vera comunità.
“Questo sistema è ancora progettato per permetterci di risparmiare?”. Signor Ivan Petruzzi lei sicuramente sa meglio di me che risposta dare alla domanda che ha posto nel suo articolo. Certo che il problema è radicato e subdolo, è palese. Forse capisco anche il motivo del suo contenersi… La libertà d’ espressione non è ben accetta nel nostro paese, meglio non alzare troppo la voce. Uso anch’ io una metafora, una delle più famose… Quella della rana che viene bollita un poco alla volta in modo che non salti fuori prima che sia troppo tardi. A me sembra di percepire che in questo preciso momento storico la temperatura dell’ acqua che si trova nella pentola dove ci stanno bollendo, abbia assunto temperature piuttosto elevate.
Salve Simone, conosco bene la metafora della rana bollita, avendola trattata anche su questo blog. Concordo pienamente con il suo riferimento, che trovo calzante. In verità, il mio non è un vero e proprio “contenermi”: sono convinto che chi vuole capire capisca ugualmente, senza bisogno di esporre tutto alla luce del sole. Chi invece non vuole capire, girerà la testa dall’altra parte anche dinanzi all’evidenza. Grazie per la sua comprensione e per il commento.
Ciao carissimo, grazie a te. Oggi ti darò del tu, spero non sia un problema. Ho letto solo ora la tua risposta al mio commento, mi ha fatto molto piacere. Ti ho conosciuto da poco (come scrittore ovviamente) ciò nonostante ho già letto “Schiavi del tempo” e “Liberi dentro, liberi fuori”. Attualmente sto leggendo “La cattiva abitudine di essere infelici” dopodiché non tarderò a “papparmi” anche “Sette lettere dal futuro per l’ umanità”. Ti assicuro che (purtroppo) non sono un gran lettore, di solito lo faccio più per dovere che per piacere, ma con i tuoi libri e non solo quelli, la lettura per me diventa tanto interessante quanto gradevole.
E’ impressionante l’ empatia che percepisco leggendoti. E’ come se i tuoi testi siano stati scritti dopo aver scandagliato i processi della mia psiche. Ora però non voglio dilungarmi troppo, tra l’ altro sono anche off topic. Continua cosi.
Ciao Simone, nessun problema, figurati! Non sapevo di avere un lettore così presente e soddisfatto di ciò che scrivo. Sapere di essere in sintonia mi fa molto piacere, soprattutto in un mondo in cui si legge sempre meno e si ha sempre qualcosa da ridire.
Trovo che la lettura debba essere principalmente un esercizio di ascolto e di espansione, utile a comprendere chi c’è oltre le parole, quale mano le ha guidate e quale mente le ha partorite. In fondo, chi scrive e chi legge hanno sempre qualcosa in comune, un legame che riaffiora proprio quando la lettura diventa, come dici tu, tanto interessante quanto gradevole. Grazie mille per questo tuo feedback, lo trovo prezioso. Un abbraccio.