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L’Importanza Di Leggere Libri: I Benefici Della Lettura Oggi

Tragicomico
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Leggere libri non è un peccato. Il vero peccato sarebbe non leggerli. E pensare che fino a pochi anni fa la nostra dimensione sociale ci portava a cercare la naturale compagnia attraverso testi letterari e altri essere umani, pagine e volti erano la nostra roccaforte sociale. Mentre oggi le nostre giornate vengono inesorabilmente scandite da frasi sincopate, parole vuote e testi illuminati da uno schermo fatto di pixel. Una pochezza deprimente ormai divenuta il surrogato assoluto del contatto umano. Un po’ per pigrizia, un po’ per via del potere ipnotico esercitato dai vari strumenti tecnologici, preferiamo rimanere rintanati in casa a leggere e scrivere messaggi di testo, condividere post su Facebook e rapidi tweet che sintetizzano malamente un pensiero in pochi caratteri.

Eppure la parola scritta ci accompagna in ogni passo della nostra giornata. Da quando accendiamo lo smartphone in cerca di notizie o messaggi ricevuti fino a quando ci corichiamo, contando gli ultimi grafemi del giorno come fossero simboliche pecorelle in procinto di conciliare il sonno.
Ma la quantità di parole che leggiamo da quando il sole sorge fino al tramonto è ampiamente smodata, rispetto alla nostra reale capacità di assimilazione del testo. Talmente smodata che non sappiamo più leggere per comprendere.

Come in un sottile paradosso, ci ritroviamo a vivere circondati da parole, frasi e testi, ma non siamo più in grado di leggere nulla che abbia un senso compiuto. Quantomeno non per intero. Talmente assorbiti dalla nostra quotidiana lettura di testi, spesso abbandonati dopo poche righe o rimossi dalla memoria dopo pochi istanti, ci siamo dimenticati di cosa significhi davvero leggere un buon libro e di quale atto di astrazione l’attività porti in dote.

“Viviamo schiacciati da un sovraccarico informativo che non sappiamo filtrare, che non sappiamo gestire, che non sappiamo più elaborare. Il grande paradosso della società tecnologica e globalista è che più aumentano le informazioni a disposizione e più labile si fa la nostra conoscenza. Abbiamo sconfitto l’analfabetismo linguistico ma siamo del tutto impreparati di fronte all’analfabetismo funzionale.”
(Dal mio libroSchiavi del Tempo”)

Leggere tutto per non leggere niente è diventata la costante di un mondo postmoderno che usa la parola scritta come strumento per operare una sorta di ipnosi collettiva, ripetendola fino a svuotarla del suo significato più autentico e genuino. Quando ci troviamo intenti a scorrere rapidamente con i nostri occhi una guida online o una serie di messaggi sul display, non stiamo in realtà leggendo, stiamo semplicemente selezionando un testo nella speranza di poterne estrarre qualche informazione che possa rivelarsi utile per il nostro bisogno del momento.

Cerchiamo avidamente la parola scritta in grassetto all’interno di un articolo, come se cercassimo disperatamente un diamante in mezzo a cumuli di spazzatura, come se dovesse esserci una reale motivazione nella nostra continua lettura compulsiva di parole senza senso. Leggere libri rappresenta, invece, un’operazione mentale e spirituale completamente diversa, se non addirittura opposta, rispetto a quella che compiamo quotidianamente con i nostri occhi stanchi di leggere titoloni buttati qua e là come fossero cartelli stradali all’interno di un labirinto. Leggere libri, leggere per davvero, implica la volontà di astrarci dal mondo esterno e di rifugiarci in un nuovo universo, questa volta fatto di parole, simboli, emozioni, idee.

Quando leggiamo un libro non lo facciamo con la volontà di distruggere l’opera per ricavarne qualcosa di indefinitamente utile, ma lo facciamo con l’intenzione di entrare in punta di piedi nel mondo che lo scrittore ha creato per noi, con la consapevolezza che, al termine della lettura, ne usciremo diversi. Si legge per vivere, per riflettere, per interrogarsi, per essere liberi e liberi di essere. Il libro in sé diventa una possibilità di crescita, di confessione, di felicità.

Avevo trovato la mia religione: nulla mi parve più importante di un libro.
La libreria, vi vedevo un tempio.
(Jean-Paul Sartre – “Le parole”)

A differenza di quanto avviene nel processo di “lettura metabolica” che operiamo sui social network o nelle chat, la lettura di un libro trasforma realmente la nostra psiche, generando una serie di immagini simboliche che ci accompagneranno per il resto dei nostri giorni. Tanto i libri che abbiamo amato, quanto quelli che non ci sono piaciuti, lasceranno un solco profondo nel nostro modo di vedere le cose, spingendoci a operare riflessioni che, in caso contrario, non avremmo mai fatto.

La lettura di un buon libro ci libera infatti da quelli stessi archetipi che il mondo dei media crea per noi, con l’intento di tenerci imprigionati in una gabbia statica, dove le parole servono solo per ammansire le nostre pulsioni e la nostra naturale ansia di libertà.
Un vero scrittore (sia esso un romanziere, un poeta o un autore di saggi) non impiega mai la parola scritta come strumento di potere e oppressione ma, al contrario, la riconduce alla sua naturale funzione liberatoria, arricchendo il lettore con un punto di vista nuovo e originale, indipendentemente dal fatto che il fruitore possa abbracciarlo o meno.

Leggere libri ci libera, in modo paradossale, dalla prigione della parola scritta, perché ci costringe a misurarci con un universo emotivo incontaminato, facendoci provare paure, desideri, amori e dolori autentici, seppur evocati attraverso il filtro della trama narrativa. L’infinito scaturire di emozioni che un libro può farci provare ci rende necessariamente più empatici e accorti, perché l’incontrollato fluire di ciò che è genuino altera, fin dalle fondamenta, il nostro approccio con la realtà.

Quante volte abbiamo sostenuto a spada tratta una tesi per poi cambiare o mitigare le nostre posizioni iniziali a seguito della lettura di un libro?
Quante volte abbiamo provato a guardare il mondo con occhi diversi dopo la lettura di un romanzo che è riuscito a toccarci nel profondo?
La letteratura ci porta a comprendere l’altro con l’intento di poter ritrovare, nelle sue parole, un po’ di noi stessi, una parte della nostra coscienza che era rimasta sopita fino al momento in cui le parole non l’hanno risvegliata e resa consapevole di sé. Non è un caso che tutti i regimi totalitari siano stati contraddistinti da una serie di letture proibite e da lunghissime liste di proscrizioni e divieti di stampa.

“La persecuzione contro i libri è propria di tutti i regimi dispotici,
e basterebbe questo per farci amare la lettura.”

(Corrado Augias – “Leggere. Perché i libri ci rendono migliori, più allegri e più liberi”)

Chi detiene il potere in un determinato momento storico conosce alla perfezione il potere salvifico dei libri e l’impatto che un’opera di buona qualità può avere su una mente addormentata. I libri sono espressioni di un linguaggio. E il linguaggio crea il pensiero. E senza pensiero non può nascere un atteggiamento critico. Leggere libri diventa quindi un atto rivoluzionario in una società dove la demenza digitale sta sconfinando oltre ogni immaginazione.
Pertanto anche in un’epoca storica contraddistinta da infiniti canali di comunicazione e possibilità espressive, il libro resta uno strumento privilegiato per aprire la mente verso l’infinito e l’indefinito, per consentirle di viaggiare verso terre ignote, per poi fare ritorno con una nuova consapevolezza.

Per quanto l’attrattiva di tutte quelle infinite parole scritte lampeggianti, che fanno da sfondo a una comunicazione ormai prossima al feticismo, possa risultare irresistibile, abbiamo, giorno dopo giorno, la possibilità di spezzare il circolo che ci tiene prigionieri. Basta scegliere un buon libro, spegnere tutto ciò che può distrarci dal nostro lungo viaggio e iniziare a leggere, come facevamo un tempo. Quando leggere era un’avventura, un piacere, una gioia e non un perfido surrogato di quel contatto umano che ormai ricerchiamo a stento.

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6 commenti

Mauro Fabrizio 14 Maggio 2022 - 14:48

Ciao Ivan, hai colto nel segno la mia passione, leggere permette di scoprire i contenuti del passato e diffonderli nei tempi moderni, leggere sviluppa la creatività, amplia la memoria, potenzia le capacità intellettuali. Grazie al tuo blog leggo libri scritti più di cento anni fa,( Le Bon, Edward Bernays, Gurdjieff,) e anche libri scritti ai tempi nostri, vedi i tuoi che hai pubblicato. Purtroppo la modernità ha portato a un gap che si sta allargando a dismisura con Pc, Device, così le persone sono più attratte dagli schermi e da cose in movimento compresi pensieri già preconfezionati, che dalle pagine dei libri. Questo porta ad un analfabetismo funzionale che non ha misura, cosa che l’élite apprezzerà molto, visto che un popolo di ignoranti è molto più gestibile che un popolo pensante. Buona vita a tutti.

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Tragicomico 14 Maggio 2022 - 17:25

Grazie Fabrizio, riesci sempre ad arricchire i miei articoli con un tuo commento frutto della tua esperienza di vita. Che dire, non nascondo che uno dei miei obiettivi è proprio quello di far avvicinare le persone verso i libri. Non per forza i miei, di libri. I miei articoli, come avrai notato, sono pieni di citazioni e menzioni di autori ben più noti e di spessore rispetto al sottoscritto. Un libro di qualità è, al giorno d’oggi, un talismano, un amuleto, per rompere quell’incantesimo ipnotico propinato dalla propaganda e, allo stesso tempo, per proteggersi da questo pensiero unico dominante che spinge il gregge verso il baratro. Averne uno fra le mani può essere una vera occasione di salvezza. Buona lettura a tutti.

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paolo 24 Giugno 2022 - 9:23

Ottima riflessione, i libri sono qualcosa che nessun ebook potrà eguagliare, questo accade non perché le parole siano diverse ma perché chi legge percepisce la volatilità del messaggio e gli da, purtroppo superficialmente, un valore diverso. Il libro è fisico e la sua consistenza è diversa da qualcosa che può sparire appena la batteria è scarica o la memoria si danneggia. Vorrei però sottolineare che il libro è strumento per far percepire quella verità, quella riflessione, quel pensiero dentro il lettore, se essa non è presente, il lettore intuirà o non comprenderà il senso profondo di ciò che legge. Mentre è nel dialogo con un interlocutore che avviene quel collegamento mistico dove il verbale si mescola alle emozioni, alle sensazioni, alle percezioni che trasportano l’esperienza di una persona dentro l’altra. Purtroppo siamo sempre superficiali nei nostri colloqui e perdiamo del discorso il 99% di quanto l’altro ci sta trasmettendo. Purtroppo ciò avviene perché non conosciamo noi stessi e la nostra consapevolezza è sempre ad un livello superficiale.

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Tragicomico 25 Giugno 2022 - 19:16

Sono d’accordo con te Paolo, da scrittore e lettore quale sono percepisco che la difficoltà maggiore sta in entrambe le fasi: ovvero inserire e trovare le giuste chiavi di lettura. Scrivere vuol dire trasmettere un messaggio e leggere significa recepirlo, ma c’è di più, si tratta di un invito alla riflessione che il più delle volte viene declinato per via di un ego ancora troppo tronfio di nozioni poco rilevanti ai fini esistenziali.

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Ebe 27 Luglio 2022 - 20:31

Cosa vuol dire comunicare un messaggio? È importante avere un messaggio da comunicare? E se sì, che ruolo deve avere questo messaggio all’interno di uno scritto: deve essere centrale, in evidenza oppure deve essere ben nascosto tra le righe? E se cambia il genere di libro e di scrittura, cambia il ruolo del messaggio al suo interno?
Non sono propriamente questioni marginali, perché la loro risposta presenta l’idea di scopo della scrittura che ognuno ha e si aspetta come lettore e si prefigge come scrittore.
Se per messaggio intendiamo una visione del mondo da trasferire di peso, da lettrice mi indispettisco, perché non amo essere catechizzata; da scrittrice, proprio per quanto ho detto prima, cerco sempre di tenermi alla larga dallo scrivere messaggi. Al massimo, propongo delle mie ipotesi e cerco di farmi seguire nel mio dire – pardon, scrivere!
Se per messaggio intendiamo il famoso “avere qualcosa da dire”, beh, si scrive per dire qualcosa. Per comunicare. Cioè per descrivere, per sfogarsi, per coartare, per convincere, per sobillare, per ammansire, per scusarsi, per denunciare, per scandalizzare, per fare propaganda, per farsi ammirare, per denigrare, per creare un’opera d’arte, per riflettere sulla lingua. Insomma, ad ogni intento il suo messaggio ed a ogni messaggio il suo stile, il suo contesto il suo genere – con tutta la libertà di spaziare tra gli uni e gli altri, ovviamente.
Per me è molto importante che ci sia chiarezza negli intenti e nella comunicazione di un autore, perché, se noto inconsequenzialità o slittamenti occulti, magari non voluti, immediatamente mi metto sulle difensive.

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Tragicomico 28 Luglio 2022 - 18:06

Salve, credo che sì, chi scrive per trasmettere qualcosa vuole anche comunicare qualcosa. Può essere un’emozione, una riflessione, un invito per spronare chi legge, o semplicemente allietare il lettore per tutto il viaggio della lettura. Un messaggio non ha una struttura ben definita e non ricopre un ruolo, non è una forzatura e semplicemente ciò che dà un senso alla scrittura stessa. Altrimenti viene a mancare un aspetto importante, quello di “toccare” il lettore nel profondo. Intendiamoci, gli scaffali sono pieni di libri che non hanno nulla da trasmettere, personalmente non li gradisco e non li leggo, perché se investo tempo nella lettura è perché desidero ottenere qualcosa. Idem se osservo un quadro, ascolto un brano o guardo un film. L’arte è una forma di espressione libera e spontanea, e a mio avviso così deve rimanere.

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