La Via Mistica Del Pollice Alzato

Tragicomico
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Da quel che vedo e leggo in giro, devo dire che soffriamo di un disperato, tragico e quasi comico bisogno di avere l’ultima parola. Guardati attorno. Ascolta il rumore di fondo che rimbalza dai tavolini dei bar alle chat dei genitori, fino alle trincee illuminate dei social network. C’è un’intera umanità che suda, si sbraccia e si logora il fegato nel titanico sforzo di spiegare l’ovvio a chi, dell’ovvio, non sa che farsene. Chissà per quale tara evolutiva ci siamo convinti che il nostro parere sia non solo richiesto, ma persino indispensabile per mantenere in asse il pianeta.

Ma è una trappola dell’Ego, forse la più subdola in assoluto. Scatta puntuale quando tuo zio inizia a spiegarti la geopolitica internazionale tra il secondo e il dolce, o quando un collega con la profondità intellettuale di una pozzanghera pretende di illuminarti su come fare il tuo lavoro. In quel preciso, fatale istante, un demone prende il sopravvento, le vene del collo pulsano, il battito accelera e senti un ancestrale richiamo alle armi. Vuoi snocciolare dati inconfutabili, appellarti alla logica aristotelica, invocare il buonsenso. Insomma, ti prepari alla guerra.

E poi? Poi perdi. Perdi sempre. Non perché tu abbia torto o perché i tuoi argomenti siano deboli, ma per un motivo molto più basilare: hai appena investito la tua energia vitale, l’unica vera moneta che possiedi in questa breve gita terrestre, in un buco nero emotivo. Hai regalato minuti irripetibili della tua esistenza a chi non ha alcuna intenzione di cambiare idea, ma cerca solo un muro contro cui far rimbalzare le proprie frustrazioni.

Esiste però, e per fortuna, una via d’uscita. Una disciplina ascetica e meravigliosa che non richiede anni di meditazione in un ashram sulle cime innevate, ma solo una drastica presa di coscienza. Sto parlando della nobile arte del pollice alzato. Attenzione però, non ridurlo a una banale icona da smartphone. Si tratta di una vera e propria postura esistenziale, una filosofia di vita, la più alta dichiarazione di indipendenza emotiva che un essere umano contemporaneo possa redigere.

Quando decidi di smettere di combattere, ti stai arrendendo alla realtà e stai finalmente accettando che il mondo è infestato da persone drammaticamente impermeabili al dubbio. Ed è in quel momento che avviene la magia. Mentre l’altro è lì, teso, in attesa della tua strenua resistenza — quell’attrito fondamentale che lo alimenta, spingendolo a sputare sentenze a raffica — tu gli togli il terreno da sotto i piedi. Boom. “Certo, hai ragione tu”. Pollice alzato, fine delle trasmissioni. Sipario.

A ben guardare, questa ritirata strategica nasconde una radice profonda. Tiziano Terzani, nel suo testamento spirituale La fine è il mio inizio, attraverso le parole rivolte al figlio, ci regala la chiave di lettura perfetta per questo nostro paradosso: “Capire che il mondo è un teatro, che noi recitiamo una parte e che non dobbiamo prenderla troppo sul serio: questa è la libertà“.

Ecco il punto. Chi si ostina a discutere all’infinito sta prendendo il proprio copione dannatamente sul serio. Crede fermamente, quasi patologicamente, che lo spettacolo sia la realtà oggettiva. Chi invece decide di annuire in silenzio si è appena sfilato il costume di scena e si è seduto comodamente in platea. Ha capito il trucco del prestigiatore e non ha più voglia di farsi prendere in giro.

Sfoderare un pollice in su nel mezzo di un delirio dialettico è un atto di suprema eleganza. Online, quell’emoji tronca le discussioni tossiche, ma è dal vivo che l’incantesimo raggiunge l’apice. Quel gesto, accompagnato da un sorriso enigmatico, disarma chiunque. Provaci: li vedrai bloccarsi di colpo. Sbatteranno le palpebre, confusi, incapaci di gestire l’improvviso vuoto cosmico che hai appena creato. Loro cercavano disperatamente un muro contro cui schiantarsi, e tu ti sei trasformato in aria.

Non credere, però, che sia una transizione indolore. L’Ego sanguina, soprattutto all’inizio. La prima volta che sceglierai questa via mistica, una voce rimbomberà nel tuo cranio urlando a squarciagola: “Ma come?! Gli lasci credere di avere l’ultima parola?! Gli dai la soddisfazione di aver vinto?!”. Sì. Devi lasciarla urlare, quella voce infantile. Devi avere la lucidità di accarezzare il tuo ego ferito e sussurrargli che la pace mentale, la salute del tuo sistema nervoso centrale, vale infinitamente di più di un effimero trofeo di cartapesta conquistato in una gara di idiozia. La pratica costante del pollice alzato purifica l’anima perché ti mette di fronte alla cruda verità: avere ragione non serve assolutamente a nulla, se il prezzo da pagare è l’esaurimento nervoso permanente.

Purtroppo viviamo nell’epoca della stanchezza cronica, prosciugati da dibattiti sterili su questioni di cui domani dimenticheremo perfino i contorni. Abbiamo scambiato il confronto con la rissa da bar, l’ascolto con la snervante attesa del nostro turno per parlarci addosso. In questo circo assordante, il silenzio è diventato l’atto di ribellione più sovversivo. E il pollice alzato è il suo fido scudiero, il passe-partout definitivo per evadere dall’indignazione a comando. È il sigillo di ceralacca che imprimi, con totale distacco, su una lettera che non avevi alcuna intenzione di leggere.

Perciò, abbi pietà di te stesso. Smettila di giocare a fare il crociato delle cause perse. Il mondo, stanne certo, continuerà a girare con perfetta indifferenza anche se decidi di non correggere la madornale stupidaggine appena uscita dalla bocca del tuo interlocutore di turno. Lasciali soli sul palco, immersi nei loro fieri monologhi solipsistici. Chiudili dolcemente, senza rabbia, nelle loro confortevoli prigioni fatte di granitiche certezze.

Tu pensa a salvarti. Respira a fondo, abbozza quel sorriso che sa di rassegnazione cosmica, e incamminati a passo lento verso l’uscita di sicurezza, lasciando dietro di te solo il bagliore ironico e risolutore di un silenzioso, monumentale pollice alzato.

Ivan Petruzzi (in arte, Tragicomico)

 

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15 commenti

paolo 1 Ottobre 2026 - 16:16

Caro Ivan, quel pollice non è altro che saper tornare indietro di un passo che non significa arrendersi ma togliere la pressione che stava creandosi. Un altro concetto è quello che per litigare ci vogliono due persone se una si ritira non c’è lite, questa cosa è ben conosciuta nelle arti marziali e nell’arte della guerra, dove una ritirata può essere un modo per far incanalare la forza del nemico in uno spazio ben preciso e voluto.
Quello che mi sento di aggiungere è una sola cosa: c’è una grande responsabilità interiore nel voler portare la “conoscenza” agli altri ed è ancora più difficile quando la si porta a livello generale e testuale. Infatti, preferisco e se possibile, farlo di persona e di persona non è comunque semplice, anzi, è necessario riconoscere il contesto e la storia della persona, misurare le parole affinché siano comprese nel loro giusto contesto, trovare il ritmo e il tempo affinché possano essere digerite. Sì, perché anche i concetti espressi con le parole hanno necessità di essere digeriti e, a questo punto, vi domando cosa digerisce tutto ciò? A voi la risposta. Ora, come detto sopra, non è facile, tuttavia è possibile e richiede una grande e profonda umanità. Ovvero, sapersi mettere nelle scarpe dell’altro e verificare quanto stiamo per offrire, gratuitamente o meno. Non dimentichiamolo mai: le parole tagliano in profondità e uccidono più delle armi stesse, purtroppo e spesso non ce ne accorgiamo e crediamo che non saremo responsabili di ogni parola detta. Non è vero.

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Tragicomico 1 Ottobre 2026 - 16:35

Caro Paolo, hai detto bene: le parole possono essere estremamente pericolose e taglienti. A volte noi non ricordiamo più una cosa detta, ma chi ne è rimasto ferito può ricordarla a vita. Ecco perché, come suggerisco in questo scritto, per uscire da una discussione o placarla quando non sta portando a nulla se non a farsi del male reciprocamente, la via del pollice alzato può essere una soluzione saggia. Chiaramente non è un obbligo, ma a volte diventa un dovere verso se stessi, un atto di salvezza, perché ti permette di risparmiare risorse che, se sprecate, finirebbero per farti andare in giro prosciugato.
Poi ci sono anche i discorsi costruttivi, la trasfusione di cultura e di essenze, ma quello è un altro ambito, molto più nobile.

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Chiara 2 Ottobre 2026 - 3:19

Ciao Ivan, leggo le tue riflessioni in un periodo in cui, per me, gestire relazioni umane risulta particolarmente complicato. Sarà per l’età che ho, sarà per un certo sfinimento rispetto a banalità e superficialità, sarà che l’insofferenza è da un po’ di tempo la mia attitudine prevalente, trovo complesso interagire con altri esseri umani. Non penso che l’ego smisurato mi caratterizzi e forse il problema sta nel ritenere gli altri intelligenti per capire stati d’animo, situazioni o concetti senza troppe spiegazioni. Forse devo semplicemente prendere coscienza che i tonti, gli insensibili, i meschini, i succhiatori di energia emotiva altrui sono tanti e che non devo sentirmi superba se arrivo a questa conclusione. La “profondità intellettuale di una pozzanghera”, geniale! Un abbraccio.

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Tragicomico 2 Ottobre 2026 - 16:43

Chiara, grazie per avermi letto. Non credo proprio che tu debba sentirti in colpa per una constatazione sacrosanta come la tua. In fondo, basta guardarci attorno: c’è davvero di tutto. Dalla superficialità dilagante alle persone che amano parlare senza mai ascoltare; da chi è intenzionato a rubare tempo ed energie altrui, a chi è talmente immerso nelle proprie faccende o nei propri schermi luminosi da non accorgersi nemmeno della tua presenza.
Varrebbe davvero la pena sforzarsi di interagire con loro? A che pro? Questo non significa certo vivere in uno stato di eremitaggio, però sì, selezionare è doveroso e sano. Soprattutto a una certa età, quando ti rendi conto che il tempo a disposizione vale il doppio, se non il triplo, rispetto a prima. Ed essere parsimoniosi nel donarlo è un atto di profonda saggezza e cura verso sé stessi. Un caro abbraccio.

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Elena 8 Ottobre 2026 - 17:11

Ciao Chiara,mi chiamo Elena e le tue parole mi hanno commosso tanto che scrivo con gli occhi gonfi di lacrime. Questo perché le ho trovate perfettamente combacianti con il mio pensiero. Avere a che fare con qualsiasi persona é diventato estenuante in qualsiasi contesto della vita quotidiana. Il mio lavoro mi pone a contatto con il pubblico, per andare a lavoro uso i mezzi pubblici quindi la mia quotidianità é prevalentemente in mezzo alla gente e questo è l’aspetto più stressante di ogni singola giornata.
Non é il lavoro ad essere pesante, non é la distanza da casa a stancarmi ma le relazioni umane.
Una maleducazione dilagante, cattiveria senza motivo e la filosofia del ‘a posto io,a posto tutti’ mi hanno portato a diventare ancora di più una persona estremamente solitaria e che sta benissimo nella sua solitudine. Certo il mio carattere di base ha sempre amato la quiete,ma negli ultimi anni é diventata una necessità per sopravvivere a un mondo nel quale non mi riconosco,dove é impossibile creare nuovi legami e dove per salvarsi bisogna pensare solo a se stessi. Non mi piace questo muro che ho alzato ma é stato necessario. É stato bello leggere le tue parole e la risposta di Ivan,mi sono sentita compresa.

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Tragicomico 9 Ottobre 2026 - 8:56

Grazie a te, Elena, con l’augurio che quel muro che hai alzato non diventi soltanto un traguardo, ma un punto di partenza netto e deciso per dire chiaramente: «Io con queste persone non voglio avere nulla a che fare». Perché poi, fuori, ci sono comunque persone simili a te e a Chiara: mosche bianche in cerca di altre mosche bianche. Certo, sono una minoranza, ma una sola di queste, una volta conosciuta, ne vale mille. Un abbraccio!

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Carletto Ribolla 2 Ottobre 2026 - 13:20

Caro Ivan, caro Paolo, leggendo prima l’articolo e poi il vostro scambio ho avuto un po’ la sensazione di essere lì con voi, ad ascoltare una conversazione alla quale aggiungerei soltanto un pensiero, più come domanda rivolta anche a me stesso che come convinzione. Ivan mette bene in luce quanto possa diventare inutile e persino logorante voler avere l’ultima parola, Paolo aggiunge qualcosa che sento altrettanto importante quando richiama la responsabilità delle parole, il contesto, la storia della persona che abbiamo davanti e persino il tempo necessario perché ciò che diciamo possa essere compreso o digerito. E forse proprio mettendo insieme queste due cose mi viene da chiedermi se il punto non sia tanto stabilire quando parlare o quando tacere, ma capire da dove nasce il nostro bisogno di intervenire. Al di là di dove possa esserci più ragione, più conoscenza, più saggezza o magari anche più arroganza, siamo pur sempre esseri umani che stanno facendo la propria esperienza, ciascuno la sua, e allora mi domando perché sentiamo così spesso il bisogno di affermarci sull’altro soltanto perché crediamo di sapere qualcosa più di lui. Forse ciò che sappiamo è semplicemente il punto nel quale siamo arrivati oggi, con la nostra storia e con i nostri limiti, così come l’altro è arrivato al suo punto attraverso una strada che noi spesso nemmeno conosciamo. Questo non significa che il confronto perda valore, anzi, forse acquista valore proprio quando smette di essere un tentativo di portare qualcuno dalla nostra parte e diventa la disponibilità a lasciare qualcosa e, nello stesso tempo, a ricevere qualcosa. E allora quel pollice alzato di cui parli, in certe situazioni potrebbe essere davvero una forma di rispetto verso noi stessi, mentre in altre forse varrebbe ancora la pena restare qualche minuto al tavolo, come suggerisci anche tu, Paolo, scegliendo però con più attenzione le parole e soprattutto ricordandoci che davanti non abbiamo qualcuno da correggere, ma un’altra esperienza umana che sta facendo il proprio percorso. E forse un criterio, certamente non una regola, potrebbe essere proprio quello di provare a capire quale desiderio ci stia muovendo in quel momento, se la curiosità di comprendere qualcosa insieme oppure, magari senza neppure rendercene conto, il bisogno di uscire da quella conversazione avendo avuto ragione. Non credo sia sempre così facile distinguerli, perché probabilmente dentro di noi le due cose convivono molto più spesso di quanto siamo disposti ad ammettere. Forse possiamo soltanto provare ad ascoltarci mentre ascoltiamo l’altro, chiederci se le sue parole riescono ancora a raggiungerci oppure se stiamo soltanto preparando la risposta, se siamo ancora disponibili a dire “non lo so”, magari persino a cambiare idea, oppure se ormai ci interessa soltanto difendere ciò che avevamo portato con noi entrando in quella conversazione. E se a un certo punto ci accorgessimo che l’incontro non c’è più, allora forse quel pollice alzato potrebbe davvero non essere una fuga e nemmeno un gesto di disprezzo, ma semplicemente il riconoscimento che continuare non aggiungerebbe più nulla né a noi né all’altro. Forse, Ivan, è proprio lì che il tuo pollice smette di significare “hai ragione tu” e comincia a significare qualcosa di molto più semplice: non abbiamo bisogno di vincere questa conversazione.

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Tragicomico 2 Ottobre 2026 - 16:53

Caro Carletto, grazie per avermi letto e per il tuo intervento. Condivido la tua analisi, che è molto ampia e apre sicuramente a interessanti scenari di dialogo. Tuttavia, nell’articolo ho voluto tracciare un perimetro preciso, racchiuso in questa frase: “C’è un’intera umanità che suda, si sbraccia e si logora il fegato nel titanico sforzo di spiegare l’ovvio a chi, dell’ovvio, non sa che farsene”.
Ecco, mi riferisco esattamente a quelle specifiche circostanze. Quando si arriva al punto di dover spiegare perfino l’ovvio, ma dall’altra parte c’è un muro di sordità, ha davvero senso ostinarsi? Siamo sicuri che insistere non porti solo a un inutile logoramento interiore?
Lo dico perché, spesso e volentieri, entrare in una sana modalità di “risparmio energetico” — fermandosi magari con un bel pollice alzato e lasciando cadere la questione — può rivelarsi molto più saggio e utile rispetto al continuare a ribadire all’infinito il medesimo concetto. In fondo, il confronto, a mio avviso, è proprio come l’amore: si fa rigorosamente in due.

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Carletto Ribolla 2 Ottobre 2026 - 17:25

Sì, rileggendoti alla luce della tua precisazione credo che il punto sia proprio questo e forse nel mio intervento avevo semplicemente allargato un po’ il campo rispetto al perimetro che avevi voluto dare all’articolo. Se dall’altra parte non c’è più ascolto, se ogni parola torna indietro esattamente come era partita, allora credo anch’io che continuare finisca soltanto per consumare energie e forse anche per alimentare proprio ciò che vorremmo spegnere. Il mio dubbio nasceva più che altro da quel momento precedente, forse difficile da riconoscere, nel quale non sappiamo ancora bene se davanti abbiamo davvero un muro oppure soltanto qualcuno che guarda le cose da un punto molto diverso dal nostro. Ed è una distinzione che, prima ancora che sugli altri, credo valga la pena provare a fare dentro di sé, chiedendosi se si sta ancora cercando un incontro oppure se, senza accorgersene, si sta semplicemente difendendo la propria posizione. Ma quando quel muro diventa evidente, allora sì, il tuo “risparmio energetico” acquista tutto il suo senso. E mi piace molto anche la tua immagine finale: il confronto, come l’amore, si fa in due. Forse è proprio questo il punto: capire, prima di tutto per se stessi, quando esiste ancora uno spazio reciproco nel quale le parole possono incontrarsi e quando, invece, continuare significherebbe soltanto ripeterle.

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paolo 6 Ottobre 2026 - 20:02

Carlo, quanto dici è bellissimo ma richiede, appunto, un ascolto. Un ascolto non solo delle parole che spesso si infrangono nella mente come concetti ma anche di percezione. La percezione di tutti i sensi e oltre, dove grazie all’ascolto profondo e interiore si può percepire nel tono, nel ritmo, nella vibrazione, nell’emozione ogni singola parola. In esso comprendiamo le difficoltà dell’altro, il motivo che lo spinge a dire certe cose, il contesto in cui esse si muovono, il valore che hanno per lui. Questo ci porta istantaneamente a fare la scelta migliore per quell’incontro. Certo, non è facile e non accade spesso, tuttavia è possibile.

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Carletto Ribolla 7 Ottobre 2026 - 17:55

Credo che tu abbia portato ancora un po’ più in profondità quello che stavamo cercando di mettere a fuoco. Forse ascoltare davvero significa proprio questo, non fermarsi alle parole ma provare a cogliere ciò che le accompagna e ciò che le ha generate, il tono, l’emozione, il contesto, magari anche qualcosa che l’altro non riesce a dire apertamente. E mentre ti leggevo mi è venuto da pensare che questo ascolto, per quanto difficile, dovrebbe forse riguardare anche noi stessi, perché mentre cerchiamo di comprendere l’altro possiamo provare a capire anche cosa sta muovendo noi in quel momento. Non so quanto spesso ci riusciamo davvero, probabilmente molto meno di quanto pensiamo, ma forse già accorgerci che quella profondità esiste cambia il modo in cui entriamo in una conversazione.

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Nicola 3 Ottobre 2026 - 9:31

Ivan, quello che scrivi è sacrosanto. Mi chiedo solo se può essere efficace la resa, ossia la rinuncia ad avere l’ultima parola, quando questa resa è forzata. Mi viene da pensare che una resa del genere sottenda il bisogno di affermare che la ragione è degli stupidi e che lui, covidiota nazista dentro e antifascista fuori, con la macchina elettrica e l’ansia climatica (tanto per parlare di una categoria di gente con la quale è molto facile scontarsi), sia appunto uno stupido. Non nego, tuttavia, che nonostante l’evidente ipocrisia della resa forzata, questa possa comunque depotenziare il nostro ego.

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Tragicomico 4 Ottobre 2026 - 19:09

Ciao Nicola. Se osserviamo la questione da una prospettiva psicologica ed esoterica, il valore della resa è davvero enorme. Nel momento in cui rinunciamo a combattere, facciamo spazio alla “Voce del Padrone” (Battiato docet). Non si controbatte più per mero automatismo o re-azione, ma ci si ferma con il preciso intento di creare un attrito con la nostra macchina biologica, che vorrebbe invece cantargliene quattro.
Ecco perché un semplice pollice alzato depotenzia l’ego e incrementa il tuo stato di presenza e lucidità. Fermo restando che non è un obbligo, bensì la capacità di scorgere un’opportunità di lavoro interiore proprio dove sembra non esserci (ovvero di fronte a chi non ascolta ed è ciecamente convinto delle proprie teorie).

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massimo 3 Ottobre 2026 - 14:34

Questo accade tutti i giorni , sia in famiglia , sia con gli amici e sia sul posto di lavoro , siamo circondati dalle certezze granitiche , perché non è e più che facile ascoltare se stessi che il proprio interlocutore , il dubbio in genere non è un preso in considerazione , personalmente diffido di chi non si fa domande .

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Tragicomico 4 Ottobre 2026 - 19:10

E allora, caro Massimo, posso dirti che siamo molto simili da questo punto di vista.

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