Cari lettori,
siamo giunti alla soglia di questo 2026 e possiamo affermare, senza timore di smentita, che gli esseri umani sembrano aver completato la loro transizione da soggetti dell’esperienza a terminali di un’immensa rete di calcolo. Se un tempo, infatti, la nostra specie si definiva per la sua capacità di abitare l’ignoto, oggi i Sapiens — o ciò che ne rimane — appaiono come entità scansionate: i loro desideri sono preceduti dagli algoritmi, i loro dubbi risolti da interfacce predittive e le loro malinconie anestetizzate da flussi ininterrotti di stimoli digitali. Eppure, in questo panorama di perfezione statistica, si fa strada la consapevolezza che l’unico, vero atto rivoluzionario rimasto sia la riconquista della noia.
L’uomo contemporaneo abita una condizione di perenne disponibilità. Non esiste più un luogo, fisico o mentale, che non sia stato colonizzato da una notifica. Abbiamo barattato il silenzio — quello spazio ontologico in cui l’io è costretto a guardarsi allo specchio senza filtri — con una rassicurante cacofonia di dati. In questo scenario, l’algoritmo agisce come un demiurgo al contempo benevolo e spietato: conosce la prossima canzone che vorremo ascoltare, il libro che compreremo per sentirci colti e persino il partner che solleticherà le nostre insicurezze.
La specie ha delegato il rischio della scelta a un calcolo probabilistico, trasformando l’esistenza in un lungo corridoio di specchi dove ogni immagine è una conferma di ciò che si è già. Abbiamo smesso di essere cercatori per diventare verificatori di suggerimenti. In questa iper-connessione, il tempo non è più vissuto come durata, ma come una sequenza di impulsi che devono saturare ogni interstizio della coscienza. Il “tempo morto”, quel fertilizzante dell’anima che permetteva la sedimentazione del pensiero, è stato dichiarato obsoleto: un errore di sistema da correggere attraverso l’ottimizzazione costante.
Pertanto, parafrasando Pascal, la tragedia di questa epoca risiede nell’incapacità di stare fermi e in silenzio in una stanza. Gli individui fuggono la noia come se fosse una patologia, senza rendersi conto che essa è, in realtà, la condizione necessaria per la fioritura dell’umano. La noia è il momento in cui la realtà smette di essere un prodotto da consumare e torna a essere un mistero da interrogare.
Su questo punto, la letteratura offre un’ancora di salvezza. Giacomo Leopardi, osservatore acutissimo della vacuità dell’esistere, vedeva nella noia non un difetto della psiche, ma la prova suprema della nostra dignità. Nei suoi Pensieri, scriveva:
«La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani. Non che io creda che dall’esame di tale sentimento nascano quelle conseguenze che molti filosofi hanno stimato di raccôrne, ma nondimeno il non poter essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir cosí, dalla terra intera; considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole maravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sí fatto universo; e sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana. Perciò la noia è poco nota agli uomini.»
(Giacomo Leopardi, Pensieri, LXVIII)
Se gli uomini del 2026 rifiutano la noia, rifiutano implicitamente la loro stessa grandezza. Sostituendo l’abisso leopardiano con lo scrolling infinito, riducono l’ampiezza della propria anima alla dimensione di uno schermo OLED. L’algoritmo ha ucciso l’imprevisto e, con esso, la possibilità del tragico. Non ci si perde più nelle città, non si scopre più per caso un autore minore in una libreria polverosa, non si vive più l’incertezza straziante di un amore dal ricambio incerto. Tutto è mediato da un punteggio di compatibilità, da una geolocalizzazione precisa, da una recensione preventiva.
Abbiamo trasformato il lutto in condoglianze standardizzate e l’eros in una transazione estetica. La profondità dell’esperienza umana è stata piallata da una cultura dell’efficienza che non tollera lo “spreco” di tempo. Ma è proprio in questo scarto, nel vagabondaggio mentale senza meta, che si annida la creatività. Un’idea non nasce mai da un database; nasce da una frizione, da un malinteso, da un momento di frustrazione in cui il mondo non risponde e siamo costretti a inventare una risposta nuova.
La sfida che attende i Sapiens nel 2026 non è tecnologica, ma esistenziale. Si tratta di istituire un’ecologia del vuoto. Dobbiamo imparare di nuovo a guardare il soffitto senza cercare uno stimolo, a camminare sotto la pioggia senza doverla documentare, a provare dolore senza cercare una distrazione immediata.
La vera rivoluzione consiste nel riappropriarsi del diritto all’inefficienza. Dobbiamo tornare a essere “tragicomici”: esseri che inciampano, che sbagliano strada, che nutrono desideri assurdi che nessun database potrebbe mai prevedere. Dobbiamo, in ultima analisi, tornare a soffrire di quella sublime noia che è la prova della nostra incommensurabilità rispetto alle macchine.
In questo nuovo anno, l’augurio più radicale che si possa fare alla nostra specie non è di trovare ciò che cerca, ma di perdersi così profondamente da non poter essere rintracciata da alcun segnale GPS. Solo allora, nel silenzio assordante di un feed che smette di scorrere, l’essere umano potrà ricominciare a esistere.





12 commenti
Caro Ivan, viene da dire: “spegni tutto intorno e riaccenditi”. Forse un po troppo sintetico ma credo renda l idea.
Abbiamo davvero troppi inganni (lupi travestiti da agnelli)intorno, troppi stimoli a vivere qualcosa che altri hanno pensato per noi.
Diventa sempre più difficile mantenere la bussola interna ma si può, si, ce la facciamo.
Cara Franca, apprezzo molto il tuo parallelismo tra stimoli esterni e inganni; è una visione che condivido appieno. Grazie per aver lasciato traccia di te.
Come sempre illuminante… grazie Ivan
Grazie a te, Monia, è sempre un piacere saperti qui.
Ivan, leggendo il tuo pezzo mi è tornato alla mente un aspetto che, per me, rende tutto ancora più drammatico e strutturale: come stiamo educando i bambini.
Recentemente ho assistito a una conferenza sul calcio giovanile in cui alcuni genitori illustravano il loro “metodo”: ai figli non lasciavano alcuno spazio per la noia, pianificando ogni minuto della giornata per eliminare i cosiddetti “tempi morti”. Ciò che mi ha gelato è stato sentire la psicologa del settore giovanile di una società importante dichiararsi sostanzialmente d’accordo.
Sono rimasto allibito. Non per l’impegno in sé, ma per il presupposto: che il vuoto sia un errore di sistema da correggere, piuttosto che lo spazio respiratorio in cui l’io prende forma.
Se già da piccoli abituiamo i bambini a non stare mai fermi, a non attraversare quel silenzio che costringe a inventarsi un mondo, a guardarsi dentro, a tollerare la lieve frustrazione dell’indeterminato, allora non stiamo solo riempiendo un’agenda: stiamo addestrando la dipendenza dallo stimolo esterno. In questo modo, l’algoritmo di domani non farà che raccogliere l’eredità di un’educazione che ha già sradicato la capacità di essere, sostituendola con il dover rispondere.
Per questo la tua “rivoluzione della noia” mi sembra, prima di tutto, un atto educativo radicale. Difendere per i bambini (e ricordare a noi stessi) il diritto a uno spazio non programmato non è trascuratezza, è l’unica forma di cura che può preservare un margine di libertà interiore. È custodire quel terreno incolto dove può attecchire la curiosità autentica, quella che non risponde a un suggerimento, ma nasce da un vero, imperioso, sovrano desiderio.
Grazie Carletto, la tua è una testimonianza preziosa. Il vero nodo, però, è che i bambini non leggeranno queste parole: le leggeranno i genitori. Tocca a loro invertire la rotta che hai descritto così bene, offrendoci questo spaccato di vita vera.
Sono convinto che l’esempio sia la forma educativa suprema: non si insegna ciò che si dice, ma ciò che si è. Spetta agli adulti riappropriarsi della noia, incarnarla e mostrarla ai figli come una risorsa e non come una mancanza. Dobbiamo insegnare loro ad abitare quel vuoto senza l’ansia di doverlo riempire con stimoli esterni ingannevoli, dimostrando che è proprio lì, in quello spazio apparentemente nullo, che nasce la creatività.
Parole Sante mio caro Ivan
Grazie Emanuel, è sempre un piacere essere letto da te.
La noia è un lusso,
guardare nel vuoto
e inventarsi il tutto.
Grazie Ivan
Grazie a te, Eleonora, sì la noia oggi è un autentico lusso, per chi può e vuole permetterselo. Un abbraccio
Bella riflessione Ivan, come sempre. Purtroppo, riavviare una macchina la riporta allo stesso sistema operativo. Idealmente ci sarebbe da fare un salto qualitativo, come cambiare sistema operativo ma cambierebbe realmente qualcosa? Sì, però… Oppure, non sarebbe meglio uscire da quella macchina e scoprirsi come si è realmente. Il problema è che dentro di noi è buio, di un nero così assoluto nel quale muoversi è come stare in un abisso. Chi ha coraggio di scendere nel proprio abisso? Di vagare nel buio per scoprire quella maniglia di una porta che lo porterà a scoprire gli errori e le occasioni perse? Pochi. Si preferisce vedere passivamente il film che stanno proiettando grazie alla nostra delega, tuttavia un giorno quel film finirà e dovremo ritornare alla Realtà. Come ritorneremo? Pochi si pongono domande, perché le domande insinuano risposte scomode.
Eh già, Paolo, è proprio così. La noia può significare rallentare, e rallentare si traduce nel guardare in faccia i momenti bui: da lì all’abisso il passo è breve. E allora che si fa? Meglio vivere la vita che gli altri vogliono per noi, pur di non rendersi conto di questo dramma ormai globalizzato.