L’Italia, si sa, è la culla dell’arte, della bellezza, del buon cibo e… della Peggiocrazia. Un neologismo che è insieme diagnosi, epitaffio e, nella sua desolante precisione, una fonte inesauribile di tragicommedia.
Se la democrazia è il governo del popolo, la peggiocrazia è, semplicemente, il governo dei peggiori. E attenzione, non i mediocri (quelli sono la base), ma proprio i peggiori – quelli che, per una perversa selezione al contrario, emergono, si incastrano e prosperano.
La peggiocrazia è un sistema che non si limita a tollerare l’incompetenza, ma la premia, la erige a standard, le offre un seggio in Parlamento o una poltrona da dirigente.
E la meritocrazia? Un simpatico mito greco, buono per i discorsi di fine anno. Qui, il merito è inversamente proporzionale all’incarico. Più sei inadeguato, più la tua lealtà è cieca, più il tuo curriculum è una tela di ragno di incarichi falliti, più le porte del potere si spalancano. È il trionfo dell’amico dell’amico, del parente del potente, della persona che “dovevamo sistemare”.
Il bello, o il brutto, della Peggiocrazia italiana è che essa non si nasconde. Anzi, si pavoneggia in un’estetica del fallimento così sfacciata da diventare quasi una forma d’arte contemporanea. Vediamo ministri che inciampano su congiuntivi e dati economici, dirigenti pubblici che firmano contratti capestro con la disinvoltura di chi ordina un caffè al bar, e rappresentanti del popolo che discutono di questioni geopolitiche con la competenza di un dodicenne che ha appena scoperto Wikipedia.
Ma sapete qual è la parte tragicomica? È che noi, i cittadini, ci siamo assuefatti a questo spettacolo. Non ci scandalizza più. Anzi, quando per caso emerge un individuo competente, un vero migliore, lo guardiamo con sospetto, quasi fosse un guastafeste venuto a rovinare la nostra rassicurante routine del disastro. Ci chiediamo: “Cosa vuole davvero costui? Non sarà un infiltrato? Quale oscuro interesse si cela dietro la sua inspiegabile bravura?”. In una Peggiocrazia, la competenza è la vera anomalia, è il virus.
Qui tutto si muove lentamente. Lentamente e male. La macchina burocratica, la vera spina dorsale del sistema, è un mostro tentacolare e inefficace, governato da un esercito di burocrati che non hanno interesse a risolvere nulla. Perché, si badi bene, il potere in una Peggiocrazia non risiede nel fare, ma nel bloccare. Chi detiene il potere di dire no detiene il vero comando. Ogni firma, ogni timbro, ogni permesso negato è una goccia che alimenta la palude.
E così, le riforme si incagliano, i fondi europei marciscono e i treni arrivano in ritardo, non per un errore tecnico, ma per una sorta di fatalismo cosmico che ha assunto la forma di una circolare ministeriale. Questo senso di immutabilità e la rassegnazione popolare che ne deriva erano già stati intercettati da Giuseppe Tomasi di Lampedusa in Il Gattopardo (1958), attraverso l’ormai proverbiale cinismo di Tancredi Falconeri: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.»
Una frase che riassume perfettamente il meccanismo della Peggiocrazia: si simulano il “cambiamento” e la “riforma” per garantire che le strutture di potere, i privilegi e soprattutto l’inefficacia intrinseca che protegge i peggiori rimangano intatti. Noi, nel frattempo, ci armiamo di pazienza zen, riempiamo moduli inutili e facciamo infinite file, mormorando la nostra litania preferita: “Questa è l’Italia, che ci vuoi fare?”.
Mentre i peggiori festeggiano il loro trionfo politico, i migliori hanno da tempo fatto le valigie. È la celebre “fuga dei cervelli“, un esodo biblico di talenti che hanno capito che l’aria della Peggiocrazia è irrespirabile per chi ha voglia di costruire, e non di sopravvivere. All’estero trovano meritocrazia, fondi e la possibilità di sbagliare senza essere subito crocifissi o, peggio, ignorati.
E qui sta l’acme della tragicommedia. La Peggiocrazia, come una madre possessiva e crudele, piange i suoi figli migliori ma rifiuta ostinatamente di cambiare l’ambiente che li ha scacciati. E quando, per un barlume di speranza, si invoca il loro ritorno, è solo per usarli come testimonial in qualche convegno auto-celebrativo, prima di rimandarli cortesemente al mittente non appena osano proporre una soluzione troppo efficiente.
In conclusione, la Peggiocrazia italiana non è una deviazione; è una cultura, una forma mentis profondamente radicata. È la nostra personale, surreale e inimitabile versione del “Governo del Pessimo”, dove l’unico vero genio è quello di saper stare a galla, sorridere beffardo e, soprattutto, non risolvere mai nulla. Ed è per questo che, in fondo, continuiamo ad amarla e odiarla in egual misura, sperando nel miracolo di un’efficienza che, lo sappiamo bene, non fa parte del nostro copione.





14 commenti
Buongiorno Ivan,
ti leggo da molto tempo e ti stimo tanto.
Leggendo questo articolo mi è sembrato di percepire sofferenza da parte tua (non era mai successo!), tanto che per la prima volta ho deciso di scriverti.
Penso che la Peggiocrazia, per quanto fastidiosa e antipatica, non sia altro che l’ennesima manifestazione che il “sistema” ci pone di fronte per vedere come ad essa reagiamo.
Detto ciò non pensiamoci troppo ed utilizziamo il nostro libero arbitrio (o se preferisci il nostro ricordo di se) per andare oltre.
Pensa a come sarebbe “palloso” il mondo se tutto fosse perfetto 😉 e soprattutto a come sarebbe ancora più difficile cercare di migliorare senza queste “palestre (quasi) gratuite”.
Un caro saluto!
…scusami se sono un po’ orso, ma ho scritto con il cuore!
A presto!
Michael
Ciao Michael, è un piacere averti tra i lettori. È sempre bello quando un lettore si palesa, ma capisco che non sempre si desidera commentare. Ti invito comunque a farlo liberamente: l’area commenti è di tutti e, quindi, è anche tua.
La tua percezione è corretta: c’è una venatura di sofferenza nel mio scritto. Non sarà stata l’emozione principale, ma non posso negare che sia presente. Sono altresì d’accordo con te, osservando da una prospettiva alchemica, possiamo dire che la realtà italiana offre parecchio veleno da dover trasmutare in farmaco. Io per primo non mi sarei mai messo a scrivere se avessi visto una realtà perfetta. Se scrivo è, appunto, per mostrarne le crepe.
Grazie per avermelo ricordato. Ti aspetto presto qui!
Condivido profondamente le tue riflessioni: con il concetto di “Peggiocrazia” hai dato un nome preciso al nostro malessere nazionale. La tua analisi coglie un punto fondamentale: non siamo di fronte a una semplice anomalia politica, ma a una cultura sistemica, un “ecosistema” che seleziona e premia l’incompetenza.
Questo mi porta a una riflessione che provo a condividere qui con tutti voi: queste figure istituzionali – non solo in politica, ma in tutti i centri di potere – mi appaiono sempre più come le nostre ombre collettive. In quel senso junghiano che tu, Ivan, da fine osservatore dell’animo umano, certamente apprezzerai.
L’ombra è quella parte di noi che rifiutiamo di riconoscere, che proiettiamo sugli altri perché è troppo doloroso ammettere che ci appartiene. E la Peggiocrazia mi sembra l’incarnazione perfetta della nostra ombra nazionale: quell’inerzia che neghiamo di avere, quel lassismo che ci vergogniamo di ammettere, quella rassegnazione che ci portiamo dentro come un fardello ereditario. I “peggiori” che emergono non sono alieni: sono il prodotto di un terreno fertile che noi stessi, come collettività, nutriamo con il nostro silenzio, la nostra assuefazione e quel fatalismo che ci fa ripetere “tanto non cambia nulla”.
Queste figure sono lo specchio deformante che continuiamo a rifiutare di guardare. La loro arroganza riflette la nostra impotenza. La loro incompetenza riflette la nostra delega in bianco. La loro capacità di prosperare nel fallimento riflette la nostra straordinaria abilità di adattarci al degrado, normalizzandolo giorno dopo giorno fino a scambiarlo per normalità.
E come ogni ombra, finché non la riconosciamo e integriamo, continuerà a governare le nostre vite dall’oscurità. Il tragico non è solo che i “peggiori” comandino, ma che noi, ognuno a suo modo, glielo permettiamo: assuefatti e quasi complici di un sistema che critichiamo, ma di cui non riusciamo a fare a meno.
Forse la via d’uscita che tu implicitamente indichi sta proprio in questo: smettere di proiettare tutta la colpa su “loro” e cominciare a riconoscere che il cambiamento deve partire dal guardare in faccia l’ombra che li ha generati e che, in qualche misura, ci abita. Non per rassegnarci, ma per prenderne finalmente coscienza e provare a trasformarla.
Che bella riflessione, grazie Carletto.
Sì, quell’ombra che, come scrivo alla fine, “in fondo, continuiamo ad amarla e odiarla in egual misura”, perché fa parte del nostro tessuto sociale quanto noi; anzi, a dirla tutta, è anche più antica di “noi”.
La domanda, però, è sempre la stessa: continuare a conviverci oppure è arrivato il momento di integrarla in maniera consapevole e cercare di trasformarla, affinché i cosiddetti “peggiori” possano dare il meglio di sé, ma non in ruoli di vertice? Che lo facciano dove il danno è minore.
Questo perché pensare, semplicemente, di eliminare “i peggiori” è impossibile. Se ci sono i “migliori”, allora anche i “peggiori” dovranno esistere. Come salute e malattia. Notte e giorno.
Si è la giusta analisi del terreno sul quale abbiamo deciso di fare il cammino umano, non è tuttavia un caso – come sappiamo – se abbiamo scelto questo paese e anche la ns regione e città per fare le ns esperienze, affinchè le nostre qualità animiche potenziali vengano sviluppate. Per usare la metafora di Gurdjieff il passeggero si trova bene, perchè ha la visione della meta da raggiungere, il cocchiere meno 🙂
Il nostro è sicuramente un territorio in cui bisogna produrre grandi “sforzi” per andare avanti, e sappiamo bene tutti che sono proprio gli sforzi che permettono di raggiungere un risultato. Fanno eccezione le situazioni di Peggiocrazia, dove lo sforzo è minimo e il risultato è massimo. Quindi, qui bisogna sforzarsi cinque volte di più per andare avanti. 🙂
Quando si parla di peggiori e di migliori, ci si riferisce sempre a un determinato criterio di giudizio, che non è affatto detto che sia condiviso da tutti. Occorre distinguere il merito, che è un semplice giudizio, dal criterio attraverso il quale esso si esprime e che viene stabilito da coloro che hanno l’autorità di stabilirlo. Tu dici in sostanza che in Italia non c’è meritocrazia, ma non è per niente vero. Al vertice di ogni istituzione ci sono sempre e solo i migliori, ossia coloro che rispondono alle caratteristiche richieste da chi sta al di sopra delle stesse istituzioni. In una democrazia sarebbe il popolo, o quantomeno la sua maggioranza, in un sistema oligarchico tecno-finanziario sarebbero (anzi, sono) gli stressi oligarchi, che usano le istituzioni dei vari Stati su cui hanno messo mano per i loro scopi perversi. E lo fanno attraverso personaggi privi di scrupoli, di cultura, di moralità. Personaggi che nel loro campo sono certamente i migliori. Il problema sta dunque nella mancanza di sovranità popolare, nello scollamento ormai irreversibile tra chi detiene il potere e chi ne subisce gli effetti, non nella presunta peggiocrazia dei maggiordomi.
Ciao Nicola, sì, dipende chiaramente dalla prospettiva. Anche il boia: se visto dal basso è una figura malevola, ma se visto dall’alto appare come una figura utile, necessaria.
Prendiamo la Nazionale di calcio. Sappiamo bene che non è più quella di una volta e si potrebbero aprire infinite parentesi in merito, ma cosa hanno fatto i vertici per risollevare il calcio italiano? Assolutamente nulla. Nessuna dimissione, proprio perché loro sono i ‘migliori’ per mantenere questa stagnazione. Si cambiano gli allenatori e i giocatori per non cambiare nulla: infatti i risultati sono e rimarranno deludenti, perché la peggiocrazia è ormai ben radicata ai vertici.
Ciao Ivan, mi piace di più “cachistocrazia”, forse più forte di “Peggiocrazia”, ma è solo una opinione. La questione è complessa, tutto si muove sul concetto di un valore: migliore e peggiore, superiore e inferiore, responsabile e irresponsabile, dove ognuna di queste dualità ha infinite sfumature. Un gioco razionale che viene spesso usato per togliersi dalle responsabilità di una scelta, per dire che si era impreparati, per dire che si è superiori a certe cose. Come è già stato sottolineato da altri, la questione è legata al singolo e alle sue scelte. Giusto poco tempo fa ho scritto un post su come la responsabilità ricada in ugual misura su tutti. Agire, pensare, lasciar fare, ignorare, restare indifferenti e così via, sono azioni legate sempre ad una scelta. Conscia, inconscia, dimenticata poco importa. Non siamo solo singole bolle in una vasca che vivono la loro vita ma siamo bolle che si relazionano e sono tutte collegate, scoppia una e tutte vanno dietro al movimento forzato dal vuoto lasciato di una. Bolle colorate infinite che alla fine sono più le singole scelte che individualità. Alla fin fine siamo tutti responsabili di ciò che accade nel mondo, tuttavia se siamo informati, attenti ascoltatori, ricercatori di sé, conoscitori della realtà umana e del suo contesto, ci permette di dire quale sia la nostra reale responsabilità. Cosa vuol dire? Semplice, non nel fare, non nel pensare, non nel desiderare ma nel prendere posizione dentro di noi rispetto a quanto accade fuori e perché no, dentro di noi. Prendere posizione richiede però una profonda conoscenza di sé. Si ritorna al: conosci te stesso.
Ciao Paolo, bella la metafora delle bolle. Però cerchiamo di essere realisti: sappiamo bene che è impossibile avere una realtà umana tutta allo stesso livello (possibilmente evoluto). Ci sarà sempre chi non si informa, chi non ascolta, chi non pensa. La scelta fra Barabba e Gesù, se fosse fatta oggi, porterebbe allo stesso identico risultato. Dobbiamo quindi renderci conto che sì, possiamo riunirci e remare nella stessa direzione, ma ci sarà sempre chi remerà contro. L’unica speranza, al momento, è aumentare il numero di quelli “uniti” e responsabili, come giustamente li chiami tu. Ma paradossalmente, più che un aumento, io vedo una diminuzione: ed è così che la cachistocrazia (o peggiocrazia che dir si voglia) prolifera senza eguali.
Ho letto oggi anche gli altri commenti con interesse: per tenere insieme tutto questo, il punto che intravedo è questo: la Peggiocrazia è al tempo stesso sistema esterno e specchio interno.
È il risultato di criteri di potere deviati (come sottolinei correttamente tu, Nicola), di ombre individuali e collettive non integrate (come io ricordavo), di mancanza di responsabilità diffusa (come dice bene Paolo), ma anche occasione di lavoro interiore e sforzo evolutivo (come suggerite altrettanto bene Michael, Claudio e Ivan).
Forse allora il passo successivo non è immaginare un mondo senza “peggiori”, ma costruire, pezzo per pezzo, condizioni in cui cambiano i criteri di merito (cioè chi e che cosa premiamo, nel piccolo e nel grande), diminuisce la nostra delega in bianco e aumenta la capacità di dire “no” a certe logiche, anche nella vita quotidiana, ci assumiamo una quota di responsabilità senza scivolare nella colpa sterile ma usandola come leva per agire, e lavoriamo sulla nostra ombra personale, perché meno ombra proiettiamo sugli altri, meno spazio diamo alla Peggiocrazia su larga scala… in fondo, dare un nome – “Peggiocrazia”, “cachistocrazia” o come preferiamo – è già un atto politico e interiore: significherebbe smettere di confondere la palude con la normalità; da lì in poi, il lavoro è duplice e simultaneo: fuori, dove possiamo, e dentro, dove dobbiamo. Un caro saluto a Ivan e a tutti voi.
Grazie Carletto, ricambio il saluto!
Perfetto Ivan. Descritto tutto perfettamente. E il messaggio subliminale è chiaro. La deresponsabilizzazione porta le persone a colpevolizzare sempre gli altri e mai se stessi, la propria forma mentis, la propria cultura o la propria ignoranza. Ci si mette il cuore in pace pensando ad un ineluttabile colpa di altri per la quale non esiste soluzione. Ma non è così.
Come non darti ragione, Nicola. Hai letto fra le righe quello che ormai è sempre più esplicito: gli altri, alla fine, sono semplicemente il nostro riflesso. Non vuol dire che sono simili, ma riflettono la frequenza su cui siamo sintonizzati. Se siamo in guerra con noi stessi vedremo nemici ovunque; se siamo in pace, troveremo accoglienza. Loro sono solo lo schermo su cui proiettiamo il nostro film interiore.