
C’è stato un tempo, non così lontano, in cui la realtà era un monolite. Poteva essere sgradevole, complessa, persino brutale, ma era lì, solida e inequivocabile. Le discussioni vertevano sulle sue interpretazioni, non sulla sua esistenza. Oggi, quel monolite si è disintegrato in un’infinità di schegge digitali, e ciascuno di noi custodisce gelosamente la propria, convinto che sia l’unica autentica.
Benvenuti nell’era della post-verità. Un’epoca in cui, secondo la celebre definizione del dizionario di Oxford, i fatti oggettivi sono diventati meno influenti nel formare l’opinione pubblica rispetto all’appello alle emozioni e alle credenze personali. Non si tratta di un’evoluzione; è un cortocircuito cognitivo, una ritirata strategica dalla fatica del reale verso la confortevole fortezza delle nostre convinzioni.
Ma come siamo arrivati a questo punto? Come abbiamo potuto barattare il rigore dei fatti con il chiacchiericcio assordante dei nostri feed? La risposta è complessa, e le sue radici affondano in un terreno ideologico che abbiamo coltivato per decenni, spesso con le migliori intenzioni.
Questo caos non è nato con Facebook; è il figlio legittimo di un’idea potente e seducente: il relativismo, spinto alle sue estreme conseguenze. Il pensiero postmoderno, in particolare, ha sferrato il colpo decisivo. Nel suo saggio fondamentale La condizione postmoderna (1979), il filosofo Jean-François Lyotard diagnosticò quella che definì “l’incredulità nei confronti delle metanarrazioni“. Quelle grandi narrazioni – la Scienza, il Progresso, la Storia, la Nazione – che per secoli avevano fornito un orizzonte di senso condiviso, hanno iniziato a scricchiolare sotto il peso del loro stesso dogmatismo.
Se nessuna grande storia è più universalmente credibile, cosa rimane? Rimangono le storie piccole, le narrazioni individuali. Il mio vissuto, la mia percezione, la mia verità. Il principio di autorità, che fosse quello di uno scienziato, di uno storico o di un intellettuale, si è eroso. La loro “grande narrazione” è diventata semplicemente una delle tante opzioni disponibili nel vasto supermercato delle idee, dove un post motivazionale e un video divulgativo su YouTube possono apparire, a uno sguardo distratto, come prodotti equivalenti.
A questo si è aggiunta la critica profetica di Guy Debord. Già nel 1967, ne La società dello spettacolo, scriveva un pensiero che oggi suona come un epitaffio: “Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione“. Decenni prima di Instagram, Debord aveva compreso che l’immagine della realtà stava diventando più reale della realtà stessa. Oggi, viviamo la sua profezia all’ennesima potenza: la nostra identità è una performance, le nostre vite una story da curare, e la validazione di questa rappresentazione (like, cuoricini, condivisioni) è la nuova moneta della verità. Se una bugia riceve abbastanza like, smette di essere percepita come tale e diventa una “verità di community”, un surrogato tossico dell’oggettività.
Se la filosofia di quel tempo ha preparato il campo, la tecnologia di oggi ha costruito la macchina perfetta per intrappolarci al suo interno. I social media non sono piazze digitali neutrali; sono architetture persuasive progettate con un obiettivo primario: catturare e monetizzare la nostra attenzione. E il modo più efficace per farlo è darci costantemente ragione.
Gli algoritmi creano attorno a noi delle “bolle di filtraggio“ (filter bubble), universi informativi ermetici in cui vediamo solo ciò che conferma le nostre idee preesistenti. Il nostro feed non è una finestra sul mondo, ma uno specchio deformante che ci restituisce incessantemente la nostra stessa immagine, amplificata e rassicurante. All’interno di queste bolle, le opinioni contrarie non vengono confutate: semplicemente, non esistono. Vengono silenziate dall’algoritmo.
Il risultato è la nascita di realtà parallele e inconciliabili. Per chi vive nella bolla A, la crisi climatica è la più grande minaccia esistenziale. Per chi abita la bolla B, è un’invenzione di élite globaliste. Non discutono partendo da dati diversi; abitano letteralmente universi percettivi alternativi, con fatti, esperti e logiche proprie. Il dialogo tra queste due bolle non è difficile: è strutturalmente impossibile. È come chiedere a due persone che parlano lingue diverse e intraducibili di scrivere insieme una costituzione.
Questa frammentazione, però, non è un innocuo esercizio di pluralismo. È una minaccia esistenziale alla democrazia e alla convivenza civile. Una società funziona sulla base di un tessuto connettivo di fatti condivisi: la legge è uguale per tutti, le malattie infettive esistono, i ponti costruiti male crollano. Quando questo terreno comune viene a mancare, tutto diventa una questione di fede, di appartenenza tribale. La politica cessa di essere un dibattito su come risolvere problemi comuni e si trasforma in una guerra santa tra fazioni che non riconoscono nemmeno la legittimità della realtà altrui.
Anche l’etica si dissolve. Se la verità è soggettiva, allora lo diventa anche la giustizia. Ogni azione può essere legittimata all’interno della propria bolla, ogni crimine relativizzato, ogni vittima ignorata. Le emozioni – rabbia, paura, indignazione – diventano l’unica bussola, una bussola impazzita che punta sempre verso la polarizzazione e mai verso la comprensione.
Siamo diventati tossicodipendenti della scarica di dopamina che proviamo quando le nostre certezze vengono confermate. Abbiamo barattato la fatica del pensiero critico con il piacere istantaneo della convalida, disimparando a gestire il disagio del dubbio, lo sforzo della verifica e l’umiltà di ammettere di avere torto.
Siamo al paradosso finale: abbiamo costruito la più grande macchina di accesso all’informazione della storia umana, solo per usarla come uno strumento per isolarci in tribù che si odiano a vicenda.
Questo ci conduce all’unica, scomodissima domanda che conta davvero per il nostro futuro: come possiamo costruire un domani condiviso, se abbiamo perso la capacità di accordarci su cosa sia l’oggi?





13 commenti
Aggiungo una riflessione: la scuola, quando punta troppo sulla standardizzazione e sulle risposte “giuste” già stabilite, finisce per contribuire a quell’“addomesticamento” culturale che Pasolini aveva intuito come omologazione; la TV e il consumismo diventano così nuovi poteri formativi. La tua descrizione della frammentazione algoritmica diventa allora quasi naturale: si passa da un unico canone condiviso a mille specchi digitali che ci riflettono solo noi stessi, isolandoci.
E se fosse proprio la scuola a invertire questa tendenza? Immaginiamola non come arbitro centrale della verità, ma come spazio aperto di indagine su dati reali, dove si insegnano metodi trasparenti, si confrontano fonti primarie, si promuove l’alfabetizzazione agli algoritmi per capire come cambia il nostro feed, e si stabiliscono regole di disaccordo che valorizzano il processo e la correzione dell’errore. Forse così potremmo ricostruire un terreno comune senza confondere il pluralismo con il relativismo.
Carletto.
Ciao Carletto, condivido la tua analisi: era necessario creare uno spazio di manovra tra ciò che è oggettivo e ciò che, invece, può essere considerato relativo. Purtroppo, siamo finiti in un’epoca in cui l’oggettivo sembra essere scomparso per lasciare posto esclusivamente al relativo.
Basti pensare a un fatto molto recente come la catastrofe umanitaria a Gaza. Dinanzi a un’atrocità simile, c’è chi si è concesso il lusso di interpretare e relativizzare un evento che meritava una sola reazione: la condanna unanime.
Ti ringrazio per lo spunto di riflessione.
A presto.
Ciao, non commento mai ma ti leggo da tanto.
Oggi però il tuo articolo ha spiegato chiaramente quello che ci si ritrova ad affrontare ogni giorno con la società: subire sempre di più l’opinione altrui come vera. Questo accade però solo se ti fermi ad ascoltare ciò che dice l’altro e il beneficio del dubbio è presente nel tuo apprendere nuove visioni del mondo. Il fatto è che spesso l’interlocutore non ti ricambia con la stessa moneta. Una sorta di “il mio pensiero è giusto e il tuo no”. Ed allora per adeguarsi a sopravvivere ci si ritrova a ascoltare solo le proprie opinioni e a darsi ragione da soli. Quando si è dentro la propria bolla non si è in grado di discernere il pluralismo da relativismo. Non ci si pone affatto il problema. Ne paga le conseguenze solo chi è disposto ad aprirsi al confronto e che purtroppo si ritrova di fronte ad un muro.
Grazie per le tue riflessioni.
Ciao Elena, quanto affermi è un fatto conclamato e non fa che rafforzare ciò che ho scritto in precedenza. Questo non significa che viviamo in una bolla, ma che entrambi riconosciamo come oggettiva una realtà ampiamente dimostrata dai grandi pensatori della nostra epoca e, soprattutto, tangibile nel quotidiano.
Il mio consiglio, però, è di non fermarti. Non rinunciare a cercare altre “mosche bianche” come te. Non per creare una comfort zone, ma per il bisogno, tutto umano, di avere dialoghi costruttivi. Magari queste persone, pur affini a te su certi temi, potrebbero offrirti una visione differente, persino opposta, spingendoti ad apprendere e a dare nuove risposte ai tuoi dubbi.
E se vuoi, sentiti libera di usare questo piccolo spazio tra i commenti per lasciare, di tanto in tanto, una tua traccia. Per qualcun altro potrebbe diventare un seme da cui far germogliare nuove idee.
Grazie per avermi letto e per il tuo commento. A presto!
Ciao Elena, ti capisco bene.
Nel confronto diretto tra persone spesso mi sono trovato di fronte a un muro. Qui, invece, ho trovato qualcosa di diverso: la possibilità di esprimere i miei pensieri in un ambiente sì virtuale, ma curato e amministrato da Ivan -persona rara per misura e serietà- e frequentato da lettori colti e rispettosi. Questo, certo, non garantisce l’accordo, ma rende possibile il dissenso senza ferire, la critica senza umiliare, il dubbio senza deridere. Per me, poter scrivere e leggere in questo spazio di parola condivisa è un piccolo passo fuori “dalle bolle” e, chissà… le tracce che lasciamo qui potrebbero diventare sentieri anche per altri‽
Carletto.
Ciao Ivan, uno scritto potente il tuo, che invita ancora una volta alla riflessione. Grazie e grazie anche a chi condivide il proprio pensiero in questo spazio virtuale prezioso e rispettoso.
Grazie a te, Maria Chiara, è sempre un piacere averti qui. Un abbraccio e a presto!!
La chiamano evoluzione miglioramento, ma i risultati sono il collasso della società, il crollo della verità, Gesù in Marco capitolo ,9 e i versetti da 33 a 37 menzionava già l’ipocrisia di volere essere il più grande o apparire, l’amicizia e la lealtà sono cose rare sostituite dalla tecnologia che funge da babysitter e tutore mentale, non lasciando spazio ( se noi glielo permettiamo) alla svelta nostra, e il pensiero obbiettivo, creando una società di individui fragili. Buona giornata
Grazie Raffaele, per essere passato di qui e per aver lasciato un tuo commento.
Buongiorno Sig. Petruzzi.
sono un baby-boomer in buono stato di conservazione ed in piena attività lavorativa.
Da molti anni non seguo la tv trascorrendo le serate al pc navigando.
Recentemente ho attraccato al Suo porto (sito – blog) ed ho iniziato a leggere rimanendone sconcertato.
Incuriosito ho scorso quanto da Le stesso autodichiatao . . . così alla curiosità si è aggiunta l’incredulità.
Una persona che non abbia vissuti gli anni 50 e 60 come può esprimersi con tanta maturità e lucidità quando io ho impiegato decenni per focalizzare i medesimi concetto, pagando innumerevoli baruffe ed errori ?
sono perplesso . . . per dirla come Andreotti ritengo che Lei sia un mio coscritto, che per vezzo si sia anagraficamente ringiovanito.
Non me ne voglia se Le parlo con lingua diritta . . . da nato prima ho sulla bocca quanto io abbia sullo stomaco.
Cordiali Saluti con l’ augurio di fortuna e Salute.
Salve Claudio, ammetto che il suo commento mi ha stupito non poco, soprattutto per la sua originalità. La ringrazio per la stima e i complimenti espressi. È vero: essendo nato negli anni Ottanta, non ho vissuto i Sessanta e nemmeno i Cinquanta, ma le svelo un piccolo segreto: sono un ottimo ascoltatore.
Mi nutro letteralmente di storie di vita, di racconti di com’era la società un tempo, attraverso gli occhi e la pelle di chi quegli anni li ha vissuti. Questi frammenti, che sono tanti, una volta uniti mi offrono uno spaccato di quel tempo originale, personale e basato su fatti vissuti.
Non dico che sia come averli vissuti anch’io, ma questi racconti mi offrono l’opportunità di un confronto importante, soprattutto con la nostra epoca, che presenterà pure dei vantaggi, ma anche molti, troppi difetti. E di questo mi piace parlare e scrivere. Qui, sul mio blog, come nei miei libri.
Ringraziandola ancora per la sua gentilezza, mi auguro di averla ancora tra i miei lettori.
Un caro saluto,
Ivan
Ciao Ivan, sempre bello leggerti. Sull’argomento ci sarebbero fiumi di parole da dire, però mi domando: vale la pena? Sto seguendo un gruppo su Telegram e siamo così allineati che finiamo sempre per darci ragione tra noi. Questo perché quando incontri persone affini, anche se con esperienze e percorsi totalmente diversi, scambiare opinioni o verità personali risulta assai semplice. Quindi, è inutile? No. Perché in mezzo a quel gruppo c’è sicuramente qualcuno a cui una singola frase, forse scontata par alcuni, può far intuire invece qualcosa di nuovo. Per questo motivo rammento un nostro lontano discorso nel quale si diceva che un blog con i commenti era migliore, visto che il mio non ce l’aveva. In essi si possono scoprire quei dubbi, domande, risposte che permettono ad ognuno di noi di avere quel pensiero critico utile per crescere.
Ciao Paolo, ricordo bene il nostro scambio di vedute sui commenti e sono felice che tu ti sia aperto a questa opportunità. E ti ringrazio per questa riflessione, concordo sul fatto che sia importante ribadire la propria visione delle cose, purché sia frutto del proprio pensiero. E so bene che, nel tuo caso, questa è una priorità.