Il Pollo Di Trilussa: La Verità Oltre Le Statistiche

Tragicomico
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Viviamo in un’allucinazione collettiva. Siamo immersi in una realtà aumentata, non solo dai visori ottici, ma anche e soprattutto dai numeri. Apriamo i giornali, scorriamo i feed dei social network, ascoltiamo i telegiornali e veniamo letteralmente bombardati da cifre. Il PIL che cresce di uno zero virgola, l’inflazione che cala (ma con la spesa che raddoppia), le percentuali sull’occupazione, gli algoritmi che stabiliscono i nostri guadagni e i Big Data che anticipano i nostri acquisti.

Ci hanno educato a credere che se un dato è “aggregato“, allora è vero. Abbiamo sostituito la saggezza con la metrica, l’esperienza con la media aritmetica. Eppure, in questo frastuono digitale, c’è un silenzio assordante; ci avete fatto caso? È quello della realtà autentica, quella che si tocca, quella che brontola nello stomaco, quella che nessuno vuole raccontare.

Per capire l’inganno in cui siamo caduti, non serve un analista della Silicon Valley. Serve tornare a Roma, in un’osteria di cent’anni fa, e sedersi ad ascoltare un uomo con i baffi che, tra un bicchiere di vino e una sigaretta, aveva già smontato l’intera impalcatura dell’economia moderna. Carlo Alberto Salustri, in arte Trilussa.

Rileggere oggi la sua poesia La Statistica (composta da “Il pollo di trilussa” + “Er compagno scompagno”) è un’esperienza quasi scioccante. Non è letteratura polverosa; è un reportage brutale dalla nostra contemporaneità.
Ecco il testo, da leggere tutto d’un fiato, come una sentenza inappellabile.

Il pollo di Trilussa

Sai ched’è la statistica? È na’ cosa
che serve pe fà un conto in generale
de la gente che nasce, che sta male,
che more, che va in carcere e che spósa.
Ma pè me la statistica curiosa
è dove c’entra la percentuale,
pè via che, lì, la media è sempre eguale
puro co’ la persona bisognosa.
Me spiego: da li conti che se fanno
seconno le statistiche d’adesso
risurta che te tocca un pollo all’anno:
e, se nun entra nelle spese tue,
t’entra ne la statistica lo stesso
perch’è c’è un antro che ne magna due.

Er compagno scompagno

Io che conosco bene l’idee tue
so’ certo che quer pollo che te magni,
se vengo giù, sarà diviso in due:
mezzo a te, mezzo a me… Semo compagni.

No, no – rispose er Gatto senza core –
io non divido gnente co’ nessuno:
fo er socialista quanno sto a diggiuno,
ma quanno magno so’ conservatore.

La genialità di Trilussa sta nell’aver individuato il peccato originale della nostra società: la media statistica. Oggi la chiamiamo in mille modi sofisticati. Parliamo di “reddito pro capite”, di “benessere diffuso”, di “trend positivo”. 
La statistica è quell’arte magica che permette ai governi e alle multinazionali di proclamare siamo ricchi mentre le file alla Caritas si allungano. Se un milionario entra in un bar di periferia, il reddito medio del locale s’impenna, facendo risultare benestanti tutti i presenti. Eppure, nelle tasche di quegli operai o precari non è entrato un centesimo in più. Il sistema economico attuale si regge su questo principio: finché la media “tiene”, il tutto funziona. Così, il dolore del singolo e la fame di chi resta a “zero polli” vengono mascherati dall’abbondanza di chi ne mangia due, dieci o cento.

Trilussa ci svela che la statistica non è una scienza neutra, è un anestetico. Serve a non farci sentire il dolore della disuguaglianza. Serve a dirci: Non lamentarti, i dati dicono che stai bene. È una forma di violenza psicologica di massa. Oggi quel “pollo” non è più solo cibo. È l’accesso alle cure mediche, è la possibilità di comprarsi una casa, è il diritto a un contratto stabile. E mentre i report finanziari ci dicono che l’economia “regge”, milioni di persone vivono nell’ombra di quel pollo che non vedranno mai, se non nei grafici colorati dei telegiornali.

Ma se la prima parte della poesia demolisce l’economia, la seconda parte (Er compagno scompagno) distrugge la nostra morale. E qui Trilussa diventa spietato.
Il dialogo che ne consegue è la fotografia più nitida e crudele dell’epoca dei social media. Abbiamo barattato l’azione concreta con la sua rappresentazione digitale. La nostra coscienza si sente appagata da un semplice like o da una bandierina condivisa, creando l’illusione di partecipare al cambiamento senza mai alzarsi dalla sedia. È un impegno morale a costo zero, che inizia e finisce nello spazio di 24 ore.
Ma cosa succede quando il pollo arriva davvero sul nostro tavolo? La risposta del Gatto riecheggia come una condanna eterna: «Fo er socialista quanno sto a diggiuno, ma quanno magno so’ conservatore.»

Questa frase dovrebbe essere scolpita all’ingresso di ogni Parlamento, di ogni Consiglio di Amministrazione e, forse, anche sopra lo specchio del nostro bagno. Trilussa smaschera l’opportunismo liquido del mondo moderno. L’ideologia non è più una visione del mondo, ma una funzione dello stomaco. Siamo solidali quando abbiamo bisogno di aiuto, siamo collettivisti quando non abbiamo nulla da perdere. Ma appena otteniamo un briciolo di privilegio, appena il “pollo” entra nella nostra disponibilità, ci trasformiamo istantaneamente in feroci custodi del nostro orticello. Quel gatto è ciascuno di noi quando, messi alle strette, scegliamo il nostro interesse personale a discapito del bene comune, tradendo in un secondo tutti gli ideali che sbandieravamo a pancia vuota.

In conclusione, Trilussa non ci sta solo raccontando una storiella in romanesco. Ci sta avvertendo. Ci sta dicendo che un mondo basato sulla media matematica è un mondo che ha rinunciato a guardare in faccia le persone. Ci sta dicendo che la solidarietà vera si misura a pancia piena, perché a pancia vuota sono capaci tutti.
Il poeta ci toglie l’alibi dei numeri. Non possiamo più nasconderci dietro le statistiche rassicuranti. La realtà è fatta di singole pance, di singole vite, non di percentuali. E la vera “crisi” non è quella dello spread o del debito pubblico, ma quella di quel Gatto “senza core” che vive dentro le nostre istituzioni e, forse, un po’ anche dentro di noi.

Ivan Petruzzi (in arte, Tragicomico)

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9 commenti

Carletto Ribolla 21 Gennaio 2026 - 21:36

Anche questa è una bella riflessione profonda e così attuale. Trilussa, con la sua ironia tagliente, ha davvero messo il dito nella piaga di un meccanismo che oggi, nell’era dei Big Data e della realtà aumentata dai numeri, sembra essersi rafforzato.
Mi ha colpito soprattutto il passaggio in cui noti come la statistica possa diventare un anestetico collettivo. Spesso, dietro medie rassicuranti, si nascondono non solo disuguaglianze, ma anche storie che nessun dato aggregato saprà mai raccontare. E quel “gatto senza core” che è in noi, pronto a cambiare idea a seconda che lo stomaco sia vuoto o pieno, è un’immagine perfetta della fragilità di certi ideali quando incontrano l’interesse personale.
Viene quasi naturale pensare che oggi, più che mai, serva recuperare uno sguardo trilussiano: capace di dubitare delle cifre ufficiali senza cadere nel cinismo, e di ricordarci che il progresso vero si misura dalla condizione di chi quel pollo non lo vede nemmeno nel piatto.

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Tragicomico 22 Gennaio 2026 - 9:26

Ciao Carletto, sì, lo scopo dello scritto e della sua poesia è proprio quello di ribaltare la prospettiva: non più dal lato dei numeri, ma da quello di chi ha meno. Perché, fondamentalmente, non esiste una media uguale per tutti, e pertanto non potrà nemmeno esistere una ricetta univoca per risolvere le disuguaglianze. Tuttavia, da una città civile che ha fatto del progresso il suo mantra, si presuppone che si voglia partire dal basso, dai più deboli. E invece…

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Raffaele 22 Gennaio 2026 - 11:17

Il sazio non crede al digiuno . Solo se si è veramente nella situazione dell’ altro gli si crede. Ma una volta che si è dentro solo allora capisci veramente. Dimostra la mancanza di empatia. Buona giornata

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Tragicomico 22 Gennaio 2026 - 16:51

Anche questo è vero, Raffaele, però c’è da capire se chi è a digiuno, nel momento in cui diventa sazio, è disposto a tornare un po’ indietro per dare qualcosa a qualcun altro.

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Carletto Ribolla 22 Gennaio 2026 - 11:42

Grazie, Ivan. Mi hai fatto pensare ad un paradosso attuale che Trilussa, pur in un altro tempo, ci aiuta a vedere: oggi quel ‘pollo’ non è solo materiale, ma anche immateriale.
Non è solo cibo, casa o lavoro; oggi è visibilità, attenzione, accesso ai dati stessi che dovrebbero rappresentarci. In molti casi la statistica non si limita più a descrivere la realtà; più semplicemente la orienta. Gli algoritmi decidono chi rientra nella ‘normalità’ e chi resta fuori, chi merita un credito, una cura, o una raccomandazione.
Il punto è che siamo insieme soggetti e oggetti della statistica: produciamo dati che ci verranno restituiti come ‘verità’, ma senza controllare davvero criteri e conseguenze.
E il ‘gatto senza core’, oggi, può indossare la nuova maschera della nostra identità digitale. Online siamo generosi nella condivisione e severi nelle opinioni; poi, quando si tratta di rinunciare a un po’ di comodità, privacy o vantaggio -quando il ‘pollo’ diventa un dato, un like, il nostro tempo d’attenzione- ecco che proteggiamo l’orticello come un gioiello.
Forse la rivoluzione dello sguardo è questa: non basta dubitare delle medie, bisogna imparare a vedere le assenze. Chi non è rappresentato nei dati? Chi non ha voce, né pollo, né storia tracciabile?
La sfida non è rifiutare la statistica, ma pretendere che racconti anche i vuoti. E ricordare che nessun algoritmo potrà mai misurare il valore di una persona, perché quel valore sta anche in ciò che sfugge alla media, nella sua irripetibilità.

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Tragicomico 22 Gennaio 2026 - 16:46

Grazie Carletto, sì è ciò che ho scritto nell’articolo.

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paolo 27 Gennaio 2026 - 7:56

Esattamente.

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SIMONE 16 Febbraio 2026 - 2:09

Bellissimo articolo che colpisce il mio io interiore stimolandolo a riflettere. Come sempre leggo e scrivo di notte, quando il silenzio, mio grande complice, mi permette di scendere negli abissi della mia anima. Dedico con piacere e interesse il mio tempo a questo blog, conosciuto recentemente, nel tentativo costante di orientare le vele verso la rotta migliore e raggiungere acque più tranquille di quelle che ora minacciano l’ esistenza di noi tutti. Tutto ineccepibile quanto appena letto, nulla da obiettare. Tuttavia tra queste righe percepisco una chiave di lettura che vorrei umilmente aggiungere, ovviamente del tutto personale. Se come dicono, a proposito di statistiche e medie, l’ uno per cento delle spese militari globali, sarebbe sufficiente a eliminare la fame nel mondo, non siamo più difronte a una semplice mancanza di solidarietà o altra forma di altruismo. Il problema è molto più serio e agghiacciante. La bulimia di potere di chi governa il mondo, tra sadiche e sataniche stranezze, non si accontenta più di sottrarci il pollo, ma necessita di cibarsi delle nostre stesse vite. Usano il pianeta come allevamento avicolo e il popollo (con due elle) ignaro dell’ inganno, va avanti come se nulla fosse, come polli prima di finire in pentola.

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Tragicomico 17 Febbraio 2026 - 17:07

Caro Simone, grazie per le tue parole; le apprezzo molto, specie perché arrivano da chi ha saputo cogliere l’essenza dei miei spunti, aperti ovviamente a nuove interpretazioni.
Mi riallaccio volentieri alla tua analisi: il paradigma del “pollo” descrive perfettamente una guerra orizzontale, una lotta tra poveri. Tuttavia, se alziamo lo sguardo verso i vertici della piramide, lo scenario muta. Lì l’avidità e la sete di potere non riguardano più la sopravvivenza, ma il dominio totale. A quel livello, tutto è elevato a potenza e privo di scrupoli, il “pollo” serve solo a distogliere l’attenzione dal grande gioco, applicando il vecchio paradigma del divide et impera.
Il vero dramma è che questo inganno è destinato a perdurare. Perché? Perché il potere dei “grandi” si fonda esattamente sulla miopia dei “piccoli”. Ovvero, finché la massima aspirazione alla base sarà quella di fregarsi il pollo a vicenda, nessuno avrà mai la lucidità necessaria per assaltare il vero palazzo.

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