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L’Ideologia Del Lavoro: Si Vive Per Lavorare!

Tragicomico
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ideologia-del-lavoro-charlie-chaplin-tempi-moderniL’ideologia del lavoro è quel complesso di credenze e di opinioni che fa del lavoro “salariato” il centro della vita, l’unica via che può permettere all’uomo moderno di accedere al credito e alla sempre crescente proliferazione dei beni di consumo. Ed è così che non si lavora più per vivere, ma si vive per lavorare, perché il bisogno dei soldi è sempre maggiore e in compenso dobbiamo cedere tutto il nostro tempo che, detto in altre parole, significa che non abbiamo più il tempo per vivere, per goderci qualcosa di nostro, di intimo, di vero, che non sia per forza di cose esclusivamente riconducibile al materialismo.

L’ideologia del lavoro comporta però delle conseguenze sociali davvero drammatiche, a cui la gente raramente pensa (non ne ha il tempo!). Ci si identifica così tanto con il proprio lavoro che si diventa quel lavoro, perché se qualcuno ci chiede “chi siamo?”, probabilmente risponderemo con il lavoro per cui siamo pagati (“sono un idraulico”, “sono un tassista”).

La nostra realizzazione passa attraverso il lavoro. Non si lavora più per vivere ma si vive per lavorare. Per sacrificarsi, per emergere, per farsi grandi agli occhi degli altri. Per sentirsi persone di valore, adulte e responsabili, con una vita piena e degna d’invidia.

L’obiettivo non è mettere a frutto i propri talenti, né tantomeno creare valore nella vita degli altri.
L’obiettivo è farsi spazio nel mondo, accumulare simboli di ricchezza così da poterli ostentare
e costruire attraverso di essi la propria identità. Se poi, per generare ricchezza,
ci si priva del tempo necessario per goderne i frutti poco importa,
quel che conta non è l’essenza ma l’apparenza,
l’illusione luccicante ed effimera di una vita colma di significato.
(Dal mio libroSchiavi del Tempo“)

Lo so, a voi sembrerà normale, per voi può essere la normalità, ma per me, che sono “tragicomico” per natura, tutto ciò ha un qualcosa di tragico, di drammatico: essere il proprio lavoro, vivere per il proprio lavoro! E nella società nella quale viviamo non è consentito considerare il lavoro come un “problema”, specie in tempo di crisi, è peggio di un crimine. Poi fa niente se l’ideologia del lavoro condurrà necessariamente la maggioranza della popolazione a una grande e profonda solitudine, abbinata ad una frustrazione sulla propria incapacità di influenzare il mondo che ci circonda attraverso ciò che viene fatto durante il giorno. Le persone sono assalite dalla disperazione per il vuoto della propria vita quotidiana che diventa un vero e proprio circuito chiuso di confusione e auto-illusione verso se stessi.

Il grande Charlie Chaplin, nel 1936, ha rappresentato alla perfezione questo “stato emotivo” del lavoratore nella sua pellicola “Tempi Moderni”: masse di gente che si muovono come un gregge e come carne al macello per raggiungere un posto di lavoro che li rende schiavi, ripetitivi, distrugge la fantasia e il senso di umanità.

Non usciremo da questo Sistema finché non avremo la consapevolezza che noi NON viviamo grazie al lavoro (e relativo salario!) ma nonostante il lavoro. Il lavoro moderno, come lo intendiamo oggi, inizia a prendere forma con l’avvento della “Rivoluzione industriale” e trova la sua massima esaltazione nel liberismo-capitalismo e nel marxismo, ovvero le due correnti che nei fatti prendono piede proprio dalla Rivoluzione industriale. Ma come sia andata a finire, in entrambi i casi, è sotto gli occhi di tutti.

E ancora prima della Rivoluzione Industriale, i promotori del lavoro sono stati i Cristiani, sì, proprio il Cristianesimo, infatti subito dopo il “peccato originale” arriva la condanna di Dio per l’essere umano: “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane”… però mi chiedo se questa avversità vale anche per i politici 😀 !! Poi arriverà il solito san Paolo, carico di “requisiti” morali, che affermerà: “Chi non lavora non ha il diritto di mangiare”. Insomma, il dado è tratto, non si può tornare indietro. Ed è un peccato, perché proprio tornando indietro nel tempo possiamo riscoprire come, semplicemente, l’ideologia del lavoro non esisteva e di certo non si viveva per lavorare.

Tornando indietro nella storia infatti, ci accorgeremo di come ai tempi dei Romani e dei Greci il “lavoro” non aveva poi tutta questa importanza nella sfera sociale. Per i Greci il lavoro veniva percepito come un’attività servile che, in quanto tale, è in antagonismo con la libertà, mentre Cicerone afferma in “De Officiis” che “il salario è il prezzo di una servitù“. Nella lingua latina poi, il lavoro ha due “facce”, ossia il labor, che evoca il lavoro penoso ed oppressivo, e l’opus, l’attività creativa, quella che per l’appunto, permette di esprimere al meglio i propri talenti. Bisogna quindi “capire” bene cosa significhi veramente “lavorare” al giorno d’oggi. Perché un conto è fare qualcosa che ci permetta di vivere, un’altra cosa è vivere facendo qualcosa per rivestirci di status symbol, per avere successo, potere, soldi e via dicendo.

vivere-per-lavorareIl lavoro è, a mio avviso, la causa principale che ha determinato la sostituzione dell’essere con l’avere. Da esseri spirituali ci siamo trasformati in persone materialiste. Ed è questo il nodo principale del malessere che permea in profondità la nostra società, in quanto avere non è, né potrà mai esserlo, un riempitivo e men che meno un sostitutivo dell’essere. Ma l’aspetto tragicomico di quest’ideologia del lavoro non è tanto il fatto che si lavori, perché capisco bene che ci sono situazioni in cui si è, diciamo, “costretti” a farlo, ma il fatto che si abbia una voglia matta di lavorare. La gente in tempo di crisi è disposta a fare qualunque cosa pur di lavorare, in pratica, le persone sono pronte a sottomettersi all’ideologia del lavoro.

Mi viene in mente un passaggio molto emblematico del “Discorso tipico dello schiavo”, dello scrittore, regista e poeta bresciano Silvano Agosti, che potete trovare su youtube: “Per esempio il fatto che la gente vada a lavorare sei giorni alla settimana… certo c’ho mica il mitra alla nuca… lo faccio, perché faccio il discorso: “Meglio leccare il pavimento o morire?” “Meglio leccare il pavimento” ma quello che è orrendo in questa cultura è che “leccare il pavimento” è diventata addirittura una aspirazione, capisci?”.

Ti capisco bene mio caro Silvano, le tue parole hanno il sapore della verità, il fatto stesso che si voglia lavorare, che si adori il lavoro, che gli si voglia bene, significa nella maggior parte dei casi, non aver capito che stiamo volendo bene alla nostra stessa schiavitù! Ma al peggio non c’è mai fine, e infatti il lavoro, questo assassino della vita, viene addirittura definito come colui che “nobilita l’uomo”, ma in verità il lavoro sta rincoglionendo l’uomo, tant’è vero che l’uomo moderno è stressato, angosciato, ossessionato dal lavoro stesso, e non sa neppure più cos’è la Vita, e soprattutto, cosa significhi VIVERE!

Nella società mercificata nella quale viviamo circola l’idea che il lavoro rendi le persone libere, indipendenti, autonome… ma è vero l’esatto contrario, l’unica forma di libertà che otteniamo è quella di poter scegliere tra dieci marche diverse di shampoo da poter acquistare. E poi da cosa dovrebbe liberarci il lavoro? Resta il fatto che nel nostro paese il dogma del lavoro è sacro, non lo si può toccare. Figuriamoci, lo abbiamo anche messo a fondamento della nostra costituzione. E il perché non lo si possa toccare è anche piuttosto semplice da intuire: se lo facessimo l’intero sistema crollerebbe in un niente.

Il lavoro è una maledizione che l’uomo ha trasformato in piacere.
(Emil Cioran – “Al culmine della disperazione“)

Ci tengo a precisare che non sto parlando di un rifiuto totale verso il lavoro, perché anche se viviamo in una società “malata”, ci sono tante persone che amano ciò che fanno, e questo amore si propaga ben oltre il salario. C’è anche chi, oltre al lavoro, conserva e coltiva qualcosa di ben più prestigioso, al quale dedica gran parte delle proprie energie. Ed è giusto e bello che sia così. Questo mio articolo vuole soltanto trasmettere il rifiuto dell’ideologia del lavoro, cioè dell’ideologia che oggigiorno viene rappresentata proprio dal lavoro: sfruttamento, devastazione, inquinamento (ambientale e sociale) che necessariamente comporta la schiavitù di chi lo fa e di chi lo subisce. Il rifiuto di questa ideologia rappresenta un tentativo legittimo e naturale (cioè che asseconda la nostra natura di esseri viventi e liberi) di riappropriarci della nostra vita e della nostra libertà.

Tragicomico

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2 commenti

GuideJobs2022 6 Settembre 2022 - 3:06

Come ha detto di recente il Presidente della Repubblica, dobbiamo guardare avanti, al futuro. Dobbiamo essere in grado di costruire una societa migliore per le generazioni che verranno. E a tal fine e necessario, oltre all’intelletto, ovviamente, anche il cuore al quale voi vi riferite. Sara fondamentale affrontare le riforme di struttura, reagire al calo demografico considerato anche l’anticipo, di recente rilevato, della “gobba” pensionistica -, contrastare quel vero e proprio bradisismo economico che ci caratterizza da un quindicennio, per il quale avanziamo sempre della meta rispetto ai nostri concorrenti nei versanti della competitivita, della produttivita, della quota di commercio internazionale, ecc. Non possiamo continuare a vivere a spese delle generazioni future. Non ce lo consentirebbero piu neppure i nostri legami europei e internazionali. Tutti, allora, debbono fare la propria parte, l’Europa, il Governo, le istituzioni della politica in genere, le imprese ivi comprese, ovviamente, le banche e le assicurazioni -, i sindacati, le altre organizzazioni sociali. Nel versante dell’Unione Europea, e fondamentale dare avvio alla costruzione di un governo economico, per la quale non e sufficiente la pur importante revisione della struttura e dei contenuti del Patto di stabilita e di crescita. Nel frattempo, occorrono, in ogni caso, scelte concrete, che facciano avvertire effettivamente l’essenzialita del ruolo dell’Unione, quale potrebbe essere un programma di emissione di titoli europei per finanziare un piano comunitario di sviluppo nelle infrastrutture e nella ricerca. All’interno, e in coerenza con gli indirizzi europei, come accennato, e cruciale rialimentare la crescita. Dobbiamo, cosi, contrastare i dati non esaltanti (anche se comparativamente, a livello europeo, non peggiori) sul lato del tasso di disoccupazione, della partecipazione delle forze di lavoro, dei cosiddetti e chiamato, anch’esso, a fare la sua parte. Si parla, oggi, di nuova filantropia. E’ un orizzonte che, di pari passo con il necessario riequilibrio della finanza pubblica e con l’evoluzione di settori come quello dell’istruzione e della ricerca, dovrebbe mobilitare le intelligenze e la capacita di antivedere del legislatore, del Governo, dell’iniziativa privata. In un momento nel quale si manifestano anche correnti di pensiero relativistiche e scettiche, desiderare, con Camus, l’impossibile forse puo apparire fuori dai tempi. E tuttavia, dobbiamo proporci obiettivi piu ambiziosi, capaci di una nuova sintesi tra la vita e gli interessi dei singoli e la vita della comunita di cui si e parte, per una vita, insomma, degna di essere vissuta, nella quale non vengano meno gli ideali.

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Tragicomico 13 Settembre 2022 - 18:23

Grazie per questo suo intervento, lo trovo molto interessante e propositivo, con l’augurio che in questa attualità scadente qualcosa possa ancora cambiare. In meglio.

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