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Hai mai pensato di andare via e non tornare mai più? Per ricominciare a vivere..

Tragicomico
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“Hai mai pensato di andare via e non tornare mai più? Scappare e far perdere ogni tua traccia, per andare in un posto lontano e ricominciare a vivere, vivere una vita nuova, solo tua, vivere davvero. Ci hai mai pensato?”

Alzi la mano chi, almeno una volta nella vita, non è stato tentato da questa provocazione magistralmente esposta da Pirandello nel suo capolavoro “Il fu Mattia Pascal”. Chi, almeno una volta nella vita, non ha pensato, sognato, immaginato, di scappare, di far perdere le proprie tracce, per iniziare a vivere una vita nuova, lontano da tutti, una vita voluta e non subita. Perché quel “vivere davvero” dettato da Pirandello, presuppone che c’è ci sia chi una vita SUA non ce l’ha e vive una vita artefatta e artificiosa, simile a quella di Truman Burbank (Jim Carrey) nel film “The Truman Show”. Una vita che ha il sapore della messa in scena. E ammettiamolo, la provocazione di Pirandello non è poi molto lontana dalla nostra realtà piena di vite falsate, mai vissute, mai scandagliate.

Veniamo al mondo pieni di energia, cresciamo con la curiosità addosso,  con una mente attenta, pronta a cogliere il battito d’ali di una farfalla che ci svolazza davanti al naso. Siamo bambini, siamo esploratori, tutto quello che è nuovo ci entusiasma, suscita in noi forti emozioni: risate, stupore, pianti, siamo col cuore ancora in mano aperti al mondo e alle sue meraviglie.

Ma eccoli lì, i primi indici puntati addosso, per colpevolizzare, proibire, vietare, giudicare, e il mondo, tutto d’un tratto, diventa il mondo degli adulti, quelli che si proclamano “grandi”, quelli che ci vogliono a loro immagine e somiglianza. Ma soprattutto, vogliono confinarci nel percorso di vita obbligato, quello che succede a tutti, da generazioni ormai. Così ti ritrovi ore e ore seduto immobile, in un dannato banco di scuola, a ripetere come un pappagallo quello che l’insegnante desidera. Perché loro hanno uno stipendio da portare a casa, mentre tu diventi un manichino senza anima e senza energia.

“Fin da quando nasciamo gli altri ci dicono che il mondo è in un determinato modo, e naturalmente noi non abbiamo altra scelta che accettare che il mondo sia come gli altri ci hanno detto che è. Il bambino apprende come deve percepire il mondo per essere pienamente integrato. Passo dopo passo, gli viene resa familiare una descrizione del mondo che egli impara a percepire, mantenere e difendere come “la vera realtà”. La ragione induce gli uomini a dimenticare che la descrizione è soltanto una descrizione, ma prima che arrivino a capirlo, hanno intrappolato la loro essenza in una gabbia da cui emergono raramente nel corso della vita.”

Carlos Castaneda – “Una realtà separata

Sei ancora un ragazzino, ma sei già diventato l’ombra di quello che eri. Non fai neanche in tempo a porti qualche domanda, per capire dove possa essere finita la “vera vita” che già ti ritrovi ingabbiato e tradito, senza il tuo consenso e senza alcun preavviso. Ti chiedono cosa vuoi fare da grande e tu, stordito, ti domandi come diamine fai a sapere cosa vuoi fare da grande, se con i loro condizionamenti ti hanno fatto  dimenticare perfino cosa vorresti fare adesso.

E così ti ritrovi “condannato” a vivere una vita non tua, fatta di percorsi a tappe, ad ostacoli, dove tutto è calcolato, recintato, non ci sarà nessuna pecora nera al di fuori. Solo pecore bianche. Quella che sembrava essere la “tua vita” sta diventando un’immagine annebbiata, come la nebbia di novembre sulla Pianura Padana. Una vita confusa, grigia, limitata, che tutto sembra essere fuorché “tua”.

«Veniamo al mondo liberi ma la nostra libertà dura poco, troppo pericolosa, troppo destabilizzante per una società appesa a fragili equilibri. Siamo ancora dei bambini quando cominciamo a navigare dentro sovrastrutture sociali che ci entrano pian piano sotto pelle, plasmando i nostri pensieri e le nostre decisioni, gabbie mentali che ci trasciniamo dietro per tutta la vita senza mai metterle in discussione, spesso senza nemmeno riuscire a vederle.

Nasci-studia-trova un lavoro sicuro-sposati-fai figli-paga il mutuo-lavora-consuma-lavora-lavora-LAVORA-muori.

Intuiamo che questa è una follia, che c’è qualcosa di malsano in questa corsa spasmodica che non lascia tempo al tempo, che non lascia spazio all’amore. Lo intuiamo ma lo accettiamo, perché questo è ciò che fanno tutti. Il fatto però che una follia sia condivisa non la rende meno folle, il fatto che lo facciano tutti non significa che sia giusto. Che sia sano. Che sia normale.

Prima di potersi liberare da una vita che non vogliamo, occorre dunque riconoscere le sovrastrutture mentali e culturali che ci condizionano e capire che viviamo gran parte della nostra vita secondo schemi che non abbiamo scelto. Qualcuno ha la fortuna di scoprirlo presto e di prenderne atto senza troppi traumi, mentre per altri è un processo di consapevolezza lento e doloroso che coinvolge non solo la società come entità astratta ma anche il mondo attorno, i colleghi, le persone care. Quante volte facciamo delle scelte solo per accontentare qualcun altro? I nostri genitori, il partner, gli amici? Quante volte ignoriamo i nostri desideri, le nostre pulsioni e intuizioni solo per non vedere la delusione negli occhi di chi ci ama, per non sentire i loro rimproveri, i loro giudizi?

Impara a distinguere ciò che vogliono gli altri da quello che vuoi tu. Realizzare per quanto tempo sei riuscito a ingannarti vivendo una vita non tua potrebbe essere uno shock. Ma questo non è un male, quanto piuttosto una benedizione, perché lo shock è il varco necessario per accedere al secondo atto del processo di svincolamento dal vecchio mondo: la ribellione.»

Dal mio libroSchiavi del Tempo

La ribellione, un atto dovuto, un’implosione silenziosa, non hai altra scelta se vuoi cambiare, se vuoi prendere in mano le redini della tua vita e uscire dalle sabbie mobili che ti paralizzano. O ti ribelli o finisci per vivere come gli altri con un percorso obbligato: università, lavoro, un lavoro che probabilmente non ti piace, che non dà valore ai tuoi talenti, che non rispecchia le tue passioni, sempre di corsa in un lotta quotidiana per mantenersi economicamente a galla, mentre avrai una famiglia con la quale dovrai indossare il tuo finto sorriso stampato in faccia e mostrare tutta la tua ipocrisia sui social. Perché è così che vanno le cose, è così che fanno tutti.

A furia di abbassare sempre la testa dimenticherai chi sei, cosa sei venuto a fare in questo mondo, quali sono i tuoi sogni, cosa significa decidere per te stesso e soprattutto, cosa significa vivere la tua vita (non quella di qualcun altro). Ti sarai atrofizzato, l’infelicità diventerà il tuo abito quotidiano e ogni tanto un pensiero aleggerà nella tua mente come un fantasma, chiedendoti:  “Hai mai pensato di andare via e non tornare mai più? Scappare e far perdere ogni tua traccia, per andare in un posto lontano e ricominciare a vivere, vivere una vita nuova, solo tua, vivere davvero. Ci hai mai pensato?”

Tragicomico

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Erica 10 Settembre 2020 - 5:27

Ci penso ogni giorno!

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Tragicomico 10 Settembre 2020 - 9:25

Grazie per essere passata da qui Erica, con l’augurio che un girono – non molto lontano – non ci penserai più. Perché avrai trovato il tuo posto nel mondo. E dentro di te.

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Maurizio 19 Settembre 2020 - 0:01

Ad andarmene ci penso anche io ogni giorno…
E condivido pienamente quanto scritto nel tuo libro: “…Qualcuno ha la fortuna di scoprirlo presto e di prenderne atto senza troppi traumi, mentre per altri è un processo di consapevolezza lento e doloroso che coinvolge non solo la società come entità astratta ma anche il mondo attorno, i colleghi, le persone care…”.
Solo che il processo che mi ha portato alla consapevolezza (alla “verde” età di 63 anni) è veramente TROPPO doloroso.

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Tragicomico 19 Settembre 2020 - 23:14

Più passa il tempo e più diventa doloroso, come fosse un boccone velenoso da buttare giù e cercare di digerirlo senza traumi non credo sia possibile. Però, come si dice, non è mai troppo tardi per ricominciare. Buona – nuova – vita Maurizio.

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arthur 21 Settembre 2020 - 15:46

A che serve ribellarsi? Per che cosa è servito il sessantotto? Per creare una società di servili oppressi da un ribellione permanente? Il ribelle e il servile sono due facie della stessa medaglia. Nessun nave spaziale ti farà allontanare da te stesso.

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Tragicomico 22 Settembre 2020 - 16:35

Arthur, ho parlato di un’implosione silenziosa, ovvero di una ribellione interiore. È quello il punto di partenza. Poi magari diventi ribelle anche “fuori”, ma questo cambia poco, ciò che conta è il tuo cambiare interiormente, cambiare modo di vedere, di percepire e di stare al e nel mondo. Ti lascio con una citazione di Tiziano Terzani, tratta dal suo bellissimo libro “Un altro giro di giostra“:
“La malattia di cui oggi soffre gran parte dell’umanità è inafferrabile, non definibile. Tutti si sentono più o meno tristi, sfruttati, depressi, ma non hanno un obbiettivo contro cui riversare la propria rabbia o a cui rivolgere la propria speranza. Un tempo il potere da cui uno si sentiva oppresso aveva sedi, simboli, e la rivolta si dirigeva contro quelli. Ma oggi? Dov’è il centro del potere che immiserisce le nostre vite? Bisogna forse accettare una volta per tutte che quel centro è dentro di noi e che solo una grande rivoluzione interiore può cambiare le cose, visto che tutte le rivoluzioni fatte fuori non han cambiato granché.”

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Arturo 23 Settembre 2020 - 10:18

Sempre ci penso.

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Tragicomico 23 Settembre 2020 - 17:23

Tranquillo che non sei l’unico!

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Francesco 23 Settembre 2020 - 10:41

Articolo fantastico , condivido tutto!!!tutto ciò che dici è vangelo viviamo da schiavi e ci sentiamo pure fichi , siamo ormai la controfigura di noi stessi.

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Tragicomico 8 Ottobre 2020 - 17:08

Grazie Francesco, felice che ti sia piaciuto! Spero di averti ancora come lettore.

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Chiara 26 Ottobre 2020 - 15:55

Ci penso sempre più spesso. E lo farò.
Sono Spaventata, ma lo farò.
Ormai ho capito di non avere altra scelta se non questa..preferisco fare un salto nel buio piuttosto che continuare a vivere con gli occhi chiusi.

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Tragicomico 26 Ottobre 2020 - 17:48

Trovo che sia fondamentale meditare le proprie scelte e agire quando germoglia la giusta consapevolezza. Buona fortuna.

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Gabriele 7 Novembre 2020 - 11:51

Ciao a tutti.
Sono diventato pessimista e fatalista. Ho trascorso la mia vita architettando la fuga che però non ho mai messo in pratica tranne qualche tentativo risibile.
Mi addormento tutte le sere organizzando la fuga come fossi un ergastolano e regolarmente tutte le mattine prendo coscienza di essere davvero in cella, sempre più stretta ed efficace.
Quindi faccio il “mio dovere” in attesa della prossima notte, l’ennesima.

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Tragicomico 7 Novembre 2020 - 14:45

Sei un ergastolano che si sta accontentando dell’ora d’aria ma, nel frattempo, stai cercando di mettere in piedi un nuovo progetto di vita. Non è così? A volte bisogna solo aspettare l’occasione giusta, ma per sfruttarla bisogna anche farsi trovare pronti. Quindi non stancarti mai di essere pronto e appena passa il treno giusto, saltaci sopra. Perché, come scrivo nel mio libro “Schiavi del Tempo”:
«La vita è zeppa di treni che passano una volta sola ma scarna di passeggeri che decidono di saltarci sopra.»

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Marco candussi 8 Novembre 2020 - 11:39

E già sono d’accordo con voi, alla età di 13 anni i miei genitori mi fecero una domanda che io non sapevo rispondere, cosa vuoi fare nel tuo futuro? E io a quel età non sapevo cosa rispondere, devo dire che ho avuto taaante difficoltà sia con loro che con i miei compagni di scuola che ti guardavano e ti dicevano che sei strano che hai gli occhi a forma di seppia, e ancora oggi continua il tutto, ho un lavoro che mi fa schifo, e ancora oggi voglio scappare da un mondo che non è il mio.

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Tragicomico 8 Novembre 2020 - 17:38

Ciao Marco, quel perenne senso di insoddisfazione che ti segue passo dopo passo difficilmente andrà via se prima non proverai a svolgere un lavoro su te stesso, di cambiamento, in modo da incentivare anche alcuni cambiamenti esterni. E il mio augurio per te è proprio questo: cambia dentro se vuoi che le cose possano cambiare fuori.

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Luca 10 Novembre 2020 - 23:55

Articolo molto profondo e riflessivo, i miei complimenti. Argomenti del genere sono tabù in una società come la nostra, ma leggere queste parole mi fa sentire un po’ meno solo. A volte mi domando quante persone abbiamo pensieri del genere, ma li reprimano per paura (o forse comodità)

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Tragicomico 11 Novembre 2020 - 9:20

Luca, grazie per queste tue parole di stima. Sì, molte persone vengono solo sfiorate da questi pensieri, perché appena si accorgono della loro presenza provano subito a scacciarli via, per paura, per timore di un lavoro di introspezione che non viene mai eseguito in una società automatica, fatta di routine e loop continui. Esseri umani che non sono più umani, ma esistono e basta, sensa dare un senso alla propria esistenza. Ti abbraccio.

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