
Georges Gurdjieff, Carlos Castaneda e Alejandro Jodorowsky, tre figure fuori dall’ordinario che ribadiscono un concetto mal digerito dalla civiltà contemporanea: noi siamo morti. Morti dentro. Camminiamo per le strade, paghiamo le tasse, giuriamo amore eterno, credendo fermamente di essere vivi, quando in verità la società umana è un colossale cimitero di automi sonnambuli.
Iniziare un articolo in questo modo e con queste parole rappresenta una violenza necessaria. È la medesima spietatezza che questi tre uomini hanno scatenato nei rispettivi campi d’azione per scardinare le certezze antropologiche, mistiche e psicologiche del loro tempo. Tre sabotatori della realtà che appartengono a decenni, conflitti e nazioni differenti. Eppure tracciano un’unica e sanguinosa linea di faglia nella storia del pensiero umano.
Il Novecento è stato, probabilmente, il secolo più feroce dell’umanità. Un secolo dove il positivismo ha fallito miseramente nel fango delle trincee e le religioni tradizionali hanno perso la loro presa sui cuori. Ed è in questo scenario che Gurdjieff, Castaneda e Jodorowsky si sono innalzati come titanici maestri della liberazione, anche se il loro scopo, diciamolo chiaramente, non è mai stato quello di fondare nuove fedi consolatorie. Loro hanno semplicemente progettato degli attentati contro la percezione ordinaria della realtà.
Ma andiamo con ordine.
Il Caucaso, tra la fine dell’Ottocento e l’alba del Novecento, rappresentava un crogiolo eterogeneo di geografie mistiche e relitti spirituali. Era un margine impervio dove sopravvivevano frammenti di antichi gnosticismi dimenticati dall’Occidente ormai industrializzato e sempre più frettoloso. E in questo spazio di frontiera sradicato dal tempo, Georges Ivanovich Gurdjieff forgiò una ricerca implacabile fondata sul principio che la verità non è custodita nei libri accademici. Essa va rintracciata nei rituali perduti e nelle tradizioni orali custodite da confraternite segrete.
Il suo sbarco nell’Europa occidentale del 1922 avvenne nel pieno di un continente grottescamente mutilato dalla carneficina della Grande Guerra. Le certezze del positivismo ottocentesco giacevano sepolte sotto i gas tossici. All’interno della tenuta del Prieuré a Fontainebleau-Avon, l’Istituto per lo Sviluppo Armonico dell’Uomo divenne il laboratorio di un’antropologia estrema in cui l’intellighenzia decadente del Vecchio Continente cercava un riparo, trovandovi invece una forgia dolorosissima.
Gurdjieff rifiutava radicalmente il sincretismo consolatorio e la spiritualità borghese da salotto, imponendo ai suoi adepti una disciplina d’attrito nota come la Quarta Via. Questo metodo esigeva la disintegrazione sistematica dell’ego per risvegliare l’uomo dal suo sonno meccanico. Egli sosteneva che l’umanità serve letteralmente da concime per la Luna, riducendoci a semplici batterie organiche destinate a nutrire il cosmo.
Pëtr Dem’janovič Uspenskij documentò queste teorie nel suo monumentale volume “Frammenti di un insegnamento sconosciuto“. Proprio in quell’opera troviamo la diagnosi inappellabile pronunciata dal maestro armeno, il quale avverte il suo allievo spiegando che “prima di tutto un uomo deve comprendere che egli è in prigione, finché non l’avrà compreso non potrà succedergli nulla“.
La prigione è quindi la nostra mente reattiva e l’evasione si paga unicamente con il sudore dell’attrito volontario. Sono celebri, infatti, le sue Danze Sacre che costringevano il corpo di chi le praticava ad assumere posture asimmetriche e ritmi matematici impossibili, un espediente geniale per spezzare gli automatismi neurologici di base.
Lo stesso vale per i famigerati esercizi del ricordo di sé, dove l’allievo viene forzato a sdoppiare spietatamente la propria attenzione. Metà della coscienza deve immergersi nell’azione esteriore. L’altra metà deve restare ferocemente ancorata alla percezione simultanea del proprio corpo e della propria presenza. Questa frizione costante impedisce alla mente di scivolare di nuovo nel letargo rassicurante dei pensieri casuali, costringendo la macchina umana a generare la scintilla della pura presenza.
Ed eccoci a Castaneda, l’uomo che quarantasei anni dopo l’apertura del Prieuré sposta bruscamente il teatro dell’eresia in una California del 1968 letteralmente infiammata dalle proteste contro la guerra del Vietnam, dalle utopie comunitarie e dalle prime radicali sperimentazioni psichedeliche. Muovendosi furtivamente all’interno del dipartimento di antropologia della University of California, questo elusivo studente decide di gettare sul tavolo ben apparecchiato della cultura occidentale un testo destinato a devastare per sempre l’accademia mondiale, intitolato “Gli insegnamenti di don Juan“.
Anziché limitarsi a catalogare le pratiche degli indiani Yaqui del Messico settentrionale con il distacco asettico e rassicurante dell’antropologo, Castaneda finisce per farsi totalmente fagocitare dal loro inesorabile sistema di conoscenza sferrando così un colpo letale al riduzionismo strutturalista. In questo irreversibile ribaltamento di prospettiva l’osservatore razionale si scopre improvvisamente preda di forze inconcepibili, mentre lo stregone indio don Juan Matus svela al suo terrorizzato apprendista un universo abissale composto interamente da filamenti luminosi e abitato da antiche entità inorganiche perennemente affamate di energia.
L’obiettivo finale degli antichi stregoni toltechi, anche attraverso l’uso di sostanze psichedeliche (peyote ed erba del diavolo), rifuggiva totalmente l’ingenuo sballo ricreativo tanto caro alla controcultura giovanile di quegli anni, puntando invece al collasso definitivo della percezione ordinaria attraverso l’interruzione brutale del dialogo interno. Fin dall’infanzia veniamo infatti addestrati a ripeterci un monologo mentale incessante che solidifica l’esistenza in una gabbia di concetti prevedibili, escludendo irrimediabilmente l’ignoto dal nostro orizzonte. Per scardinare questa invisibile prigione cognitiva e riuscire finalmente a fermare il mondo (usando le parole di Castaneda), il guerriero è chiamato a recuperare disperatamente l’energia vitale dissipata nelle futili interazioni sociali quotidiane, accumulando il potere necessario per affrontare una via della conoscenza che non tollera la minima ombra di debolezza o autocommiserazione.
Castaneda nel frattempo scompare dietro un muro impenetrabile di nebbia e cancella rigorosamente la sua storia personale per non farsi etichettare dai familiari e dal pubblico. La verità biografica perde qualsiasi valore di fronte all’impatto delle sue opere. Ma è nel suo dirompente capolavoro “Viaggio a Ixtlan“, che lo stregone yaqui impartisce a Carlos la lezione suprema sulla consapevolezza del limite.
Don Juan gli ricorda con impassibile fermezza che “la morte è la nostra saggia compagna, essa si trova sempre alla nostra sinistra, a non più di un braccio di distanza“. Questo ammonimento diventa il propellente definitivo per agire con un’impeccabilità assoluta. Sapere di poter svanire nel nulla in qualsiasi istante trasforma ogni singola azione nell’ultima gloriosa battaglia del guerriero.
La necessità vitale di abbattere la tirannia della mente logica trova, infine, il suo epilogo trionfale e postmoderno grazie all’opera di Alejandro Jodorowsky. La cornice storica cambia pelle ancora una volta. Siamo di nuovo a Parigi nei primissimi anni Sessanta. Jodorowsky si allea con l’anarchico Fernando Arrabal e il geniale Roland Topor per fondare il Movimento Panico. Il nome omaggia esplicitamente il dio Pan e la totalità caotica dell’esistenza.
È una dichiarazione di guerra aperta contro il surrealismo ortodosso guidato da un André Breton ormai considerato eccessivamente dogmatico. Il Movimento Panico esalta la festa teatrale, l’umorismo macabro, la profanazione dei tabù e la liberazione degli istinti repressi. Jodorowsky è un autentico mutante culturale. Nasce in Cile e lavora nel circo. Studia il mimo a Parigi. Si trasferisce in Messico dove diventa un cineasta di culto globale girando capolavori lisergici e carichi di violenza mistica come El Topo e La Montagna Sacra. La sua ricerca insaziabile abbraccia il restauro dei Tarocchi di Marsiglia, lo studio dell’alchimia e l’apprendistato sciamanico con la curandera messicana Pachita, capace di operare organi umani a mani nude nella totale oscurità.
L’intuizione più geniale e trasformativa di Jodorowsky consiste nell’aver unito l’eredità implacabile di Gurdjieff e l’agguato percettivo di Castaneda applicandoli chirurgicamente alla storia familiare. Nasce in questo crogiolo infuocato la Psicomagia.
Secondo Jodorowsky il trauma irrisolto si trasmette di generazione in generazione come un virus invisibile e letale. L’albero genealogico diventa così una belva viva che ripete i propri drammi attraverso le nostre relazioni fallimentari e i nostri sistematici sabotaggi professionali. La psicoanalisi tradizionale fallisce in questo campo specifico perché pretende di usare la parola per curare ferite che risiedono nel regno mistico e irrazionale del corpo.
Il mago deve quindi prescrivere azioni totalmente teatrali e scandalose per aggirare le sentinelle della mente cosciente e operare sulle radici marce dell’inconscio. Jodorowsky impone ai suoi consultanti di seppellire fotografie di parenti abusanti nel miele, dipingersi il corpo con colori primari, distruggere a martellate orologi d’oro e simulare rinascite fisiche uscendo da visceri animali o metri di spessa stoffa rossa. Questa è l’arte suprema del giullare sacro applicata alla devastante nevrosi urbana.
Nel suo celebre saggio fondativo “Psicomagia“, l’artista cileno svela il nucleo filosofico del suo metodo sovversivo, enunciando chiaramente che “per curare un dolore bisogna creare uno shock, un’azione teatrale che l’inconscio accetti come vera“. La cura autentica difficilmente passa sempre per la mite consolazione verbale. A volte richiede uno strappo estetico, fisico e spirituale di inaudita intensità.
Personalmente ritengo che questi tre sabotatori della realtà della percezione compongono un arsenale inestimabile per l’individuo contemporaneo desideroso di sfuggire all’omologazione mortale della nostra epoca.
Gurdjieff fornisce la mappa anatomica della nostra prigione di carne e abitudini.
Castaneda consegna le armi tattiche per smantellare la percezione ordinaria dello spazio e del tempo.
Jodorowsky offre il rito catartico per purificare il sangue infetto della nostra stirpe genetica.
Nessuno di loro ha mai chiesto fede cieca ai propri lettori e allievi. Hanno preteso l’azione pura e sfrontata. Hanno usato la menzogna teatrale per costringerci a vomitare le illusioni accomodanti con cui ci intossichiamo fin dall’infanzia.
Leggere i loro libri e i loro insegnamenti, restando comodamente seduti al riparo nella propria stanza, non serve assolutamente a nulla. Bisogna utilizzare le loro idee come esplosivo per far saltare in aria le possenti dighe della nostra identità sociale.
Chiunque abbia il coraggio temerario di applicare i loro insegnamenti, smette istantaneamente di essere un cittadino docile e addormentato.
Diventa una forza della natura scatenata.
Diventa una scheggia impazzita e cosciente innescata nel cuore stesso del grande inganno collettivo.
Provare per credere.
Ivan Petruzzi (in arte, Tragicomico)





10 commenti
Veramente prezioso, soprattutto per chi come me possiede un filo diretto con questi tre autori. Grazie per aver scritto di loro, è la prima volta che ti leggo, ma sicuramente non l’ultima.
Grazie a te, Annamaria, per essere passata da qui a leggermi. A presto!
Quando cerchi realmente cosa sia la vita, scopri che dietro di te ci sono state persone che hanno trovato una loro definizione della realtà e hanno espresso una loro idea di cosa sia la vita e la società, solitamente erano controcorrente e la loro visione spesso distruggeva le menzogne e le ipocrisie di un sistema legato a doppio filo con il potere, potere che crea ogni giorno, attraverso tutti gli strumenti che ha, la sua forza ed esistenza.
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Personalmente non condivido tutto di questi ricercatori e preferisco seguire altri come Buddha, Cristo, Rumi, Shams
e tantissimi altri che hanno cercato le risposte nel cuore. Ma cosa vuol dire “cuore”? Ecco il vero problema. Purtroppo le parole, come i simboli, possono essere mal interpretate e portano, come spiegato nel post sugli archetipi, a creare nuove visioni che inevitabilmente ricadono sempre nello stesso gioco del potere e della divisione. Esistono due parole apparentemente senza correlazione: “con” e “divisione”, la Vita per creare si divide, tuttavia ogni suo nuovo elemento resta unito e condivide lo spazio, la comunicazione, l’attrazione con tutto il resto. Attrazione che alcuni chiamano semplicemente Amore.
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L’uomo, al contrario, divide e basta, preferisce possedere, usurpare, rubare, mentire, vessare, torturare, violentare, uccidere. La sua mente con l’abitudine a guardare sempre fuori e a delegare trova infinite scusanti e capri espiatori, tuttavia sono solo scuse per non assumersi le sue responsabilità, perché ogni scelta personale, anche la più piccola, è un eco che si espande nella realtà entrando in ogni essere. Nella realtà, quella che la mente rifiuta, siamo tutti collegati e sebbene lasciamo la mente sia il nostro unico modo di essere, non ci rendiamo conto che è solo una frazione, uno strumento, un elemento non inutile ma simile all’intestino che spurga quanto di peggio assimiliamo a livello di pensiero. Per cui domando: come la cibiamo? Quando ci prendiamo cura di lei e la puliamo dalle brutture della società? Perché ciò che ci circonda ci influenza di attimo in attimo, si tratti di chimica organica o inorganica, di magnetismo, di energie, di onde radio, di entità, di forme pensiero o, se volete, di messaggi in sub-spazio, non ha nessuna importanza.
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Siamo molecole di questa realtà che hanno la libertà di cercare la condivisione oppure la divisione per essere ciò che si è. Se lo scoprissimo realmente saremo coscienti che non c’è evoluzione ma solo liberazione. Le religioni hanno dato uno o più nomi a Dio, spesso collegati ad alcune qualità, più che al nome reale. C’è una verità però più profonda: i nomi di Dio sono tanti quanti sono gli esseri qui e ora e altrove, ed è per questo motivo che quando incontriamo un altro fratello o sorella, in realtà, incontriamo Dio. Lui o lei forse non lo sa e vive ancora nei limiti del suo ego, tuttavia, Dio è in lui e se tu ne sei cosciente, puoi farglielo scoprire, perché Lui è in te. Quindi cerca, sì, dentro, ma non cercare nomi, simboli, archetipi, ma nel silenzio quella piccola parola “con” con la quale non togli la divisione ma ti apri alla realtà così come è. 😉
Ciao Paolo, è indubbio che la vera ricerca interiore rappresenti il culmine e il senso più profondo di tutto il nostro percorso spirituale. Tuttavia, mi sono reso conto che procedere a tentoni può essere estremamente disorientante. Il famoso imperativo del “cercare dentro di sé” può voler dire tutto e il contrario di tutto; rischia di trasformarsi in un concetto vuoto, specialmente per chi si avventura in questo viaggio intimo senza avere una “patente”, una mappa o una bussola per sapersi orientare nei propri labirinti.
È proprio in questa confusione che subentra il valore inestimabile di certi incontri. Quando incroci sul tuo cammino delle figure capaci di offrirti strumenti autentici e concreti, improvvisamente la nebbia si dirada e tutto diventa più chiaro, nitido e accessibile. Queste tre figure, seppur con linguaggi ed esperienze diverse, ciascuna a modo suo ti forniscono esattamente l’abilitazione di cui parlavo, ti donano le chiavi di lettura necessarie per esplorare la tua interiorità.
Grazie ai loro insegnamenti, il lavoro su sé stessi smette di essere vago e dispersivo. Ti permettono di scavare in maniera quasi chirurgica, andando dritti all’essenziale e rimuovendo il superfluo. È un dono prezioso, perché ti offre la possibilità reale di focalizzare le energie, onde evitare il rischio più grande: quello di girovagare a vuoto e sprecare un’intera esistenza senza mai riuscire a trovare, alla fine, ciò che abbiamo sempre avuto dentro.
Sì, lo capisco bene, Ivan. Ma giri a vuoto fino a quando non comprendi che la mente è solo uno strumento e non la chiave per risolvere o scoprire qualcosa. Quando si parla in modo generico è facile non intendersi perché spesso c’è un contesto non detto. La “Ricerca interiore” non è solo ascolto e non ci si arriva subito, prima va posto in ordine la superficie: la salute del corpo fisico e mentale, grazie all’alimentazione, alla pulizia, alla cura attenta. Successivamente si cura l’aspetto mentale, a ciò che c’è strutturato (rigido) nella mente e non riconosciamo, alle abitudini, ai tabù, ai pregiudizi e così via, anche curando il tipo di letture e qui ci stanno perfettamente bene i concetti dei tre ricercatori. Ognuno deve trovare ciò che gli è più consonante ed è solo in questa ricerca. In questo spazio, grazie alle difficoltà, è già possibile scoprire che la volontà non è dell’io ma di qualcosa di diverso. Successivamente si cura il cuore, le emozioni, le sensazioni e ci si addentra in un mondo nuovo, spesso legato alle energie o, se vuoi, alle vibrazioni, spesso sconosciuto o conosciuto superficialmente. Solo da questo punto si inizia a conoscere l’interiore e ciò che c’è dentro, farlo prima è fuorviante e può, come tu stesso dici, farti girovagare a vuoto. Quando affronti l’interiore non lo fai con la mente o il cuore, lo fai con tutto ciò che conosci di te stesso. In questo percorso ti puoi affidare a pratiche, letture, meditazioni, riflessioni, puoi seguire un gruppo o un maestro ma senza per questo diventare uno specialista, tutto è utile fino al momento che non dipendi da esse. La mente è furba, non dobbiamo dimenticarlo. La vita è maestra e ti porta lì dove è necessario andare, in realtà oggi non c’è una vita sprecata, perché siamo in una epoca dove lo stato di coscienza, in vita o dopo, è ampio e ciò che non riconosci in vita lo farai (amaramente) dopo. Un discorso vasto, lo so, ma come sai, stiamo preparando un libro in inglese che raccoglierà questo “non percorso”, dove ogni lettore scoprirà come le proprie scelte portino di esperienza in esperienza a scoprire se stesso e la Realtà in cui vive.
Ho letto tutto con molto piacere, articolo e commenti insieme, e mi è rimasta in testa soprattutto una cosa che scrive Paolo, quel “cercare dentro di sé” che sembra così semplice a dirsi e poi, appena ci provi, non sempre sai bene da dove cominciare. Forse è anche per questo che mi ha fatto piacere che tu abbia ricordato figure come Gurdjieff, Castaneda o Jodorowsky, non tanto perché diano delle risposte, quanto perché ti fanno notare quanto spesso vivi per abitudine senza neanche accorgertene, e già quello, secondo me, è un passo avanti.
Poi però mi è venuto un dubbio, e ci sto ancora pensando senza essere arrivato da nessuna parte: quando uno di questi strumenti, che all’inizio ti aiuta a uscire da qualcosa, comincia lui stesso a diventare una gabbia, come facciamo ad accorgercene? Non lo so, è più una domanda che mi porto dietro che una conclusione, ma mi piaceva condividerla qui con voi.
Grazie Ivan per l’articolo, e grazie anche per lo spazio che si crea sempre nei commenti sotto i tuoi pezzi.
Domanda e dubbio leciti, Carletto. Per questo motivo, ad esempio, ho menzionato queste tre figure, proprio per non fossilizzarsi su nessuna di esse. Al contrario, è attraverso di loro che devi prendere ciò che ti è utile (un insegnamento, un esercizio, una risposta, una prospettiva, un luogo) per poi andare da un’altra parte e prendere anche lì ciò che ti serve.
Queste stesse tre figure, ad esempio, sono state dei giramondo. Prendevano un po’ di qua e un po’ di là per poi amalgamare il tutto, proprio per non costruire quella gabbia di cui parli oppure un unico strumento da cui dipendere. Non è un caso che il nome originale della “Quarta via” fosse, in verità, “La via dell’uomo astuto”.
Quel richiamo alla “via dell’uomo astuto” mi gira in testa, Ivan: rende bene l’idea che questi tre non fossero degli approdi, ma piuttosto strumenti di passaggio, quasi delle attrezzature da portarsi dietro finché servono e poi da lasciare, senza troppi sentimentalismi, quando non servono più.
Ed è proprio seguendo fino in fondo questa immagine che mi torna un pensiero, forse un po’ diverso da come l’avevo buttato lì la prima volta. Il giramondo che prendi come esempio cambia strada perché, in qualche modo, si accorge che è arrivato il momento di ripartire. Io, a pensarci, quella sensazione non saprei nemmeno descriverla bene.
Forse quello che ancora non riesco a mettere bene a fuoco è proprio il caso in cui non te ne accorgi affatto: continui a sentirti libero, magari persino convinto di essere ancora in cammino, mentre senza saperlo sei rimasto fermo.
Non so neppure se sia qualcosa che succede davvero o solo un pensiero che mi è venuto, però resta lì, come un sassolino nella scarpa.
Gentile Carletto, la via interiore è una via fatta di dubbi e le certezze spesso spariscono come neve al sole, perché la vita è sempre diversa, non ripete mai se stessa e sembra ripetersi perché la si guarda solo in superficie. i dubbi, come sassolini, ti portano a procedere sempre con difficoltà, vorresti toglierli, ma per uno che si toglie se ne aggiungono altri due, sembra la storia infinita. Cosa vuol dire questo? È semplice, togli le scarpe e cammina con i piedi scalzi. Le scarpe sono le idee che abbiamo costruito nel corso della nostra vita perché ci tengono razionalmente al sicuro. Quando togliamo le scarpe i piedi sono a contatto con la terra, con la natura, con la verità. Certo, a volte può fare male e ci sentiamo a disagio, tuttavia ciò che fa male ci fa scoprire qualcosa di noi. Ogni piccolo passo in avanti in questo percorso senza meta, senza fretta, senza preconcetti, senza tempo, ci porta a liberarci dai pesi che la mente ama trattenere per sentirsi viva e a scoprire meglio non solo noi stessi ma la stessa realtà dell’esistenza. Un abbraccio di cuore a te e l’augurio di nuove scoperte.
Paolo, ho letto più volte questa tua risposta; non tanto per cercare di ricavarne una conclusione, quanto perché alcune parole meritano semplicemente di essere lasciate sedimentare. Mi è piaciuto molto il modo in cui hai accolto il mio dubbio senza cercare di chiuderlo. Anzi, in qualche modo gli hai dato ancora più spazio, ed è forse proprio questo che ho apprezzato maggiormente. Ci sono risposte che chiariscono e altre che continuano a lavorarti dentro anche dopo averle lette. La tua appartiene decisamente alle seconde.
E penso anche che ci sia qualcosa di bello, e forse di fortunato, nell’esserci incontrati proprio qui, in questo spazio che Ivan ha saputo creare e nel quale, quasi senza cercarlo, possono nascere confronti come questo.
Ti ringrazio davvero.