“Gli Uccelli” – Il Testamento Ermetico Di Franco Battiato

Tragicomico
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Quando Franco Battiato pubblicò l’album La Voce del Padrone nel 1981, non si limitò a consegnare alle stampe un disco di successo epocale; compì un’operazione di “contrabbando” culturale e spirituale senza precedenti nella storia della musica italiana. In un’epoca dominata dal disimpegno o dalla canzone politica, il Maestro riuscì a inserire concetti di altissima metafisica, frammenti di Gurdjieff e schegge di misticismo orientale all’interno di melodie pop destinate a essere fischiettate da milioni di persone.

Tra queste gemme, Gli Uccelli rappresenta forse il vertice assoluto del suo sincretismo mistico. Un brano che, sotto la falsa spoglia di una bucolica e apparentemente semplice ode alla natura, cela una mappa precisa per la comprensione dell’Universo e del ruolo che l’essere umano vi occupa. Ascoltarlo distrattamente significa fermarsi alla superficie estetica, godendo solo della sua orchestrazione sublime; ascoltarlo con l’orecchio interiore, quello del ricercatore, significa invece ricevere una lezione di cosmologia che inizia sgretolando l’idea materialista del caso.

Volano gli uccelli volano / nello spazio tra le nuvole / con le regole assegnate / a questa parte di universo.

In questa singola, potente immagine iniziale, Battiato oltre a riferirsi dal “Raggio di creazione” di Gurdjieff, evoca anche il principio cardine – Legge di analogia – dell’Ermetismo e della Tavola di Smeraldo: “Come in alto, così in basso“. Il volo non è descritto come un atto arbitrario o puramente istintivo, ma come l’obbedienza serena a un Logos ordinatore, una Legge che permea il tutto. Non esiste separazione tra il microcosmo di un piccolo volatile e il macrocosmo delle galassie; entrambi rispondono alla stessa regola assegnata.

Questa espressione è fondamentale, perché suggerisce la prospettiva che l’universo non sia un caos accidentale nato da un’esplosione fortuita, ma un Cosmos, un ordine gerarchico e intelligente. L’animale, a differenza dell’uomo moderno frammentato e nevrotico, non ha perduto la connessione con questa fonte primaria. Egli non deve “pensare” al volo, non deve calcolare intellettualmente la rotta o interrogarsi sul senso della sua azione, perché egli è la rotta stessa.

Il suo movimento e il suo flusso diventano una liturgia spontanea, la dimostrazione vivente che la Creazione è un organismo vivo, cosciente e matematicamente perfetto, dove ogni elemento ha il suo posto e la sua funzione. L’infelicità umana, in questa ottica, nasce proprio dalla pretesa di sottrarsi a queste leggi universali in nome di un libero arbitrio spesso confuso con il capriccio dell’ego.

Traiettorie impercettibili / codici di geometrie esistenziali.

Qui la poesia lascia spazio alla scienza sacra, svelando il cuore pulsante del brano. Da Pitagora a Keplero, i mistici hanno sempre saputo che il linguaggio di Dio è la matematica e la geometria, e che la bellezza non è un accidente estetico soggettivo, ma la struttura portante della realtà oggettiva. Le “traiettorie impercettibili” di cui parla Battiato sono le linee di forza che innervano lo spazio. La spirale di una conchiglia, la disposizione dei petali di un girasole, la ramificazione dei bronchi nei polmoni o la formazione di un uragano rispondono tutti alla medesima costante: la Sezione aurea (Phi), la divina proporzione.

Battiato ci invita a guardare il cielo non come uno spazio vuoto e inerte, ma come una tela su cui si dipanano forme perfette, invisibili all’occhio profano ma evidenti all’occhio dello spirito. Quando osserviamo uno stormo di uccelli che cambia direzione all’unisono, in una frazione di secondo, senza scontrarsi e senza un “capo” che dia ordini verbali, stiamo osservando una Mente Universale in azione, una manifestazione dell’Anima Mundi. È una danza dove l’identità individuale si dissolve nell’armonia del Tutto, un “codice esistenziale” che ci ricorda che la separazione è un’illusione ottica della coscienza ordinaria.

Aprono le ali / scendono in picchiata, atterrano meglio di aeroplani.

Il confronto che il testo pone tra la natura e la tecnologia umana è impietoso e illuminante, fungendo da critica alla superbia antropocentrica. L’aeroplano rappresenta la via dell’Ego e della materia pesante: è rumoroso, complesso, brucia carburante fossile, sfida la gravità con la forza bruta dei motori e cerca di dominare l’aria imponendo la sua presenza metallica. Gli uccelli, al contrario, rappresenta la via dello Spirito e della leggerezza; aprono le ali e si affidano.

Non lottano contro il vento, lo cavalcano; non consumano, ma fluiscono. In termini orientali, è la differenza abissale tra l’azione forzata e il Wu Wei, l’azione senza sforzo, l’agire in armonia con il Tao. La nostra civiltà ha costruito macchine straordinarie per spostarsi fisicamente, ma ha dimenticato l’arte metafisica di “atterrare”, di posarsi sull’esistenza con la stessa grazia di chi non possiede nulla eppure ha tutto.
Noi costruiamo fortezze di cemento e grattacieli per proteggere le nostre paure e affermare il nostro potere; loro costruiscono nidi nobili, sacri proprio nella loro essenzialità e impermanenza, fatti di nulla eppure capaci di accogliere la vita, pronti a essere abbandonati quando è tempo di migrare altrove.

Cambiano le prospettive al mondo / voli imprevedibili ed ascese velocissime.

Il brano si rivela essere, in ultima analisi, un invito pressante a una rivoluzione interiore. “Cambiare le prospettive al mondo” non è un suggerimento turistico, ma un’indicazione per l’ascesi. Significa uscire dalla visione bidimensionale e orizzontale del tempo lineare — fatta di passato che non c’è più, futuro che non c’è ancora, scadenze, guadagni e perdite — per entrare nella visione sferica e verticale dell’Eterno presente. Le “ascese velocissime” alludono alla capacità della coscienza di elevarsi istantaneamente sopra il labirinto delle passioni umane.

Siamo chiamati a ricalibrare il nostro sguardo, a smettere di fissare il suolo delle nostre preoccupazioni quotidiane per tornare a contemplare l’architettura invisibile che ci circonda. La depressione, l’ansia e il senso di smarrimento che attanagliano l’uomo contemporaneo nascono proprio da questa “rottura di simmetria”: ci siamo disallineati dai codici geometrici esistenziali, pretendendo di imporre le nostre piccole regole nevrotiche sopra le grandi Leggi del sistema solare, creando una disarmonia che riverbera nel nostro corpo e nella nostra psiche.

Giochi di aperture alari / che nascondono segreti / di questo sistema solare.

È in questi versi che il messaggio esoterico si fa esplicito, ricollegandosi direttamente all’insegnamento di Gurdjieff e della Quarta Via, tanto cari a Battiato. Il volo diviene un linguaggio cifrato che svela l’armonia occulta della creazione.
Osservare l’infinito sopra di noi serve dunque a rompere l’ipnosi del finito che ci portiamo dentro. Fintanto che crediamo di essere solo corpi destinati a cadere, resteremo prigionieri della gravità terrestre e della zavorra delle nostre abitudini mentali. Il vero risveglio della coscienza accade nell’istante in cui realizziamo che non siamo l’osservatore fermo a terra, ma lo spazio stesso in cui tutto accade; solo allora le nostre catene invisibili si sciolgono, permettendoci di spiccare l’unico volo che conta davvero: quello dal sonno della materia alla libertà incondizionata dello spirito, là dove le leggi meccaniche non sono più un limite, ma le ali stesse della nostra Essenza dimenticata.

Ivan Petruzzi (in arte, Tragicomico)

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21 commenti

Anna 9 Febbraio 2026 - 17:26

Che scritto sublime, sono senza parole, complimenti davvero, chiunque tu sia..

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Tragicomico 9 Febbraio 2026 - 19:03

Grazie Anna, sono felice del tuo passaggio e dei tuoi complimenti. Te ne sono grato!

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DEBORAH 10 Febbraio 2026 - 7:32

La lettura dei tuoi articoli è diventata attesa, riflessione, ispirazione. Complimenti per la scelta degli argomenti, per la profondità dei testi che scrivi – sempre al di là di ogni aspettativa – e per come riesci a fare luce su ogni aspetto tragicomico della nostra vita!

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Tragicomico 10 Febbraio 2026 - 10:36

Grazie Deborah. Mi auguro davvero di riuscire a soddisfare quasi sempre le aspettative di chi mi legge, perché so quanto il tempo sia prezioso; mai e poi mai vorrei sottrarne a qualcuno senza offrire qualcosa di valido in cambio. E hai colto perfettamente il sottofondo tragicomico dei miei scritti, una lente di ingrandimento sulle piccole assurdità che costellano la nostra quotidianità. Un caro abbraccio e grazie per questo commento, che per me è pura linfa.

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Stefano 10 Febbraio 2026 - 9:48

Ti ringrazio tanto per questa bellezza

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Tragicomico 10 Febbraio 2026 - 10:36

Grazie a te, Stefano, per essere passato ancora una volta da qui, a leggermi. Te ne sono grato!

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Sposito 11 Febbraio 2026 - 4:36

Una volta chiesero a Ghandi: “Mahatma, cosa ne pensa della civilizzazione occidentale?” A Ghandi si illuminò per un attimo lo sguardo, e poi rispose: “Penso che sarebbe un’ottima idea”.

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Tragicomico 11 Febbraio 2026 - 10:26

Tradotto: “Voi vi credete evoluti e civili, ma guardate come vi comportate. Se iniziaste a comportarvi davvero in modo civile, sarebbe una bellissima novità.”

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Carletto Ribolla 11 Febbraio 2026 - 16:45

Anche questo testo è potente, seducente. Offri agli uccelli una struttura cosmica, un ordine, quasi una teologia del volo. E capisco il fascino, perché viene voglia di vedere nello stormo una scrittura dell’invisibile, una grammatica del mondo.
Ma a me qui nasce un dubbio più radicale, che non riguarda tanto che cosa significhi “Gli uccelli”, quanto che cosa facciamo noi quando lo ascoltiamo così. E se stessimo ancora una volta facendo ciò che l’uomo fa da sempre, proiettare significati sull’esistenza per non tollerarne la nudità?
Ivan, non sto dicendo che non esistano leggi. Le leggi ci sono, eccome, fisiche, biologiche, dinamiche dell’aria, istinti, apprendimento, selezione. Il punto però è un altro. Una cosa è riconoscere un ordine nel reale, un’altra è trasformare quell’ordine in dottrina, in un messaggio indirizzato a noi, in un codice che promette un senso definitivo. È lì che spesso, senza accorgercene, scivoliamo dal mondo com’è al mondo come ci serve che sia.
Per questo mi viene da pensare che Battiato, forse, non ci stia consegnando un codice da decifrare, ma stia togliendo codici. Oppure stia mostrando quanto poco servano i nostri apparati interpretativi davanti a un gesto naturale che si compie da sé. “Con le regole assegnate” può essere letto come un Logos, certo, ma può anche restare nella sua evidenza. Ogni cosa accade entro vincoli, entro forme, entro possibilità, senza che ciò implichi per forza uno scopo, un messaggio, una teologia.
Spiego meglio. Non intendo negare la profondità, né ridurre tutto a un “è solo natura”. Intendo distinguere tra senso e sacralizzazione del senso. L’esperienza del volo può essere abissale anche senza diventare una cosmologia. Può essere vertigine e bellezza senza bisogno di diventare una mappa o un testamento. Perché c’è un rischio, quando chiamiamo “segreto” ciò che vediamo. Che il segreto non stia nelle cose, ma nel nostro bisogno di sentirci destinatari di un significato.
Vedi, la mia convinzione è che gli uccelli non “obbediscono” a leggi sacre nel modo in cui noi obbediamo a un’idea. Non hanno bisogno di interpretare il cielo per attraversarlo. Semplicemente sono, corpo, istinto, rotta, vento, aggiustamento. Ed è proprio questo ciò che ci spiazza, un’armonia che non deve spiegarsi, che non deve giustificarsi, che non deve “dire” qualcosa. Accade.
E allora mi chiedo se il nodo non sia capire l’ordine dell’universo, ma qualcosa di più sobrio e più difficile. Non appropriarsene. Non trasformare l’armonia in dottrina, la meraviglia in sistema, la contemplazione in possesso. Perché noi, spesso, non cerchiamo l’ordine in sé. Cerchiamo un ordine che ci rassicuri, un ordine che ci confermi, un ordine che ci metta al centro come interpreti e come destinatari. E quando lo troviamo, rischiamo di sostituire alla realtà una costruzione mentale elegante, che consola, ma che resta pur sempre nostra.
Forse, allora, “cambiare le prospettive al mondo” non è necessariamente salire a un livello superiore di decifrazione. Potrebbe essere l’opposto, rinunciare a mettere il timbro del pensiero su tutto, stare davanti al volo senza convertirlo in linguaggio, lasciare che la cosa rimanga cosa. Non smettere di pensare, quello sarebbe un altro slogan, ma smettere di credere che il pensiero sia la porta obbligatoria della verità.
Perché il volo accade già, anche senza il nostro sistema di pensiero. E forse nella canzone c’è una provocazione gentile. Non “interpreta”, guarda. Non “spiega”, ascolta. Non “possiede”, lascia passare. A quel punto, paradossalmente, il senso non si perde. Si libera. E ciò che resta non è una dottrina in più, ma un alleggerimento. Un piccolo disarmo.

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Tragicomico 14 Febbraio 2026 - 12:10

Ciao Carletto, purtroppo questa volta, nonostante la mole di parole, non sono riuscito a cogliere il nocciolo della tua riflessione. Nel mio piccolo cerco sempre di rendere semplici e fruibili contenuti che possono risultare un po’ ermetici; il mio obiettivo è prendere un significato concentrato e svilupparlo in un concetto più ampio, per facilitarne la comprensione.
Grazie per aver scritto, ti mando un abbraccio.

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paolo 14 Febbraio 2026 - 14:35

Verissimo quanto è stato scritto, dovremmo ascoltare e percepire la realtà così come è piuttosto che riflettere sul perché avviene ma è anche vero che le vie della liberazione e della conoscenza di sé e del mondo, sono infinite. Una di queste passa attraverso la riflessione, è una duplice via: da un lato la mente arriva ad un punto di non ritorno nel quale non riesce ad andare oltre se stessa e lasciando così spazio ad un ascolto interiore, e da un secondo lato la mente inizia a conoscere se stessa e a rivalutare le sue priorità, debellando le proprie strutture mentali e scoprendo che la coscienza, in quei momenti di libertà e di suo silenzio, non mette a repentaglio la sua esistenza. Due strade, in realtà una sola.

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paolo 13 Febbraio 2026 - 14:28

Ciao Ivan, riflessione molto bella, come sempre poi. Sai, ho visto le danze di Gurdjieff ma, alla fine, devo dire che preferisco quelle tradizionali Sufi o forse meglio, preferisco quelle che mi hanno portato a toccare in modo così libero, profondo, sacro, infinito il cuore. La questione che sollevi è pesante, profonda e radicata. L’ego è il risultato del modo in cui noi usiamo noi stessi, di come usiamo la nostra mente, di come viviamo la vita. Cambierebbe tutto se comprendessimo che l’ego è solo un effetto di una scelta e la mente solo uno strumento. Abbiamo tanti altri strumenti, però crediamo di non conoscerli o peggio di non averli, questo perché così ci è stato insegnato. La radice di ogni radice è alla fine il potere, potere generato da una mente limitata che causa continue scelte sbagliate. Scoprire, riconoscere e uscire da questo meccanismo non è semplice perché è radicato dentro di noi. La mente non basta, ci vuole qualcosa di più, ci vuole coscienza. Una coscienza che non ha simboli, termini, valori, parole ma solo scelte intimamente legate alla leggi di questa realtà. Leggi silenziose quanto lo è Dio ma che però si manifestano continuamente dietro le quinte di una rappresentazione desiderata dall’attore. Quando arriveremo ad una consapevole coscienza, scopriremo che si può andare oltre, perché la vita è un viaggio dove si è capitani della propria nave e, come ogni capitano sa, la vita può essere placida o tempestosa. Tuttavia, grazie all’equilibrio, alla giusta inclinazione e a diverse scelte, ogni capitano sa mantenere la sua nave in rotta, si tratti di mare o del cosmo.

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Tragicomico 14 Febbraio 2026 - 12:17

Caro Paolo, leggerti è sempre un viaggio nel viaggio. La tua preferenza per la via del cuore mi trova d’accordo perché credo che, alla fine, la mente cerchi di spiegare il mistero, mentre il cuore si accontenti di risuonarci insieme, proprio come accade in quelle danze sacre. E sappi che mi hai fatto riflettere su un aspetto ulteriore: forse il problema dell’ego non è solo l’uso errato dello strumento, ma la nostra incapacità di sopportare il vuoto. Riempiamo tutto di parole e definizioni perché quel “silenzio di Dio” di cui parli, a volte, spaventa. Eppure, è proprio lì che avviene la magia.
Per usare la tua bellissima metafora del capitano, credo che la vera competenza non stia solo nel tenere la rotta, ma nel saper alzare le vele quando serve e ammainarle quando la forza degli eventi è troppo grande. L’ego vuole piegare il mare al suo volere; la coscienza, invece, sa che l’acqua non si combatte, si naviga. È una danza tra il nostro intento e la corrente della vita. Grazie per avermi portato a questi pensieri, ti abbraccio.

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luca 14 Febbraio 2026 - 14:57

Bellissimo articolo, sempre molto interessanti e pieno di spunti di riflessione. Ho appena letto il suo libro “schiavi del tempo”, senza parole molto bello, condivido appieno tutto quello che c’è scritto, mi appresto a rileggerlo per la seconda volta così da comprendere ancora meglio il suo significato. Grazie.

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Tragicomico 14 Febbraio 2026 - 19:15

Grazie Luca. Sono felice che sia l’articolo che il libro abbiano risuonato con te. Una seconda lettura sarà preziosa per fissare quelle intuizioni che senti affini al tuo percorso. In fondo un libro è come un maestro silenzioso: appare quando l’allievo è pronto. Un abbraccio!

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Mari 14 Febbraio 2026 - 16:33

Ciao Ivan, tu dici che l’uomo ha perso la capacità di connettersi con quella meravigliosa fonte primaria. Io oso sperare piuttosto che questa capacità sia solo profondamente addormentata . Sono convinta che gli animali possano farci da tramite e aiutarci a risvegliarla… Può capitare per esempio di trovarsi in un caotico frastuono di cicale. Riuscire non so come, magari per caso, a isolarne il canto di una sola e sentirne il ritmo vibrare con il pulsare del proprio cuore. Credimi caro Ivan un’ esperienza indimenticabile. Non esistono parole per spiegarla… Un grazie infinito per i tuoi articoli dispensatori di luce!!!

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Tragicomico 14 Febbraio 2026 - 19:20

Ciao Mari. Parlo di quell’uomo che vive nel sonno descritto da Gurdjieff, un essere che non agisce, ma attraverso cui tutto accade. Tuttavia, finché resta acceso un barlume di coscienza, la vita può sorprenderci con scosse che ci costringono al risveglio. In quegli istanti di lucidità, non solo distingui il canto di una cicala nel frastuono, ma riesci finalmente a vederla.
Grazie per leggermi e per il valore che aggiungi sempre con le tue riflessioni.

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Carletto Ribolla 15 Febbraio 2026 - 11:36

Ciao Ivan, grazie della risposta.
Te lo dico con estrema franchezza. Mi è spiaciuto che tu abbia liquidato il mio commento come “mole di parole” senza coglierne il punto. Per rispetto del tuo pezzo, lo chiarisco in modo secco.
Non contesto la tua lettura, contesto il “passaggio” in cui l’interpretazione diventa “sistema” e rischia di chiudere la canzone dentro un “codice”. Per come ho ascoltato Battiato -testi e molte interviste in cui spiegava con chiarezza il suo modo di trasmettere- lui non era dottrinale: apriva varchi, non consegnava “catechismi”.
“Con le regole assegnate” può richiamare Gurdjieff… certo. Ma può anche restare nell’evidenza, dove semplicemente le cose accadono anche senza di noi, e senza la nostra decifrazione.
… ed è già abbastanza.
Questo voleva essere… il nocciolo. Un abbraccio.

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Tragicomico 16 Febbraio 2026 - 11:15

Ciao Carletto, ci tengo a precisare che non ho liquidato il tuo pensiero, l’ho trovato forse un po’ pieno di sfumature, ma accolgo la cosa come una mia mancanza di comprensione immediata.
Riguardo a Battiato, credo sia fondamentale ricordare che lui, e dopo insieme a Sgalambro, non scrivevano canzoni, ma tracciavano mappe. Battiato faceva ciò che gli iniziati hanno sempre fatto, da Da Vinci ai maestri muratori delle cattedrali: nascondeva la verità sotto il velo della bellezza per proteggere e tramandare la Tradizione sacra. Senza lo sforzo della decifrazione, il simbolo rimane muto. Rischiamo un nuovo oblio, simile a quello calato sull’antico Egitto, dove geroglifici densi di potere sono diventati per noi semplici decorazioni, avendo smarrito la chiave che univa il simbolo al suo significato spirituale.
Rispetto la tua visione, anche se diversa dalla mia. Tuttavia, la realtà oggettiva dei movimenti universali trascende le nostre opinioni. Qui entra in gioco il vero libero arbitrio, che non è fare ciò che si vuole, ma scegliere la propria postura interiore: possiamo assecondare il Tao, cavalcando le leggi cosmiche con la leggerezza degli uccelli migratori, oppure fare resistenza. E, come ci insegna la fisica (e la metafisica), opporsi a una forza immensa genera solo attrito, che nella vita umana chiamiamo sofferenza.

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Carletto Ribolla 16 Febbraio 2026 - 13:35

Ti ringrazio per il tono e per l’attenzione, ma ci tengo a dirti una cosa in modo esplicito: il mio pensiero non è “inferiore” a quello di nessuno, né è meno legittimo solo perché non adotta una cornice iniziatica o metafisica.
Nel mio commento non stavo negando la profondità di Battiato, né l’uso del simbolo. Stavo indicando un confine: quando l’interpretazione diventa “sistema” e richiede una “decifrazione” obbligatoria, si rischia di chiudere la canzone dentro un codice e di creare, anche involontariamente, un dentro/fuori tra chi “capisce” e chi no. Per me Battiato è l’opposto: apre varchi, non consegna catechismi… e non lo leggo in chiave “guru”.
Nella tua risposta, invece, ho la netta sensazione che tu sposti il piano del dialogo. Faccio un esempio per essere chiaro: frasi come “senza lo sforzo della decifrazione il simbolo rimane muto” e soprattutto “la realtà oggettiva trascende le nostre opinioni” suonano come una gerarchia implicita, dove una lettura viene elevata a verità e le altre diventano resistenza o incomprensione. E qui non ci sto. Non accetto che la mia postura venga letta come meno valida perché non aderisce a quel preciso quadro.
Rimango su un punto molto semplice: un simbolo può parlare anche senza essere trattato come cifrario, e una canzone -perché quelle di Battiato tali sono- può essere vera e potente anche quando resta nell’evidenza, senza che l’ascolto debba trasformarsi in una prova iniziatica.
Detto questo, rispetto la sensibilità tua e quella di altri, sia chiaro, non ho nessun interesse a “vincere” nulla.
Mi interessa solo tenere aperto lo spazio dell’ascolto, senza trasformarlo in un “sistema” che prevede un’unica chiave.

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Tragicomico 16 Febbraio 2026 - 19:06

Carletto, nessuno ha parlato di “inferiore” o “meno valida”, quindi ti pregherei di non attribuirmi concetti che non ho mai espresso.
Nel primo commento facevo riferimento a una mia difficoltà di comprensione; nel secondo, ho sottolineato le motivazioni alla base della visione da cui è nato l’articolo. Chiaramente non è l’unico piano interpretativo, ma è il mio, e come tale ho voluto esporlo.
Come dico spesso, non ho la verità in tasca: offro semplicemente il frutto dei miei anni di studio, osservazione e pratica. Tutto qui. Per il resto credo che ci siamo intesi, o quantomeno io ho capito perfettamente il tuo punto di vista.

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