L’Esperimento Di Milgram E Il Demone Silenzioso Dell’Obbedienza

Tragicomico
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Milgram

Immaginate di trovarvi in un anonimo laboratorio universitario, circondati dal ronzio sterile delle luci al neon. Una figura autorevole, vestita con un camice bianco impeccabile, vi chiede di somministrare una scarica elettrica a uno sconosciuto per ogni suo banale errore di memoria nelle risposte. Sentite le sue urla provenire dalla stanza accanto, sentite le sue suppliche disperate di fermare tutto perché il suo cuore non regge. La logica, la pietà, il vostro stesso istinto umano vi urlano di ritirare la mano dall’interruttore. Ma l’uomo in camice vi fissa freddamente, stringe la sua cartelletta e vi dice che dovete continuare, che l’esperimento lo richiede. Che cosa fareste? Vi alzereste indignati, pronti a difendere uno sconosciuto a costo di ribellarvi, o premereste di nuovo quel bottone per non disattendere le aspettative?

È facile, persino rassicurante, rispondere a questa domanda, magari seduti comodamente davanti a uno schermo, convinti della propria inscalfibile integrità morale. Del resto ci piace pensarci come eroi in potenza, convinti che di fronte all’ingiustizia sapremmo dire di no. Eppure, la storia della psicologia sociale ci ha dimostrato che la presunzione della nostra intrinseca bontà è spesso un’illusione drammaticamente fragile.

Siamo nel 1961. Il mondo è ancora profondamente scosso dagli orrori della Seconda Guerra Mondiale e l’opinione pubblica globale segue con il fiato sospeso il processo ad Adolf Eichmann, l’ufficiale nazista che organizzò la feroce logistica dell’Olocausto. La sua difesa in tribunale fu agghiacciante nella sua piattezza burocratica. Sostenne, infatti, di non provare odio per gli ebrei, di non aver mai ucciso nessuno con le proprie mani, e che si stava limitando a “eseguire gli ordini” come qualunque soldato avrebbe dovuto fare durante una guerra.
Fu proprio questa fredda disumanizzazione, questa banalità del male (Arendt docet), a togliere il sonno a un giovane psicologo della Yale University, Stanley Milgram.
Milgram si rifiutava di credere che la follia omicida fosse una mostruosità genetica confinata a una specifica nazione o a un momento storico isolato. Voleva capire quanto a fondo fosse radicato il demone silenzioso dell’obbedienza all’interno di ognuno di noi.

Per farlo, Milgram ideò una messinscena magistrale. Reclutò, dietro compenso, uomini comuni attraverso un annuncio sul giornale (impiegati, operai, professionisti di diverse età) con il pretesto di condurre un innocuo studio sulla memoria e sull’apprendimento. Il protocollo era tanto lineare quanto diabolico. Nel severo scenario voluto da Milgram, al volontario ignaro veniva sistematicamente assegnato il ruolo di “insegnante”, e veniva fatto accomodare davanti a un imponente e minaccioso generatore di scosse elettriche. Questo macchinario era dotato di decine di interruttori che andavano da un minimo di 15 volt fino a un massimo di 450 volt, accompagnati da etichette che passavano da “Scossa Leggera” a diciture allarmanti come “Pericolo: Scossa Grave” fino alla spaventosa dicitura finale “XXX”. Il generatore, in realtà, era un finto strumento scenico, ma il partecipante ne era del tutto all’oscuro.

Nella stanza adiacente, separato da una parete ma chiaramente udibile in alcune fasi dell’esperimento, c’era l'”allievo”: un attore professionista complice di Milgram, il cui compito era sbagliare di proposito una serie di associazioni di parole. Per ogni errore, “l’insegnante” reclutato aveva l’obbligo di infliggere una punizione, aumentando l’intensità della scossa di 15 volt a ogni risposta sbagliata.

Con il susseguirsi degli errori, la tensione nella stanza si tagliava col coltello. A 75 volt, l’attore iniziava a gemere e a lamentarsi. A 150 volt esigeva di essere liberato, urlando e menzionando un grave problema cardiaco. A 300 volt si rifiutava di rispondere, colpendo la parete con i pugni in preda all’agonia. A 330 volt, subentrava il silenzio. Un silenzio di tomba, oscuro e opprimente, che al volontario poteva suggerire un collasso, uno svenimento, se non addirittura la morte della vittima.

Di fronte a questa insopportabile escalation di sofferenza, la quasi totalità dei partecipanti andava in frantumi dal punto di vista emotivo. Uomini adulti sudavano freddo, tremavano visibilmente, si mordevano le labbra fino a farle sanguinare, balbettavano e imploravano di poter interrompere la sessione, offrendosi di restituire il compenso ricevuto. Ed è esattamente in questo abisso di stress che si manifestava il vero cuore dello studio.
Lo sperimentatore istruito da Milgram, impassibile nel suo camice che simboleggiava l’autorità istituzionale e scientifica, non usava minacce fisiche né pistole. Si limitava a pronunciare, con tono neutro e risoluto, quattro semplici frasi in sequenza: “Per favore, continui”, “L’esperimento richiede che lei continui”, “È assolutamente essenziale che lei continui” e infine “Non ha altra scelta, deve continuare”.

Le previsioni antecedenti all’esperimento di Milgram, fornite da psichiatri di fama nazionale, affermavano con granitica certezza che solo l’uno per cento della popolazione – una ristretta frangia di sociopatici – avrebbe raggiunto il fondo della scala elettrica. I risultati reali distrussero questa pia illusione scoperchiando un vaso di Pandora terrificante. Ben il 65% degli insegnanti abbassò l’ultima leva, quella dei fatidici 450 volt, somministrando quella che credevano essere una scossa potenzialmente letale a un essere umano innocente. E lo fecero unicamente per compiacere un’autorità sconosciuta, obbedendo a un dogma astratto.

Attenzione però, perché il trauma scaturito dalle sconvolgenti scoperte di Milgram non risiedeva in una presunta indole sadica celata nella specie umana. Quegli uomini non provavano alcun piacere nel torturare l’allievo; ne erano devastati. Erano lavoratori, padri di famiglia, cittadini irreprensibili. Il dramma si consuma nella destrutturazione della responsabilità. Nel delegare la colpa all’autorità gerarchica (“mi è stato ordinato di farlo”, “la responsabilità è dell’università”), l’individuo disattiva la propria coscienza critica, anestetizza l’empatia e si trasforma da essere pensante a mero ingranaggio di una macchina inesorabile.
A questo proposito, le parole conclusive dello stesso Milgram risuonano oggi come un monito che stringe lo stomaco per la sua cruda veridicità:

«La gente comune, semplicemente svolgendo il proprio lavoro e senza alcuna ostilità particolare, può diventare agente di un terribile processo distruttivo.»

Così scrisse Stanley Milgram nel suo illuminante saggio “Obbedienza all’autorità. Uno sguardo sperimentale“. Questa lucida riflessione racchiude il nucleo di un dramma psicologico in cui la banalità della routine quotidiana si fonde subdolamente con l’aberrazione del male.

Siamo soliti relegare i risultati dell’esperimento di Milgram ai vecchi studi universitari, archiviandolo come un reperto inquietante di un’epoca passata o, talvolta, condannandolo unicamente per la sua evidente e non più replicabile crudeltà metodologica. Eppure, le sue implicazioni bruciano oggi di un’attualità persino più vasta e sconvolgente. Oggi i camici bianchi hanno lasciato il posto a forme di autorità immensamente più astratte, subdole e pervasive.

Basti pensare alle colossali piramidi aziendali moderne, dove la parcellizzazione delle mansioni crea lunghe catene di montaggio in cui nessuno, dal programmatore al manager, si sente mai l’unico artefice del prodotto finale. Che si tratti di un algoritmo predittivo che discrimina intere fasce di popolazione, di un software studiato per aggirare le norme ambientali o di strategie finanziarie che affamano intere nazioni, la giustificazione è sempre la stessa: “Stavo solo facendo la mia parte nel progetto”.

Ma volgiamo lo sguardo anche alla nostra quotidianità, alle piazze virtuali dei nostri social network. Quanto spesso assistiamo a spietati linciaggi mediatici o addirittura assecondiamo fiumi di indignazione tossica semplicemente perché lo impone la dinamica del gruppo, avallati dall’autorità invisibile dell’algoritmo o da sedicenti guru digitali?
L’interfaccia tecnologica funge oggi da filtro assoluto, ergendo un muro emotivo identico a quello ideato da Milgram per separare l’insegnante dall’allievo nel laboratorio di Yale. Non potendo guardare negli occhi i bersagli dei propri giudizi, le persone non percepiscono l’impatto reale delle proprie azioni; ciò rende spaventosamente semplice, e privo di ripercussioni, premere il metaforico “interruttore” della condanna pubblica.

L’eredità di Stanley Milgram, però, non deve essere letta come una sentenza inappellabile contro la natura umana, ma come una mappa preziosa per riconoscerne i limiti e le fragilità sistemiche. A mio avviso ci ricorda, proprio come la forza d’urto di una scossa, che l’etica personale non è un qualcosa indelebile, bensì un muscolo vitale che si atrofizza rapidamente se smettiamo di esercitare l’arte complessa del dubbio e del pensiero critico.
Di fronte alle piccole e grandi richieste del nostro mondo contemporaneo, che costantemente ci esortano a conformarci mettendo a tacere il nostro campanello d’allarme interiore, dobbiamo coltivare un sano spirito di ribellione.
Saremmo davvero capaci, oggi, di guardare negli occhi l’autorità e pronunciare il più necessario e rivoluzionario dei no?

Ivan Petruzzi (in arte, Tragicomico)

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16 commenti

Cristina 13 Aprile 2026 - 15:21

Ti ho scoperto da poco e non vedo l’ora di leggere tutti i tuoi libri. Da quale inizio?
Un caro saluto!

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Tragicomico 13 Aprile 2026 - 18:10

Ciao Cristina, benvenuta! Se posso darti un consiglio, ti suggerirei di iniziare dal mio primo libro in ordine cronologico, ovvero “Schiavi del Tempo“. Grazie per l’interesse, attendo volentieri un tuo parere.

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Roberto 13 Aprile 2026 - 17:19

Fa molto pensare. Eccellente.

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Tragicomico 13 Aprile 2026 - 18:11

Grazie Roberto, per aver apprezzato.

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DEBORAH 16 Aprile 2026 - 8:14

Tragicamente inquietante.
Penso che sia sempre stato così, in ogni contesto storico, penso che ci sia stata una percentuale alta di persone che abbia ad un certo punto sospeso il pensiero critico, il proprio valore di giudizio a favore dell’ obbedienza; per comodità, per paura, per convenienza, per vigliaccheria, per senso del dovere, per difesa personale… le ragioni sono sicuramente svariate e soggettive. Ma saper distinguere il bene dal male e rinunciare ad esso, a volte anche con superficialità, è una cosa su cui abbiamo il dovere morale di riflettere.
Purtroppo non sempre la storia insegna, o meglio la storia insegna ma l’umanità non sempre impara la lezione.

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Tragicomico 16 Aprile 2026 - 11:32

Sì, Deborah. Senza un diffuso senso di deresponsabilizzazione – ossia la tendenza a delegare ad altri la propria responsabilità – determinate atrocità non sarebbero mai avvenute. Si tratta di un concetto che Fromm esplora magistralmente nel suo saggio “Fuga dalla libertà“, dove afferma con chiarezza che l’essere umano preferisce farsi dire cosa fare anziché assumersi il peso delle proprie scelte. L’uomo fugge dalla libertà proprio per questo motivo, per sottrarsi a responsabilità di cui non vuole farsi carico.

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Nicola 14 Aprile 2026 - 9:18

Senza scomodare Milgran, basta ricordarsi il triennio 2020-2022: a che cosa è stata capace di credere la gente, che cosa ha fatto, che cosa ha detto. Aveva proprio ragione Don Milani: l’obbedienza non è affatto una virtù, ma una tentazione. Peraltro particolarmente diabolica.

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Tragicomico 14 Aprile 2026 - 23:01

Possiamo dire che l’esperimento di Milgram, così come Orwell in “1984“, spieghi molto bene ciò che è potuto accadere e che continuerà a ripetersi sotto altre forme.

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Carletto Ribolla 14 Aprile 2026 - 13:17

Hai affrontato con partecipazione un tema che spesso nei libri appare freddo e distante, riuscendo a renderlo vivo.
Proprio perché l’ho trovato stimolante, mi permetto una considerazione che nasce anche da molte letture fatte nel tempo su Milgram e sul dibattito che il suo lavoro ha continuato a generare. Naturalmente parlo solo sulla base di questo articolo, perché non conosco l’insieme dei tuoi interventi sul tema e potresti benissimo avere già affrontato altrove alcune delle sfumature che richiamo qui. Se così fosse, prendi queste righe semplicemente come un contributo al ragionamento.
Forse, accanto al dato forte dell’obbedienza, varrebbe la pena mettere ancora più in luce quanto il contesto faccia la differenza. In diverse riletture successive, infatti, emerge come la vicinanza della vittima, la percezione della situazione e persino i dubbi dei partecipanti incidano più di quanto si sia portati a pensare. Questo, a mio avviso, non indebolisce affatto il cuore del tuo discorso, anzi lo rende ancora più interessante, perché mostra quanto la coscienza non sparisca del tutto, ma possa essere sospesa, deviata o riattivata dalle condizioni intorno a noi.
Mi ha colpito anche il collegamento con il presente. Forse, più che di obbedienza in senso stretto, oggi in certi casi si potrebbe parlare di conformismo, dinamiche di gruppo, anonimato e deresponsabilizzazione. Ma il punto che poni resta forte e attuale, e chi ha letto qualcosa anche sul seguito di questi studi sa bene quanto il problema non sia confinato al laboratorio, bensì alla fragilità con cui l’essere umano delega il giudizio quando sente di essere dentro una cornice legittimata.
C’è poi un aspetto che, forse, meriterebbe spazio quanto il 65% che obbedì: il fatto che una parte non piccola dei partecipanti, pur sotto pressione, seppe fermarsi. Anche questa, per quel che ho sempre trovato nelle letture più serie sull’argomento, è una lezione decisiva. Non ci parla solo della vulnerabilità dell’uomo, ma anche della sua possibilità concreta di resistere.
In ogni caso, il merito del tuo pezzo resta intatto. Riporta al centro una questione scomoda e necessaria, e lo fa con forza narrativa. Ed è proprio quando un articolo riesce a smuovere davvero che… viene voglia di entrarci dentro con qualche sfumatura in più.

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Tragicomico 14 Aprile 2026 - 23:09

Grazie della riflessione Carletto, sono certo che risulterà preziosa anche per altri lettori. A presto!

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paolo 16 Aprile 2026 - 9:07

Ottimo e interessante post Ivan. Carletto ha poi ben definito la questione sulla quale concordo a pieno: “perché mostra quanto la coscienza non sparisca del tutto, ma possa essere sospesa, deviata o riattivata dalle condizioni intorno a noi” (anche se io preferisco dire che siamo noi a farlo in base alle condizioni, perché resta sempre una nostra scelta). e “bensì alla fragilità con cui l’essere umano delega il giudizio quando sente di essere dentro una cornice legittimata” (a volte fragilità e a volte comodità e/o inutile furbizia), che detto in poche parole: l’essere umano è cosciente del suo esistere e ha la capacità di fare l’ultima scelta: fermarsi. Molto bello e vero.

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Tragicomico 16 Aprile 2026 - 11:43

Tutto corretto, Paolo. Mi sorge però una domanda: l’essere umano “dormiente” – colui che vive in quello che molte filosofie e tradizioni spirituali definiscono uno stato di sonno interiore (lo stesso Gesù, nei Vangeli, esorta spesso dicendo «Vegliate», invitando cioè a svegliarsi e a essere pienamente presenti) – possiede anch’esso un’autentica coscienza del proprio esistere? Detto in termini più crudi: uno zombie, o un automa, ha davvero la capacità di compiere una scelta?

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paolo 19 Aprile 2026 - 19:57

Domanda che capisco molto bene e ha un suo perché preciso: prima del 2015 ti avrei risposto di no, che ci sono persone così dormienti e sorde che non sanno il male che fanno o, come tu le chiami, zombi che amano fare quello che fanno perché ignare del senso di giustizia. Oggi ti rispondo di no, credo che tutti abbiano la coscienza e non solo quella di esistere ma anche quella della scelta e del suo risultato. Anche se si nascondono dietro alla logica razionale o all’anonimato sanno interiormente quello che fanno e porteranno nella tomba tale scelte dovendo poi rispondere alla propria coscienza delle loro scelte. Niente inferno ma peggio: riconoscere se stessi risvegliandosi alla coscienza.
– – –
Si crede che l’aldilà sia immutabile, in realtà cambia così come cambia la nostra realtà, si trasforma in base alla liberazione dell’anima di ogni singolo e costruisce il fulcro dell’esistenza. La risposta sul perché la coscienza è così difficile da svegliarsi in questa realtà è semplice, diamo troppa importanza ai pensieri e tralasciamo le nostre potenzialità. In senso figurato si potrebbe dire: come le feci sono il prodotto finale, di scarto, del lato fisico; i pensieri sono il prodotto finale di un processo interiore. Quando l’essere prende coscienza, significa che è consapevole dei processi interiori e quindi non esprime più un pensiero ma un essere in tutte le sue potenzialità.
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Capirai, le parole sono semi, a volte è difficile esprimere ciò che si ha nel cuore e le stesse parole possono essere fraintese. Poi, ognuno di noi si fa un’idea in base alle proprie esperienze.

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Tragicomico 20 Aprile 2026 - 9:29

Grazie Paolo, rifletterò sulle tue parole, anche se parto da una prospettiva piuttosto distante dalla tua. Non metto in dubbio che oggi ci sia una consapevolezza diversa rispetto a qualche decennio fa, ma vedo la presa di coscienza, intesa come una vera e propria assunzione di responsabilità collettiva, ancora parecchio lontana dall’essere la normalità per la maggioranza.

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Chiara 18 Aprile 2026 - 11:36

Grazie Ivan, non conoscevo Milgram e il tuo post offre, ancora una volta, preziose opportunità di scoperta, approfondimento e sviluppo. Un abbraccio.

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Tragicomico 18 Aprile 2026 - 12:08

Grazie a te, Chiara, che ancora una volta mi hai letto con attenzione. Lo apprezzo molto, mando un abbraccio anche a te.

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