Donare: Un Gesto Rivoluzionario Contro La Logica Del Tornaconto

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“Donare” e “scambiare”: si tratta di due azioni esistenziali molto diverse fra loro, eppure, in maniera piuttosto rapida e subdola, si stanno sovrapponendo in questa società economica che ha fatto dello scambio reciproco una regola ferrea. Così a un dono deve corrispondere sempre un contro dono. Non è un caso, infatti, se siamo a arrivati a “scambiarci” i doni di Natale, i regali, gli auguri e persino le promesse. Ti do qualcosa se tu mi dai qualcosa in cambio: la logica del tornaconto di una società che agisce solo ed esclusivamente per convenienza.

E sapete perché siamo sempre più soli e disconnessi gli uni dagli altri? Perché doniamo sempre di meno. Donare amplifica il modello di relazione umana, sviluppa quella caratteristica peculiare che è la propensione alla condivisione, all’apertura gratuita e disinteressata, al dono appunto. Guardate Madre Natura: lei elargisce a piene mani, senza chiedere nulla in cambio. Perché noi non ne siamo più capaci?

Perché ognuno ha improntato la propria esistenza su di un modello aziendalista, dove ciascuno pensa solo ed esclusivamente a guadagnare per sé, dove non esistono relazioni senza compenso, ma tutto deve essere misurato sul corrispettivo da ricevere in cambio.
La logica del tornaconto ti porta a sfruttare, dominare, imbrogliare e illudere l’altro (o gli altri) per un vantaggio personale, spezzando così quel senso di fratellanza e sorellanza che rappresentava il collante della nostra unione, del nostro essere comunità.

Oggi non siamo più una comunità, bensì una società e i motivi sono apparentemente chiari. Lo spiega l’etimologia stessa della parola “comunità”, dal latino cum-munus, nel doppio significato di “dono” e, nel contempo, di “dovere comune“: la comunità come condivisione del dono, del dovere, della presenza, della responsabilità. Individui aperti alla comunione, che danno se stessi per il bene collettivo, senza alcun tornaconto.
In una comunità ci si dona. In una società ci si vende.

Nella società vige la regola dell’obbligo reciproco, la sua osservanza genera figli come il debito, la restituzione, gli interessi, la carità, le sanzioni. Pertanto si “corre” per stare dietro al culto della contropartita, della compensazione, schiacciati dal potere delle sovrastrutture economiche che fissano le regole del nostro vivere quotidiano. Si trotta da mattina a sera per scambiare qualcosa di prezioso, qualcosa che andrà via per sempre e di cui a malapena ci accorgiamo.

“Tu vendi il tuo tempo, le tue giornate, per cui lo stipendio che ti danno
è una sorta di ricompensa perché ti hanno rubato qualcosa.”
(Tiziano Terzani – “La fine è il mio inizio”)

La differenza fra donare e scambiare è proprio nell’atteggiamento psicologico, nell’attitudine che si manifesta. A scambiare sono una massa di estranei fra di loro e ciascuno cura il proprio orticello. A donare, invece, sono i complici di un destino condiviso, che non riguarda il singolo, ma la collettività.
Parafrasando il significato espresso da Erich Fromm in “Avere o Essere?”, possiamo dire che donare è una modalità dell’essere, mentre scambiare è un modus operandi dell’avere.

Donare non è solo un gesto di gratuità, ma si fonda su quella che è la nobiltà d’animo dell’individuo, sulla sua lealtà, spontaneità, sincerità; virtù che guarda caso sono sempre meno presenti nella nostra società. Ecco perché donare favorisce il sorgere del senso di comunanza e dell’unione, dell’aiuto vicendevole e della collaborazione volontaria, perché incrementa la sintonia e la forza coalizzante nei rapporti umani, rendendoli saldi come le rocce di una montagna.

Ecco quindi il vero gesto rivoluzionario in quest’epoca postmoderna: saper donare!
Nel mio libro “La cattiva abitudine di essere infelici” scrivo quanto segue: “Imparare a donare è un momento fondamentale di ogni percorso di consapevolezza, una tappa imprescindibile per potersi aprire al nuovo”. Abbiamo bisogno di una nuova visione, meno economica e più umana, dove l’etica del “non si fa niente per niente” deve essere soppressa, in favore di un sentimento altruistico, cordiale e aggregante.   

Soltanto così potremo iniziare a vedere alcuni valori sotto una luce diversa, valori umani che ci riguardano tutti, ma proprio tutti. Dall’amicizia alle relazioni, dai rapporti famigliari a quelli lavorativi, passando dal nostro vicino fino all’ultimo contatto aggiunto di recente sui social. Donare qualcosa di nostro – un gesto, un pensiero, un organo, una parola, un invito, un momento di ascolto, un aiuto disinteressato – equivale a costruire un legame che non sia dipendente da un qualcosa che deve tornare indietro. Ma un qualcosa che verrà messo in circolo e passerà di mano in mano, da cuore a cuore, per una comunità sostenibile, svincolata dalla logica del tornaconto e dai ricatti di sussistenza.

Tragicomico

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Buona lettura!

10 commenti

Stefania 10 Febbraio 2023 - 7:35

Peccato, che nessuno o meglio pochi sanno farlo…..

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Tragicomico 10 Febbraio 2023 - 17:14

Ecco perché è un gesto rivoluzionario, perché sovverte quelli che sono i paradigmi e le sovrastrutture che stanno direzionando questa società verso il baratro.

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Gianluigi Togni 10 Febbraio 2023 - 11:46

Completerei il discorso anche con l’altro aspetto del dono (non scoperto da me, ma sentito da Galimberti): il significato di SFIDA.
Un gioco (per modo di dire) di manifestazione di potenza, teso a mettere il ricevente in condizione di sudditanza (Galimberti dice di schiavitù).
E, pensandoci sopra, non è una esperienza poco comune. Quel senso di DEBITO, che ci può prendere quando qualcuno. ci fa un regalo ECCESSIVO, o che a noi appare tale. A tal punto da metterci in imbarazzo. A cosa è dovuta quella sensazione, se non a una “sproporzione”? Non necessariamente nelle intenzioni del donatore. Anche sulla capacità di accettare il dono bisognerà forse riflettere. E sulla proiezione delle intenzioni, più o meno coscienti, dei soggetti coinvolti.

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Tragicomico 10 Febbraio 2023 - 17:24

Ciao Gianluigi, tesi molto interessante quella da te proposta, attenzione però a non confondere il dono con il regalo. Il dono, infatti, possiede un valore “non economico”, a differenza del regalo che spesso è quantificabile economicamente. Il termine “regalo” ha origini piuttosto lontane, deriva da un termine “regale”, ovvero si riferisce all’offerta al Re. Ecco che, quindi, prevale la dimensione dell’obbligo e della convenzione sociale in merito alla sproporzione. La parola “dono“, invece, deriva dal latino donum, che significa “dare all’altro”. Il dono diventa un omaggio alla spontaneità, si tratta di un gesto “antieconomico” di gratitudine nei confronti del rapporto tra due persone che arricchisce – spiritualmente e socialmente – la vita dei soggetti coinvolti.

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paolo 13 Febbraio 2023 - 14:47

Argomento molto interessante e poco conosciuto, o meglio, diciamo conosciuto male. È vero: si tende sempre a guardare sempre al dono più che al donatore, sentendosi in debito con lui perché così siamo stati educati o, peggio, addestrati. Ci è sempre stato detto: le gentilezze vanno sempre ricambiate. Ma poi perché? Questo concetto è a tal punto dentro di noi che non si tratta neppure di un movimento razionale, quanto di un meccanismo ormai quasi inconscio. E ciò mi porta a domandarmi quanti di questi meccanismi io abbia dentro. Voglio però sottolineare che sono coinvolti ulteriori due fatti: non ci piace essere in debito con qualcuno e tendiamo sempre a non guardare il gesto, abituati come siamo a guardare sempre fuori. Sì, il gesto, che vuol dire percepire il moto da cui parte ciò che ci arriva, per arrivare fino alla sorgente e quindi all’interlocutore. Si tratta di assaporare l’atto più che il dono, perché il vero dono sta proprio nell’atto (immagino che questo concetto piacerà a Ivan visto che ha citato il grande Jung). Prendete poi un abbraccio, un sorriso o una mano tesa, cosa ci porta? Di fatto nulla ma se vi soffermate un secondo, capite che in realtà c’è un dono, ovvero l’atto. Se questo è più facile da riconoscere e capire, quando c’è un oggetto, tendiamo sempre a guardare quel dono materiale (quel che è peggio a dargli un valore) invece di assaporare il rapporto che in quel momento c’è tra noi e l’interlocutore. Io e mia moglie abbiamo dato alcuni doni che nell’imbarazzo abbiamo chiamato regali di non-compleanno o non-festa e l’abbiamo fatto solo perché ci dava piacere. Ci dava piacere. Capite? Purtroppo non sempre è stato compreso.

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Tragicomico 13 Febbraio 2023 - 16:33

Una disamina eccellente Paolo, rendi perfettamente l’idea dei concetti che vuoi sottolineare in maniera così arguta. Siamo pregni di sovrastrutture che ci fanno re-agire, anziché agire, motivo per cui tendiamo a non sentire ciò che c’è al di là di un gesto, di una parola, di un’emozione. Cerchiamo sempre di contestualizzare tutto, di incasellarlo in un quadro di dare-ricevere e ricevere-dare, immaginando il dono come un corpo estraneo che va subito ricollocato in qualcosa di traducibile per la nostra natura fatta di pane e società. Ma il dono, proprio per la sua essenza che hai descritto come atto, è qualcosa che va assaporato, coltivato, fatto germogliare, in modo che possa portare frutti che potranno essere donati successivamente. È questo il senso di comunità che oggi manca e i fatti sono lì ad evidenziarci questa carenza.

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fabrizio mauro 13 Febbraio 2023 - 22:26

Ciao Ivan, donare è dare spontaneamente senza attendersi un ritorno, ma concedendo generosità. Regalare, liberamente una cosa ritenuta utile e gradita, due cose molto contrapposte. Abituati a confondere le parole e usarle come sinonimi, come nella lingua italiana, ma ciascuna ha un significato preciso.
Donazione e regalo non sono dunque beni equivalenti. Dobbiamo dunque imparare a dare il giusto peso. Imparando con il tempo la differenza tra donare e regalare e tale differenza risiede nell’interpretazione che una persona ha verso il primo e verso il secondo. Molto dipende dalla scala dei valori che ciascuno ha, un senso prettamente personale e non cedibile. Dono significa impegno e va valorizzato. Che sia di tempo, denaro, spazio o altro dobbiamo imparare a dargli il giusto valore di senso, altrimenti perderà di significato in questa società dove per forza, quasi tutto deve avere sempre un contraccambiato.

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Tragicomico 14 Febbraio 2023 - 17:15

Ciao Fabrizio, grazie per essere passato da qui.
Sì, assolutamente, dobbiamo disimparare per imparare nuovamente, saper donare è un’arte, richiede il presupposto che il donatore sia una persona dedita alla bellezza, al voler arricchire l’altro e gli altri, attraverso qualcosa di Sé. Non è quello che avviene con l’arte? Ecco che donare diventa una forma d’espressione di sé verso il mondo, per donare bellezza, presenza, essenzialità. E ne abbiamo un gran bisogno!

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Gianluca 25 Aprile 2023 - 15:47

Mi ritrovo totalmente nelle tue parole , donare è un piacere , non un dovere , io lo vedo come un cerchio , non finisce mai , tutti siamo donatori e riceventi contemporaneamente , è una bellissima sensazione di armonia da gustare ogni attimo . Anche tu doni a noi lettori e ricevi anche , almeno credo . Un abbraccio

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Tragicomico 26 Aprile 2023 - 17:39

Esatto Gianluca, donare equivale a mettere in circolo e chi lo fa riceve sempre qualcosa, seppur in altra forma. Buona vita

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