
Chi è il Deus otiosus?
Per rispondere a questa domanda, dobbiamo prima di tutto accantonare l’immagine più comoda e infantilizzante che la storia ci ha consegnato: quella di un Dio burattinaio, un Creatore costantemente chino sul mondo che interviene, corregge, punisce, premia e ascolta le nostre infinite suppliche.
È necessario liberarsi dall’idea di un’umanità guidata dall’esterno, le cui sorti dipendano dai capricci o dalla benevolenza di un’entità altra. Si tratta di una visione che, per quanto rassicurante, ci spoglia della nostra dignità e, soprattutto, della nostra responsabilità.
Abbracciamo invece un’ipotesi più audace, più adulta e, in definitiva, più spirituale: quella di un Deus otiosus, un Dio “ozioso”, ritirato. Questa idea, lungi dall’essere una provocazione moderna, affonda le radici in un filone di pensiero antico e profondo. Lo storico delle religioni e antropologo Mircea Eliade, notò come molte culture arcaiche venerassero un Dio creatore primordiale che, dopo aver dato l’impulso iniziale all’universo, si è allontanato, lasciando il mondo a divinità minori o alle leggi che lui stesso aveva stabilito. È un’eco che risuona nel Deismo illuminista, con il “Dio Orologiaio” menzionato da Voltaire nel suo “Trattato di metafisica”.
Non si tratta di un Dio disinteressato, ma di un Architetto cosmico che ha impostato le regole del gioco – le leggi immutabili dell’universo – per poi farsi da parte, non minimamente interessato alle questioni umane e terrene, ed intento soltanto ad accudire il corretto funzionamento di tutte quelle leggi naturali regolatrici dell’intero universo. Un Creatore che, nel suo più grande atto di fiducia, ci ha lasciati soli con la sua creazione.
Il silenzio apparentemente assordante di questo Deus otiosus non è abbandono, ma un dono. È il dono della più radicale e vertiginosa libertà. Se l’universo non è governato da un intervento divino continuo, ma da princìpi universali e inviolabili, allora non siamo più marionette. Il nostro destino non è un copione già scritto in un libro celeste; siamo noi a scriverlo, pagina dopo pagina, immersi in un oceano di leggi naturali, in un flusso potente e inarrestabile.
Qui risiede il vero significato della nostra libertà. Essa non consiste nel folle tentativo di infrangere queste leggi – nessuno può fermare la marea con le mani o annullare la gravità con la sola forza di volontà. La vera libertà risiede nell’arte di conoscere queste leggi così a fondo da poterle “cavalcare”. Un marinaio esperto non sfida il vento, ma ne orienta le vele per raggiungere la sua meta. Un surfista non combatte l’onda, ma ne comprende la forma e la potenza per danzarci sopra. Allo stesso modo, l’essere umano saggio non prega per sovvertire la realtà, ma la studia per navigarla con maestria.
Comprendere questa prospettiva trasforma radicalmente la nostra esistenza. Da sudditi passivi che subiscono gli eventi, ci evolviamo in navigatori consapevoli. La malattia cessa di essere una punizione divina per diventare una conseguenza di processi biologici da comprendere e affrontare. Il successo smette di essere un premio dal cielo per rivelarsi il risultato di azioni, circostanze e preparazione. Il Deus otiosus, ritirandosi, ci ha costretti a distogliere lo sguardo dal cielo, in cerca di un aiuto esterno, per puntarlo dentro e intorno a noi.
In questo quadro, la responsabilità diventa assoluta, totale, ineludibile. Non esistono più alibi. Non c’è un capro espiatorio trascendente a cui addossare le nostre colpe o le nostre sfortune. La catena di causa ed effetto agisce in modo implacabile, e ogni nostra scelta, ogni nostra azione, è un anello che noi stessi aggiungiamo a quella catena. Siamo noi gli unici architetti della nostra esperienza, individuale e collettiva.
Questa vertiginosa assunzione di responsabilità trova una delle sue più potenti espressioni in Platone, che al termine del suo capolavoro, “La Repubblica“, la scolpisce in una frase di una chiarezza disarmante. Nel mito di Er, quando alle anime viene chiesto di scegliere la loro vita futura, la responsabilità è posta interamente sulle loro spalle. Le parole sono definitive:
αἰτιˊαἑλομεˊνου,θεοˋςἀναιˊτιος
(traslitterato: aitía heloménou, theòs anáitios)
“La responsabilità è di chi sceglie; Dio è senza colpa.”
In questa sentenza si concentra l’essenza della filosofia del Deus otiosus. Dio, o il principio cosmico, è anáitios, innocente, fuori dalla catena causale delle nostre decisioni terrene. La aitía che è “causa” e “responsabilità”, è interamente di chi sceglie (heloménou).
Siamo quindi soli di fronte al bivio, ogni giorno, ogni istante. Possiamo continuare a lamentarci, a sperare in un intervento che raddrizzi i nostri errori, comportandoci come eterni bambini in attesa del genitore. Oppure possiamo accettare il dono magnifico e terribile del Deus otiosus: il dono di un universo retto da leggi conoscibili e di una libertà che ci rende gli unici, veri artefici del nostro destino.
La scelta, come sempre, è soltanto nostra.





6 commenti
Un altro testo potente. La tua difesa della libertà umana di fronte al “silenzio divino” mi risuona come un invito alla maturità spirituale, e se così fosse, condivido profondamente, specie nella sua radicale assunzione di responsabilità (il mito di Er platonico è un sigillo perfetto). Tuttavia, vorrei provare ad osservare la tua tesi con un altro sguardo -non opposto, ma, credo, possa essere complementare.
Immagina un Dio creatore che, pur ritirandosi come Architetto cosmico, non abbia abbandonato del tutto l’umanità a sé stessa. Potrebbe esserci un disegno in cui “Entità Superiori” (o lo stesso Deus, se preferisci), operando su scale temporali a noi inaccessibili, ci osservano e introducono ‘opportunità evolutive’ in momenti favorevoli. Non un burattinaio che viola le leggi naturali, ma vedili come dei “Giardinieri Cosmici” che piantano semi di conoscenza nel momento opportuno, nelle menti di quelli che poi noi chiamiamo ‘geni’: astronomi, matematici, artisti, fisici, filosofi…
In questa ottica, i “germogli” non sono solo simboli poetici o metafore dell’ispirazione: sono vere e proprie intuizioni, dense e pregnanti, che irrompono nella mente umana come lampi di comprensione, spesso senza un’origine razionale apparente. È legittimo allora immaginare che alcuni dei momenti più alti della storia umana -dalla scoperta della geometria euclidea alla relatività, dalle simmetrie della fisica quantistica all’invenzione della scrittura o della prospettiva artistica;… non siano solo frutto del genio individuale, ma l’esito di un incontro misterioso tra l’umano e il sovrumano.
I Giardinieri Cosmici non impongono, non controllano: seminano. E lo fanno in modo discreto, rispettoso, lasciando intatto lo spazio della libertà. Potrebbero aver introdotto semi di conoscenza in un Galileo, un Leonardo da Vinci, un Isaac Newton, una Maria Curie o una Frida Kahlo; ma poi tutto dipenderebbe dal terreno individuale e sociale: dalla capacità di accogliere, elaborare, rischiare, e dalla disponibilità collettiva a ricevere il nuovo.
Il loro intervento, allora, sarebbe “materialistico” nella misura in cui dà forma, opportunità, occasioni reali; e “spirituale” perché attiva risorse interiori, aperture di coscienza, spinte evolutive profonde che spingono l’umanità a fare un salto di comprensione o di consapevolezza.
In questo modo, il Deus otiosus e i Giardinieri Cosmici non si contrappongono, ma si fondono in una dialettica creativa: la massima libertà lasciata all’uomo si intreccia a una trama misteriosa di occasioni spirituali-materialistiche che esaltano la nostra capacità di incidere sul mondo.
Forse l’elemento che più mi affascina di questa visione è proprio la possibilità che la nostra storia sia costellata di interventi discreti -né puramente mistici né solo casuali- che attendono la nostra partecipazione per completarsi. Una sorta di alleanza nascosta, ma reale, tra il libero arbitrio e l’invisibile, tra la materia e il mistero, tra il pensiero umano e l’Intelligenza cosmica.
Grazie, Ivan. La tua riflessione è stata un invito a rendere vivo e dinamico il rapporto tra me e il divino, tra la libertà e la possibilità, tra ciò che mi è donato e ciò che scelgo di farne.
Ciao Carletto, ti ringrazio per il tuo commento, così denso e ricco di prospettive interessanti.
I tuoi “Giardinieri Cosmici” evocano da vicino il concetto di Daimon, menzionato dallo stesso Platone e che lo psicoanalista statunitense James Hillman ha posto al centro del suo saggio “Il codice dell’anima“. Se non lo avessi letto, te lo consiglio vivamente.
In questo quadro, però, mi sembra manchi una componente fondamentale: l’aspetto puramente distruttivo, quelle situazioni che non hanno nulla di evolutivo e che vediamo dilagare nella nostra società. Basti pensare a come, negli ultimi due secoli, l’umanità si sia volontariamente dilaniata in conflitti sanguinosi.
Ecco perché, pur concordando sul fatto che qualcuno possa “ricordarci” le linee guida o seminare intuizioni preziose, credo che siamo anche e soprattutto in balia di noi stessi.
Naturalmente, questo è solo il mio punto di vista.
Ciao Ivan,
grazie per la tua replica e per il riferimento a Hillman: Il codice dell’anima l’ho letto, e riconosco che certe pagine risuonano molto con l’immagine dei miei “Giardinieri Cosmici”.
Hai ragione a sottolineare la presenza dell’aspetto distruttivo. È vero: accanto ai semi di conoscenza, la storia è costellata di ciò che sembra puro disastro, senza alcuna funzione creativa evidente. Guerre, stermini, barbarie tecnologicamente raffinate, catastrofi ambientali autoinflitte… tutto questo sembra contraddire ogni ipotesi di disegno orientato solo alla crescita.
Forse, però, proprio qui si nasconde un punto chiave. Potrebbe darsi che anche il distruttivo, pur non “seminato” dalle stesse mani, faccia parte del campo in cui operiamo. Non perché sia voluto o orchestrato dall’alto, ma perché la libertà umana, nel suo vertice, implica anche la possibilità di deviare, corrompere, deformare ciò che di buono si riceve. In altre parole, i semi possono essere nutriti o avvelenati. E quando collettivamente scegliamo di avvelenarli, il raccolto diventa devastazione.
Questo non toglie, anzi accentua, la tua osservazione che siamo in balia di noi stessi: i Giardinieri possono seminare, ma non possono (o non vogliono) impedirci di incendiare il campo. Se così fosse, il distruttivo non sarebbe un elemento inserito per bilanciare, ma la conseguenza intrinseca del rischio della libertà. Un rischio altissimo, ma forse inevitabile, se davvero l’umanità non è chiamata a vivere come un gregge, bensì a diventare coscientemente artefice del proprio destino.
In questo senso, sento vicina anche la visione di Teilhard de Chardin, espressa ne Il fenomeno umano, dove l’evoluzione è descritta come una traiettoria verso un “Punto Omega” capace di attrarre senza costringere, lasciando all’uomo la responsabilità di scegliere se avvicinarsi o allontanarsi. Forse, se i Giardinieri esistono, continuano a seminare proprio perché sanno che, nonostante tutto, ogni tanto un seme trova ancora un terreno fertile.
E mentre immagino questa possibilità, resto comunque con il massimo rispetto per il tuo punto di vista, che vedo come una parte essenziale di un dialogo in cui le nostre prospettive, pur in parte diverse, si arricchiscono a vicenda.
Ciao Carletto, ti ringrazio sinceramente. Il tuo ultimo spunto di riflessione è un dono prezioso, perché non hai semplicemente aggiunto una visione, ma hai gettato una nuova luce sul sentiero che entrambi, a quanto pare, stiamo percorrendo.
È una consapevolezza liberatoria, non trovi? Quella di sapere che nessuno di noi possiede la verità assoluta, quella monolitica e inscalfibile che alcuni pretendono di custodire in tasca. Questa è l’illusione dogmatica di chi, per mestiere politico o per fede cieca, ha un disperato bisogno di certezze granitiche per orientarsi e, soprattutto, per orientare le masse.
A noi, che invece ci riconosciamo come eterni viandanti dell’esistenza, spetta un compito ben più arduo e affascinante. Abbiamo il dovere etico, quasi socratico, di coltivare il dubbio non come fine, ma come strumento primario di conoscenza. Non il dubbio sterile che paralizza, ma quello fecondo che spinge alla ricerca. Il nostro è un imperativo a esplorare, a sperimentare sulla nostra stessa pelle le infinite possibilità del reale e solo allora soppesare il valore di una visione del mondo rispetto a un’altra.
Perché, in fondo, ogni visione è una cosmogonia: un modo di dare forma al mondo e di trovarvi il proprio posto. Da queste mappe interiori, da queste Weltanschauung, scaturiscono inevitabilmente sentieri divergenti, atteggiamenti e scelte che ci modellano. E alcuni di questi sentieri, come giustamente notavi, sembrano convergere verso quel “Punto Omega” che hai evocato. Lo interpreto non come un semplice traguardo finale, ma come un polo di attrazione per la coscienza che si evolve, un orizzonte di massima unificazione dello spirito e del pensiero verso cui tendere.
Ti abbraccio forte, con la gratitudine di chi sa di non camminare da solo. A presto!
Caspita Ivan, che argomento. Nel corso di questi mesi nei tuoi scritti ho notato un salire di tono, un aumento di profondità e di ampiezza che puntano al centro di domande importanti e dove ognuno trova le proprie risposte, giuste o sbagliate poco conta, ciò che è importante è il percorso che si è fatto per arrivarci. Crediamo sempre che le scelte siano legate solo a un fare mentre in realtà sono legate anche alle domande, infatti per arrivare alla risposta c’è sempre dietro una scelta tra due o più possibilità e possiamo intuire, andando un po’ oltre con la percezione, che dietro ad ogni pensiero sia presente una scelta che delinea di attimo in attimo ciò che siamo o ciò che abbiamo costruito. Di fatto, la vita è costruzione o distruzione? Accumulo o sottrazione? Abbiamo già parlato di questo e conosciamo bene le risposte. Purtroppo, presi nella dualità e da una incessante divisione, la ricerca diventa infinita e a volte assoluta quando temiamo di aver sbagliato scelta e crediamo che cambiare scelta sia una via senza uscita. Eppure non lo è, quando la mente perde il suo dominio e cade nel silenzio, che non è assenza di pensieri, riusciamo a cogliere l’insieme delle domande e delle scelte. Comprendiamo in un vissuto che non è memoria che la vita è qualcosa di più e Dio non ci ha tolto qualcosa ma siamo noi ad averlo rifiutato. Quando sei ciò che sei realmente, non c’è bisogno di etichette, di nomi, di parole, di azioni e se vuoi anche di scelte, perché la verità è che quando comprendi te stesso non ci sono più condizionamenti e il libero arbitrio, di cui spesso parliamo e non conosciamo, a quel punto è realtà e non idea o, se vuoi, archetipo. Superati tutti gli archetipi, ora non più necessari, possiamo essere con Dio e nella Creazione che meglio ci piace. Detto in una sola frase: la scuola è finita.
Caro Paolo, le tue parole sono uno stimolo prezioso. Mi fa davvero piacere che tu stia apprezzando questa nuova serie di articoli dal taglio più esistenziale. Sento che è un’evoluzione quasi naturale del dialogo che portiamo avanti; mi piace esplorare e variare, sia negli argomenti che nello stile. Dopotutto, ho sempre concepito il blog come una magnifica palestra non solo per esercitare la passione per la scrittura, ma soprattutto per affinare il pensiero e mettere in comune frammenti del nostro sentire, tessere insieme una visione della vita e del mondo.
E in questo scambio, le tue intuizioni colgono sempre nel segno. La tua frase finale, «la scuola è finita», è semplicemente perfetta. Non perché, come giustamente noti, si smetta di imparare, ma perché cessa quella ricerca affannosa all’esterno. Si smette di sfogliare manuali d’istruzioni per la vita, cercando conferme o approvazioni. La risposta, alla fine, si rivela essere la nostra stessa esistenza, vissuta con una presenza autentica e spoglia di artifizi. Non abbiamo più bisogno di etichette per validare chi siamo, perché finalmente ci permettiamo, semplicemente, di essere.