Home Tavola RotondaEsoterismo “Chi Sono, Dove Sono Quando Sono Assente Di Me?” – Franco Battiato (Significato)

“Chi Sono, Dove Sono Quando Sono Assente Di Me?” – Franco Battiato (Significato)

Tragicomico
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Chi Sono, Dove Sono Quando Sono Assente Di Me?” è questa l’interrogazione esistenziale espressa dal maestro Battiato nel suo brano “Chan-son egocentrique”, una canzone piena di connotati psichici e di lampi di verità, estratta dall’album “Azimut” della cantautrice Alice, con la quale il musicista siciliano ha più volte collaborato, avendo condiviso con lei insegnamenti provenienti da diverse culture e tradizioni esoteriche (in seguito la versione da solista è stata inserita nell’album “Mondi Lontanissimi”). Non è un caso infatti, se Battiato e Alice sono entrambi dei noti estimatori del mistico armeno e maestro di danze sacre Georges Ivanovič Gurdjieff, con particolare riferimento al suo insegnamento definito come Quarta Via.

Un insegnamento, quello di Gurdjieff, che si fonda su pilastri come l’auto-osservazione, la presenza e il ricordo di sé, tecniche ed esercizi che mirano al risveglio della coscienza, una coscienza ormai assopita dal frastuono delle ninne nanne per adulti. Ed è proprio dall’applicazione quotidiana di queste tecniche che nasce in Battiato la domanda esistenziale “Chi Sono, Dove Sono Quando Sono Assente Di Me?”. Sappiamo quanto al cantautore italiano piacesse inserire questioni iniziatiche, mistiche, esoteriche e spirituali fra i suoi versi e molti dei suoi testi appaiono ancora oggi come ermetici ai più.

Per molta gente Battiato appare come un artista di frasi “nonsense”, canzoni definite strambe perché non capite, con battute che rasentano il ridicolo – “che strano quello là che parla di cose incomprensibili e balla male”. Persone che travisano parole e testi scambiandoli per romantiche canzonette d’amore, altri che interpretano i suoi movimenti (dettati dai Movimenti sacri di Gurdjieff) per una ballata goffa. Signori, bisogna ammettere che il panorama spirituale contemporaneo è davvero triste, per non dire tragicomico!

Del resto cosa pretendiamo da una società nella quale ci si accontenta di vivere in superficie per arrivare a sera, senza indagare quell’oltre che potrebbe rivelare abissi di oblio. Meglio non studiare, meglio non sapere, continuando a pavoneggiarsi di quella misera, effimera e inutile cultura spacciata per verità. Un tempo gli alchimisti usavano il fango per farne oro, adesso è l’esatto opposto, frasi dorate e rivelatorie come quelle del maestro Battiato che vengono ricoperte con strati di scherno e ironia.

Ma torniamo al focus della questione, ovvero l’assenza, intesa come non-presenza, il “sonno verticale” enunciato da Gurdjieff – “L’uomo moderno vive nel sonno; nato nel sonno, egli muore nel sonno” (da “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”). Uno stato ipnotico nel quale vengono a mancare quelle caratteristiche, quelle capacità che distinguono l’uomo in stato di veglia da quello addormentato, come ad esempio la “lucidità di coscienza”, la “volontà libera” (o libero arbitrio) e soprattutto la “capacità di fare”. Nello stato di sonno infatti, tutto, semplicemente, accade.

Ecco perché le domande esistenziali del maestro Battiato sono di una potenza inaudita, perché possiedono la forza di scardinare il nostro modo approcciarci al mondo quotidiano, quello ordinario, domande che ci spogliano delle nostre più piacevoli e tenere illusioni, aprendo un varco netto per percepire la nostra totale impotenza di fronte a tutto: tutto ci possiede, tutto ci domina, e possiamo constatare quanto sia difficile mantenere stabile la presenza mentre svolgiamo una qualsivoglia azione quotidiana. Ma lo scopo è proprio questo, farci comprendere che durante il giorno dormiamo, siamo assenti, viviamo nel sonno e di conseguenza non siamo mai coscienti di noi: in altre parole, non siamo “noi” che facciamo, ma è l’esterno che accade, mentre noi dormiamo.

Chi sono?”, è questo il primo quesito. Perché se non sono io a “fare”, allora chi fa? Chi guida l’automobile se con la mente sono assorto fra mille pensieri? Chi lava i piatti se nel frattempo sono identificato con uno stato emotivo di rabbia, per un qualcosa che mi è successo durante la giornata? Chi fa l’amore, se poi nell’atto sono immerso fra fantasticherie di vario genere? Pretendiamo di raccontarcela dicendo “io” centinaia di volte al giorno, senza renderci conto che all’interno del nostro contenitore non c’è nessun io, nessun padrone interiore (“La voce del padrone” è il titolo di un altro bellissimo album del maestro Battiato). In altre parole, crediamo di essere qualcuno, ma quel qualcuno ci sfugge costantemente.

Dove sono?” è l’altro quesito, e la risposta, per quanto sottintesa, non riguarda un luogo fisico. Chi vive nel sonno non si trova da nessuna parte, perché l’unico momento che può esistere è il presente, ma gli sfugge in quanto assente/addormentato. Mentalmente puoi essere nel passato, nel ricordare un fatto avvenuto, ma il passato per sua stessa natura è già evaporato via. Puoi provare a collocarti nel futuro, fra progetti e castelli costruiti in aria, ma anche lì, non c’è consistenza. La verità è che rassomigliamo al passeggero addormentato della metafora della carrozza di Gurdjieff, ovvero siamo in balia della nostra mente e delle nostre emozioni, sono loro a trainarci verso posti irreali, che causano in noi sofferenza e distacco dalla realtà.

Ecco il grande dono che ci fa Battiato, le sue domande sono un invito all’osservazione, un’osservazione concentrata nel qui e ora, che ti costringe ad essere presente a te stesso e così mentre ti osservi non dai spazio alle distrazioni, non permetti agli aspetti della tua psiche di portarti via, di renderti assente, di trascinarti in una sonnolenta quotidianità fatta di inconsapevolezza.

Nel mio libro “Schiavi del Tempo” scrivo quanto segue: “Tutto parte dalla costruzione di un nucleo forte, quello che Battiato, e Gurdjieff prima di lui, chiamano centro di gravità permanente, quel nocciolo forte come l’acciaio e duttile come l’acqua che sa restare immobile anche in mezzo alla tempesta”. Eccolo un primo punto di approdo, il centro di gravità permanente, perché vivere non basta, bisogna essere coscienti di vivere, e non serve a nulla fingersi impermeabili alle sensazioni o alle emozioni, come non serve praticare costosi corsi di autostima se poi ci si perde nel sonno di tutti i giorni. Qui non si tratta di diventare più o meno buoni, bravi o “spirituali”, ma più attenti, svegli e resilienti. E per farlo, l’unica attitudine richiesta è la presenza.

La presenza è l’inizio e la fine del Lavoro per ogni ricercatore spirituale, per ogni viandante alla ricerca del senso della vita. E quando Battiato si chiede “Chi Sono, Dove Sono Quando Sono Assente Di Me?” di riflesso ci sta dando la possibilità di realizzare una questione tanto ovvia quanto dimenticata: basta essere presenti a noi stessi per attivare un processo irreversibile di trasformazione. Non c’è bisogno di acquistare un biglietto aereo per l’India, non c’è bisogno di pendere dalle labbra di un qualche pseudo-guru dalla barba lunga e dalla parlata lenta.

Tutto quello che serve è in una sola risposta: chi sei, dove sei quando sei assente di te? Trovare la risposta e applicarla nella vita di tutti i giorni è l’esercizio più potente che potrai fare e anche il modo migliore per rendere onore alla memoria dell’immenso Battiato e dello stesso Gurdjieff che in merito alla risposta da trovare disse: “Coloro che sanno questo sanno già molto. Il guaio è che nessuno lo sa. Se domandate a qualcuno se può ricordarsi di se stesso, vi risponderà naturalmente che può. Se un uomo realmente sa che non può ricordarsi di se stesso, è già vicino a una comprensione del suo essere.

Buona “presenza”.

Tragicomico

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