
“Cervelli in fuga“, li chiamano. Una definizione così asettica, così fredda, da burocrati. Da chi maneggia numeri e statistiche senza aver mai percepito l’odore della polvere sui libri di uno studente che si logora fino a notte fonda, senza aver mai sentito la frustrazione cocente di un neolaureato che spedisce centinaia di curriculum e non riceve una risposta, nemmeno per sbaglio.
Fuga? No, cari burocrati, non è una fuga: è un esodo. Un’emigrazione forzata, proprio come quella dei nostri nonni che andavano a spaccarsi la schiena nelle miniere del Belgio o nelle fabbriche della Germania. La differenza, però, è profonda: allora si fuggiva dalla miseria materiale, dalla fame più nera; oggi si fugge da una miseria ancora più subdola e insidiosa: quella delle opportunità negate, del merito sistematicamente calpestato, della speranza soffocata fin quasi a spegnersi.
I cervelli in fuga non scappano da un luogo, ma da un’assenza di possibilità!
E chi li ha costretti? L’Italia. Ah, l’Italia. La chiamiamo ancora “la nostra bella Italia”, vero? Ma bella per chi, mi chiedo? Per i soliti noti che si spartiscono la torta da decenni, incuranti del futuro? Per i parassiti che succhiano il sangue a un Paese ormai stremato, privo di forze vitali? Per chi, con la scusa di una crisi – una crisi che, guarda caso, sembra durare in eterno – ha sistematicamente smantellato ogni barlume di futuro per le nuove generazioni, lasciandole senza appigli?
«Tanto se ne vanno tutti! Da qua se ne vanno tutti!
Non te ne accorgi ma da qua se ne vanno tutti!»
(Caparezza in “Goodbye Malinconia”)
Vi dirò una cosa, da sociologo dilettante quale sono, ma che non ha bisogno di studi universitari per essere compresa: la società è un organismo vivente. E un organismo, per sopravvivere, ha bisogno di ricambio, di cellule nuove, fresche, di energia pulsante. Se queste cellule vitali vengono espulse, se vengono avvelenate da un ambiente ostile, l’organismo deperisce, muore lentamente. E l’Italia, da questo punto di vista, è malata terminale. Non produce più futuro, non genera più speranza. Produce soltanto espatriati. I cervelli in fuga sono lo specchio di una nazione che non sa valorizzare il proprio futuro.
E qui entra in gioco la filosofia, quella spicciola, che non sta sui libri ma nella vita di tutti i giorni: il diritto alla felicità. Ricordate? Una volta era un’aspirazione quasi banale, scontata, un dato di fatto per chiunque. Oggi, per un giovane italiano, è diventato un lusso irraggiungibile, una chimera lontana. Si parte perché si cerca disperatamente ciò che qui non si trova: la possibilità di essere se stessi, di mettere a frutto con dignità ciò che si è imparato, di sentirsi parte di qualcosa che funziona, che ti valorizza e ti riconosce. La possibilità, in fondo, di non sprecare la propria vita in un limbo di incertezza e insoddisfazione.
Ma c’è di più, c’è una questione fondamentale di dignità e di rispetto. Cosa si offre a questi ragazzi? Contratti precari, stage sottopagati, la promessa vuota di un futuro incerto, di un domani che non arriva mai e si dissolve come fumo. Li si vorrebbe umili, grati per le briciole, incapaci di alzare la testa e rivendicare ciò che spetta loro. Ma questi ragazzi, per fortuna, non sono fatti così. Hanno studiato, hanno viaggiato, hanno visto come funziona il mondo altrove. E non ci stanno a farsi prendere in giro, a essere trattati come merce di scarto.
«È troppo tardi per fermare l’emorragia?», mi chiede spesso qualcuno.
Sinceramente? Non lo so.
Vorrei poter dire di no, che c’è ancora speranza, che basterebbe una vera volontà politica, un cambio di rotta deciso e coraggioso. Ma onestamente, vedendo come vanno le cose, come la politica è diventata un misero teatrino di marionette manovrate da interessi che con il bene comune non c’entrano nulla, la delusione mi assale.
Forse è già troppo tardi. Forse l’Italia, quella che abbiamo conosciuto e amato, è un cadavere che cammina, un’ombra smunta di se stessa. E i giovani, quei cervelli in fuga, non fanno altro che scappare da un camposanto che non offre più alcuna prospettiva. E come si fa a biasimarli? Ti guardi attorno e vedi un Paese che ha smesso di credere in se stesso, che ha rinunciato a lottare, che si è arreso al suo inesorabile declino. Un Paese che non è più un Paese per giovani, ma nemmeno per chi, come me, ha visto tempi migliori e non si rassegna a questo triste spettacolo.





6 commenti
Ciao Ivan, anche se non scrivo più tanto sul tuo blog ti seguo sempre e leggo sempre volentieri i tuoi articoli.
Io la chiamo emorragia di cervelli che se ne vanno, e in prima persona ho un figlio che da 8 anni vive negli USA e l’anno scorso è pure diventato cittadino statunitense. Tra non molto anche il figlio minore raggiungerà suo fratello per vivere negli USA, e questo visto dagli occhi di un genitore fa molto male, vedere i figli che se ne vanno da un paese morto che non offre possibilità, non da opportunità e sono pagati a suon di briciole. I figli non sono una proprietà e bisogna lasciarli andare in base alle loro scelte, averli accanto per un genitore è bellissimo, ma l’italia è un morto che cammina, e se si vogliono salvare e avere una vita come piace a loro, fare quello che più gli piace devono andarsene dall’italia. Buona vita a tutti.
Ciao Fabrizio, grazie per averci raccontato questa testimonianza di vita vera e autentica. Non è certo una storia per “sentito dire”, ma il resoconto di un genitore dispiaciuto ma consapevole. Un genitore che sa che i propri figli possono scegliere tra un futuro ricco di opportunità e realizzazioni o un futuro senza prospettive. È giusto che siano liberi di scegliere, soprattutto per il loro bene. Ti mando un grande abbraccio.
Caro Ivan, capisco bene il dolore e la tristezza di cui parli, è sotto gli occhi di tutti: quando vedi pagare una consumazione con il cellulare, quando li vedi guardare il meteo sul cellulare invece di guardare direttamente il cielo, quando ti sorridono perché hanno la app Io o hanno dialogato con ChatGPT, quando li vedi bere al bar parlando delle prossime ferie o del calcio o dell’ultimo ritrovato della tecnica, quando lo scambio tra loro è sempre legato a qualcosa che ha detto un media e non sanno fare un loro libero pensiero, quando i discorsi vertono sempre su argomenti che non superano le ginocchia. È triste, ma è la realtà di questa società umana che di fondo sta pagando l’amaro prezzo di una sua antica arroganza. Oggi l’Italia, domani dovranno confrontarsi le altre nazioni, perché niente sfugge allo spirito. La conoscenza di sé non ha limiti di spazio o di tempo, porta pazienza e arriva quando vuole. Questo sarebbe un ottimo periodo per riconoscere la propria arroganza ma, dal canto mio, temo che sarà anche una battaglia persa per moltissime persone. Cambiare dentro non è facile, non è questione di ragionamento ma di cuore e non si tratta di porgere l’altra guancia ma di accettare, ascoltare e fare la scelta di essere integri e determinati, dentro. Molti scappano, come è giusto, altri restano, altri aspettano, altri muoiono, alla fine è parte del gioco. Un gioco al massacro, è vero, ma è pur sempre un giogo dal quale è possibile scappare, magari non fisicamente e mentalmente, ma certamente dentro di noi. La libertà come la verità sono valori interiori che se non trovano un buon terreno, ovunque noi ci troviamo, qui o in America, non potranno crescere. L’augurio è che possano essere trovati prima dell’inevitabile.
Sacrosanto il tuo discorso, Paolo: i valori come l’aspetto interiore non conoscono confini né bandiere, visto che “dentro” siamo tutti uguali, senza passaporto, codice fiscale o conto in banca. Però è anche vero, a mio avviso, che si ha una vita e va vissuta anche considerando le opportunità esteriori. Se mi rendo conto che varcare un confine significa trovare condizioni di vita migliori, allora è probabile che anche la ricerca interiore possa giovarne, con un miglioramento globale. Ho sempre pensato che un mondo dove si riposa di più sarebbe già un mondo con meno violenza, meno nervosismo, meno preoccupazioni. Che poi è ciò che si augura anche Silvano Agosti nella sua opera “Lettere dalla Kirghisia“.
Un abbraccio!
Ciao Ivan,
ho letto il tuo appello con attenzione e ne condivido appieno il senso di amarezza: non si tratta di semplici dati, ma di giovani vite sospese, private della dignità del lavoro e di ogni prospettiva.
Permettimi di lasciare una riflessione a caldo, che mi sembra pertinente. Innanzitutto, la politica degli ultimi trent’anni ha troppo spesso tradito queste speranze: promesse enfatiche anziché soluzioni concrete, tanto da aver compromesso la fiducia di chi crede ancora nell’impegno e nel merito.
Oggi, poi, l’Italia è vincolata alle regole dell’eurozona: ogni spesa a deficit incide sui rendimenti dei BTP e alimenta il rischio di sanzioni e procedure d’infrazione, riducendo drasticamente lo spazio per interventi ambiziosi.
Proprio per questo ritengo che ripensare la sovranità monetaria non sia un’idea astratta, ma una strada coerente con l’articolo 1 della Costituzione, che fonda la Repubblica sul lavoro. Con una valuta gestita dal Parlamento potremmo finanziare politiche di detassazione per i giovani, istituire aree speciali di innovazione e stringere accordi con centri di eccellenza internazionali, senza doverci più guardare costantemente dall’andamento dei mercati. Un vero “pacchetto Italia” capace di trasformare vincoli in opportunità.
Restano però due ombre: l’incapacità dei nostri governanti di tradurre visioni in progetti concreti e, ancor più, la nostra stessa apatia di cittadini. Se ciascuno di noi non riconquista la necessità di partecipare, di chiedere trasparenza e responsabilità, nessuna riforma -per quanto brillante- potrà davvero decollare.
Credo dunque che la sfida più grande sia ritrovare insieme la volontà di agire: non solo convegni o commenti online, ma nelle scelte quotidiane, informandoci con cura, prendendo parte ai dibattiti pubblici e facendo sentire la nostra voce contro l’indifferenza. Solo così potremo restituire all’Italia la capacità di essere terra di opportunità, non più un luogo da cui fuggire.
Carletto, grazie per questo tuo prezioso commento. Quanto asserisci è l’esatto opposto di quanto è avvenuto negli ultimi decenni in Italia, dove ciascuno pensa solo al proprio orticello e viene a mancare una visione d’insieme, collettiva. Ecco perché siamo una popolazione, ma non siamo un popolo, non siamo connessi gli uni agli altri e non sappiamo remare tutti insieme nella stessa direzione. Si sa, l’unione fa la forza e a noi italiani questa unione manca, è un nostro grosso limite. E credo anche che a qualcuno faccia pure comodo.
Grazie per i tuoi suggerimenti propositivi, ciascuno meriterebbe un articolo a parte.
A presto!