
C’è un silenzio, nelle nostre città, che è più assordante del traffico. È il silenzio del martelletto del calzolaio che non batte più sulla suola. È il fruscio mancato della forbice della sarta che non adatta più un abito al tempo che passa. È il tic-tac quasi estinto dell’orologiaio che, con la sua lente d’ingrandimento, non scruta più il cuore di un meccanismo per riportarlo alla vita.
Siamo diventati, senza quasi accorgercene, gli orfani della riparazione. Eredi di un’epoca che sapeva dare un nome a ogni vite e un valore a ogni cucitura, ci ritroviamo a navigare in un oceano di oggetti anonimi, progettati non per durare, ma per essere sostituiti.
Questo articolo non è un lamento nostalgico per un passato idealizzato. È un atto d’accusa, a tratti commosso e a tratti pungente, contro il più grande e insidioso dogma della modernità: la cultura dell’usa e getta. È un appello per riscoprire il valore, non solo economico ma etico e ambientale, di chi sa “aggiustare le cose”.
Viviamo sotto la tirannia della convenienza immediata. Il nostro mondo è governato dal click d’acquisto, dalla consegna in 24 ore, dall’illusione che il nuovo sia intrinsecamente migliore del vecchio. Ma questa non è libertà, è una trappola ben congegnata.
L’industria globale, dal fast fashion all’elettronica di consumo, ha costruito il suo impero su una frode semantica: ha sostituito la parola “durata” con la parola “garanzia”.
La garanzia copre il difetto di fabbrica, ma la durata copre il ciclo di vita di un oggetto. Oggi, nulla è pensato per avere un ciclo di vita. È pensato per avere un ciclo di tendenza. L’obsolescenza programmata non è più un sospetto cospirazionista, è il modello di business dichiarato. Uno smartphone rallenta magicamente dopo due anni. Una stampante smette di funzionare dopo un numero predefinito di copie. Le suole delle scarpe si sbriciolano, non per l’uso, ma per il tempo, perché la colla stessa è stata progettata per cedere.
In questo paradigma, il riparatore è un nemico. Il calzolaio che può risuolare una scarpa per un terzo del prezzo di una nuova è un ostacolo al fatturato. La sarta che può stringere un cappotto comprato dieci anni fa è un fastidio per la nuova collezione. L’orologiaio che può sostituire un bilanciere in un segnatempo meccanico è un eretico in un mondo di smartwatch da 19 euro.
Poveri artigiani. Li abbiamo svalutati, relegati in piccole botteghe polverose, considerandoli un lusso per nostalgici o una soluzione per chi non può permettersi il nuovo. Che miopia colossale! Non abbiamo capito che il vero lusso, oggi, non è comprare, ma conservare.
Questa cultura dell’usa e getta non è solo un problema culturale, è il motore di una catastrofe ambientale. Abbiamo costruito un sistema economico lineare: estrarre, produrre, consumare, buttare. Ogni oggetto che scartiamo perché “non vale la pena ripararlo” è una cicatrice sul pianeta. È acqua sprecata, petrolio bruciato, minerali rari estratti da miniere a cielo aperto e, infine, è un altro pezzo di plastica o metallo in una discarica che soffoca.
L’economia circolare, di cui oggi tutti si riempiono la bocca, non è un concetto astratto fatto di pannelli solari e auto elettriche. L’economia circolare, nella sua forma più pura e antica, ha il grembiule di cuoio del ciabattino.
Il riparatore è il cardine fondamentale dell’economia circolare. È l’agente che spezza la linearità. La sarta che rammenda uno strappo impedisce a quel jeans di finire nell’inceneritore, risparmiando migliaia (sì, migliaia!) di litri d’acqua necessari per produrne uno nuovo. L’artigiano che ripara un piccolo elettrodomestico impedisce che metalli pesanti e rari finiscano in una discarica in Ghana.
La scomparsa di queste abilità è una ferita mortale per la sostenibilità. Senza la capacità diffusa di riparare, l’economia circolare rimane uno slogan vuoto, un pio desiderio di manager e politici che non sanno nemmeno ciò di cui parlano. Stiamo creando intere generazioni che sanno come aggiornare un software, ma non hanno la minima idea di come riparare una cerniera.
Il sociologo Zygmunt Bauman, nel suo saggio Homo Consumens, ha colto perfettamente il punto nevralgico della nostra epoca. Egli scrive: «La società dei consumatori aspira alla gratificazione dei desideri più di qualsiasi altro tipo di società del passato, ma tale gratificazione deve rimanere una promessa. Il desiderio deve rimanere insoddisfatto perché finché il cliente non è soddisfatto sentirà il bisogno di acquistare qualcosa di nuovo e diverso.»
Abbiamo interiorizzato questa logica tossica. La riparazione è un atto che richiede tempo, e il tempo, in questa logica, è il nemico del consumo. Aggiustare significa fermarsi, valutare, prendersi cura. Buttare via significa accelerare, dimenticare e ricominciare il ciclo. La nostra economia non si basa più sulla soddisfazione dei bisogni, ma sull’accelerazione dello smaltimento.
Ma c’è un secondo, devastante, tragicomico impatto culturale: la perdita dell’intelligenza della mano. Abbiamo svalutato il lavoro manuale, considerandolo subordinato a quello intellettuale. Ma chiunque abbia visto un orologiaio al lavoro sa che quella è una delle forme più alte di pensiero analitico e di problem solving.
L’artigiano-riparatore non segue un manuale. Egli dialoga con l’oggetto. Ne comprende la storia, i punti deboli, i materiali. Il calzolaio sente il cuoio, capisce perché la cucitura ha ceduto in quel punto. La sarta vede come il tessuto si è mosso sul corpo e come può essere adattato.
Questa è una forma di conoscenza profonda, accumulata in anni di pratica, che non può essere digitalizzata o automatizzata. È il “saper fare”. E quando un artigiano chiude bottega, non perdiamo solo un servizio: perdiamo una biblioteca di soluzioni.
Richard Sennett, nel suo capolavoro L’uomo artigiano, celebra proprio questa etica del lavoro. Egli osserva che la differenza tra un dilettante e un maestro non risiede solo nel talento, ma nella dedizione alla qualità. Scrive Sennett: «L’artigiano è la figura rappresentativa di una specifica condizione umana: quella del mettere un impegno personale nelle cose che si fanno.»
È proprio questo carattere che stiamo perdendo. L’impegno a fare le cose per bene, affinché durino. La società dell’usa e getta è, per definizione, una società senza impegno. È la società dell’effimero, del “finché dura”.
Se vogliamo seriamente parlare di sostenibilità, dobbiamo smettere di relegare questi mestieri a “folklore”. Dobbiamo attuare una rivoluzione culturale ed economica.
Culturalmente, dobbiamo re-imparare a vedere la riparazione non come un ripiego, ma come un atto di intelligenza e di stile. Rammendare un maglione non è da poveri; è da persone colte, che rispettano la materia prima e il lavoro che c’è voluto per produrla. Portare a riparare un orologio meccanico non è da nostalgici; è da persone che comprendono la differenza tra un oggetto e un gadget.
Economicamente, dobbiamo rendere la riparazione conveniente e desiderabile. Questo significa agire sulla fiscalità: perché un paio di scarpe nuove, prodotte a migliaia di chilometri di distanza con sfruttamento di manodopera e risorse, deve costare meno della manodopera specializzata di un artigiano locale per ripararne un paio vecchio? Dobbiamo abbattere l’IVA sui servizi di riparazione, incentivare l’apertura di botteghe artigiane, creare “bonus riparazione” che rendano il percorso dell’aggiustare più vantaggioso di quello del buttare.
Riscoprire chi sa “aggiustare le cose” non è solo una strategia per salvare il pianeta dai nostri rifiuti. È una strategia per salvare noi stessi dalla nostra superficialità. Come scrivo nel mio libro Schiavi del Tempo: «Non possiamo essere felici se quello che facciamo in cambio di denaro procura danni, a qualunque livello, al Pianeta.»
Ogni volta che scegliamo di riparare un oggetto, compiamo un piccolo atto di resistenza. Resistiamo alla dittatura dell’obsolescenza, resistiamo alla logica dello spreco, resistiamo all’omologazione del nuovo a tutti i costi.
Portare un oggetto da un artigiano significa affidargli non solo un bene materiale, ma un pezzo di storia. La giacca di nostro padre, l’orologio della laurea, le scarpe del matrimonio. Questi oggetti portano le tracce della nostra vita. I riparatori non sono solo tecnici: sono custodi di memorie.
Il futuro sostenibile non si costruirà solo con nuove tecnologie, ma con una saggezza antica. Quella di calzolai, sarti, orologiai e ombrellai. Quella di chi sa che un oggetto rotto non è spazzatura, ma solo un oggetto in attesa di cura.
“Aggiustare le cose” diventa il primo, fondamentale passo per aggiustare il nostro insostenibile rapporto con il mondo.





30 commenti
Grazie, sento molto mio quello che scrivi, essendo io un artigiano della terza generazione. Faccio molto affinché la nostra arte (lavoriamo il legno) non scompaia e mi commuovo leggendo articoli come il tuo. Grazie anche per il suggerimento su Richard Sennett, ho già preso il suo libro.
Grazie, Salvatore. Testimonianze come la tua non solo confermano quanto ho già scritto, ma, soprattutto, ciò che fai nobilita la nostra civiltà, poiché ogni oggetto che crei sarà intriso dell’amore per il tuo lavoro. A presto!
Ben detto Ivan! non sono sarta ma,diciamo che all’occorrenza, mi ingegno ad aggiustarmi cose che con il tempo non vanno più bene. Lo scorso anno ho rinnovato due copripiumone girando il verso testa piedi… Ho impiegato un’estate intera poco per volta, tutto cucito a mano …(non ho mai imparato a usare la macchina da cucire e a mano sono autodidatta)Alla fine del lavoro ero soddisfattissima e con un’autostima salita a mille!!! . qualcuno può pensare che lo faccia per risparmiare?niente affatto! lo faccio esclusivamente per soddisfazione personale. Grazie Ivan! i tuoi articoli sono assolutamente socialmente utili. Un abbraccio.
Il senso di questi scritti è proprio quello di creare una rete sociale, come per dire che ciò che racconto non è fantascienza. Esistono tante persone che ancora rammendano, aggiustano, sistemano e offrono una seconda, una terza o una quarta vita ai loro oggetti. Come sottolineato nell’articolo, non è solo una questione economica, ma profondamente etica. L’atto di riparare diventa un gesto per dare ulteriore attenzione e valore a quell’oggetto; quando poi lo si fa da sé, subentra anche la soddisfazione di aver contribuito a rendere qualcosa davvero unico e irripetibile.
Grazie Mari, per questa tua preziosa testimonianza e per esserci. Sei preziosa.
Ottimo, Ivan. Anche Pasolini -di cui sai che sono un grande estimatore- ci ha dato le coordinate; ora tu ci mostri la mappa, e persino qualche strada di ritorno. Ma diciamolo: percorrerla è difficile perché siamo stati tutti addomesticati alla comodità, al clic istantaneo, all’idea che il nuovo valga più del curato. Io per primo.
Per questo, oltre al diritto alla riparazione, alle infrastrutture di prossimità e a una fiscalità favorevole, serve anche un lavoro di de-addomesticamento: educazione all’uso lungo degli oggetti, trasparenza sui costi nascosti dello “usa e getta”, tempi e incentivi che rendano la riparazione più facile della sostituzione. I piccoli riti quotidiani (rammendare, ricondizionare, condividere attrezzi) non sono moralismi: sono allenamenti che sciolgono l’abitudine.
Ripartiamo sì dalle botteghe, ma anche dal riconoscere quanto siamo stati addomesticati… per smettere di esserlo.
È vero, Carletto. Dentro questo sistema ci siamo tutti ed è responsabilità di ciascuno di noi fare la propria parte, portando il proprio esempio. Questo non significa necessariamente svincolarsi dalla tecnologia o rinunciare alle consegne veloci, che ormai sono parte della nostra quotidianità.
Significa piuttosto sviluppare un senso critico che ci permetta di capire quando qualcosa può – e deve – essere aggiustato, rammendato o migliorato, distinguendolo da ciò che, invece, è davvero arrivato a fine ciclo di vita.
Ma soprattutto, serve un’educazione che si traduca in un profondo rispetto per le materie prime e nella capacità di esigere prodotti di qualità. Un’educazione che ci faccia comprendere come abbia molto più senso, anche economicamente, pagare 100 oggi per qualcosa che duri 10 anni, piuttosto che 30 ogni anno per 10 anni. È un cambio di mentalità fondamentale.
L’addomesticamento di cui parli è una realtà tangibile. Del resto, la pubblicità a cosa serve, se non a indurre un bisogno, a spingerci a consumare sempre di più, spesso prescindendo da una reale necessità?
Un’altra perla da leggere e custodire, spero che il tuo pensiero possa essere uno spunto di riflessione per tutti nonché fonte di ispirazione per le nuove generazioni. Occorre un cambiamento. Grazie Ivan!
Deborah, la tua speranza è anche il mio augurio. C’è davvero tanto bisogno di fermarsi un attimo e riflettere tutti insieme su dove stiamo andando e cosa stiamo combinando. Questo spazio, il blog, vuole essere proprio questo: un luogo dove poter rallentare, leggere con calma e, magari, ripartire con una nuova consapevolezza.
Se poi i miei scritti piacciono, consiglio sempre di condividerli, affinché possano raggiungere quante più persone possibile.
Grazie per il tuo intervento e a presto.
Caro Ivan,
I tuoi scritti sono quasi un miracolo da quanto sono autentici e umani.
Da tempo penso tutto ciò di cui parli.
Ho sempre avuto la passione (è una parola importante:passione) per tutto quello legato al filo,maglia,cucito,tessuto e via dicendo, e non riuscivo ad arrendermi all usanza dell “usa e getta “. Abito in un piccolo paese e tre anni fa sono andata casa per casa a cercare persone disposte a lasciare la loro esperienza e sapienza alle nuove generazioni. Non è stato facile convincerle ma quelle che si sono fidate di me ora fanno parte di un meraviglioso gruppo che abbiamo chiamato:”Ti passo il filo” un nome che può sembrare banale ma rende l idea.
Non siamo per scelta presenti su nessun social,non serve nessuna iscrizione, non chiediamo soldi a nessuno e ci autofinanziamo da sole,mettiamo a disposizione quello che abbiamo: stoffe,vecchie macchine da cucire,ferri,tutta la nostra passione e quelloche sappiamo fare. Ho chiesto al sindaco di un paese vicino se poteva ospitarci gratuitamente e lui gentilmente l ha fatto, così ci troviamo tutti I sabati,tutto l anno nella biblioteca del Comune,viene chi vuole,quando vuole e quando può. Al momento siamo 25 e resistiamo.
Cerchiamo soprattutto di trasmettere la gioia e la soddisfazione nel fare qualcosa”fatto bene”.
Del resto,per vantarsi un pochino, viviamo in un paese che i nostri illustri e famosi predecessori di cose fatte bene ne hanno lasciate! Capolavori autentici!
Certo,non siamo paragonabili noi piccole ricamatrici ma cerchiamo di tenere accesa una fiamma.
È vero,non si tratta solo di nostalgia ma è molto di più.
Grazie Ivan
Un caro saluto
Buongiorno Franca, le tue parole scaldano il cuore, perché sono intrise di una saggezza del fare che anch’essa, lentamente, si sta perdendo. Quello che stai facendo, insieme alle tue persone fidate, è qualcosa che oggi reputo straordinario, ovvero fuori dall’ordinario, quindi rivoluzionario.
Onore a voi del “Ti passo il filo”, un nome bellissimo che rievoca una maestranza ormai sconosciuta. Ecco, situazioni simili dovrebbero essere prese come esempio da riviste nazionali, notiziari e quant’altro, per dare risalto a chi, con le proprie forze e la propria sapienza, sta realizzando qualcosa di altamente nobile. E magari per trovare chi possa sovvenzionare tutto questo, affinché possiate concentrarvi ancora di più su quanto già state facendo.
Grazie mille per avermene parlato, non sai quanto mi abbia fatto piacere leggere le tue parole, testimonianza di un bellissimo esempio di “fare bene” le cose. Un abbraccio forte e continuate così!
Saluti Ivan, interessante il tuo punto di vista che in buona parte condivido, ma avrei qualche osservazione da fare.
D’accordo che la tendenza attuale è quella di sostituire, non di riparare, ma devo ammettere da ex tecnico che ormai è la più logica, visto come sono costruite le cose. Come tu dici fatte per non durare, inoltre per riparare le cose, bisogna avere una certa capacità anche manuale, che penso si sia in buona parte persa in queste ultime generazioni, avendo comunque a disposizione abbastanza denaro per rincorrere le tendenze. E poi c’è il problema dei pezzi di ricambio, che non si trovano nemmeno più, oppure come mi è capitato, un pezzo di ricambio, nel caso specifico una batteria, la sostituzione con lo stesso tipo (al litio) mi sarebbe costato più dell’acquisto di una nuova apparecchiatura. Terzo problema è che le riparazioni, il riciclo, ecc. va bene ed eventualmente si paga solo se te lo fai da te, altrimenti se devi portarlo a riparare o far venire un tecnico, (sempre che trovi chi la persona giusta) non so se conviene. Potrebbe essere una giusta soluzione per cose di valore, cose a cui sei legato sentimentalmente, per cui non badi alle spese. C’è un altra cosa che promuovono i media, ma che secondo me bisogna starne alla larga, e sono i prodotto rigenerati. Questa è la mia idea, siccome molti prodotti di elettronica (ma forse anche altri) acquistati in internet, non funzionano o sono difettosi, vengono rispediti al mittente al quale non conviene stare a controllare e riparare, presumo che dopo un controllo sommario, lo sconta ulteriormente e lo rimette in vendita come rigenerato e puoi immaginare come possa funzionare bene. Poi ci sono le eccezioni, esempio un PC fisso abbastanza vecchiotto, se trovi il tecnico bravo ed onesto, può rendertelo nuovamente operativo per diversi anni con una spesa accettabile.
Quindi, “Aggiustare Le Cose”, “Riciclare”, non sempre può essere conveniente, per me è uno stile di vita, un tempo dovuto alla necessità, al risparmio, oggi più che altro è una sfida contro te stesso, la voglia di non cedere, appunto un atto di resistenza. Una verifica delle tue capacità, certo non sempre va a buon fine, a volte è una perdita di tempo, però come dice il proverbio: “sbagliando si impara”, ma se non hai il coraggio di provarci, non penso si possa imparare in ogni campo tu ci voglia provare.
Riccardo
Riccardo, la tua disamina è molto interessante e converge con l’analisi fatta da Vito nel commento sotto.
Probabilmente sì: nell’ambito dell’elettronica e della tecnologia, riparare è diventato non solo molto più costoso per via dei pezzi di ricambio, ma anche decisamente più complesso, data la difficoltà, talvolta, nel reperirli. Sono convinto che sia tutta una “strategia” dettata dall’alto per incentivare la corsa verso il nuovo.
Eppure, credo che ci siano ancora margini di manovra. Ad esempio, ti scrivo da un PC fisso del 2010, che ha quindi quasi 15 anni di vita. Certo, alcune componenti (alimentatore, SSD) sono state sostituite, ma il cuore della macchina è ancora perfettamente funzionante, come il primo giorno. Qualcun altro, magari, in questi 15 anni avrebbe cambiato cinque PC.
Per fortuna, però, non viviamo solo di elettronica. In altri ambiti, come dimostrano anche i commenti di Franca e Mari, è ancora possibile rammendare, aggiustare le cose e farle funzionare come un tempo, a volte anche con un tocco di originalità che ne aumenta il valore. È anche possibile rivolgersi a un artigiano per una sedia robusta, pensata per durare una vita: la pagherai forse il doppio di una comprata nei grandi magazzini, ma quest’ultima durerà meno della metà.
In conclusione, sono d’accordo con la tua analisi, ma cerchiamo di non arrenderci e di offrire il nostro esempio, almeno quando è possibile.
Il vero nemico di alcuni artigiani è l’ incredibile e ingiustificato costo dei pezzi di ricambio. Negli elettrodomestici anche un insignificante ricambio rende antieconomico la riparazione per cui non resta che chiudere.
Vito, come dicevo anche a Riccardo, concordo con quanto hai esposto. Quella del costo dei pezzi di ricambio nell’elettronica è una vera piaga e come ho scritto, “In questo paradigma, il riparatore è un nemico”.
Per fortuna, però, l’artigianato non è solo elettronica, anzi!
È bello vedere come, da angoli diversi, si dica una cosa sola. Riparare ha un valore etico ed emotivo che non si misura solo in euro; allo stesso tempo sappiamo che, soprattutto nell’elettronica, esistono limiti reali tra ricambi introvabili, costi assurdi e prodotti progettati per scoraggiare la riparazione. La sintesi che propongo è semplice: ripariamo quando ha senso — perché un oggetto è ben fatto, ci siamo affezionati o c’è un artigiano che può rimetterlo in vita — e, quando proprio dobbiamo sostituire, ricompriamo meglio, scegliendo cose durevoli e riparabili, con viti e non colle, ricambi disponibili e garanzie chiare. Nel frattempo facciamoci sentire per regole che rendano tutto questo più facile: incentivi alla riparazione, accesso ai pezzi e un’IVA più leggera sui lavori di chi aggiusta. Così il “riparare” smette di essere nostalgia o integralismo e torna a essere libertà: prendersi cura delle cose, delle persone che sanno aggiustarle e del mondo che ci resta. Sapete una cosa? Sono proprio questi racconti che ci “dis-addomesticano”, un passo alla volta.
Confermo, Carletto, riparare non deve diventare un obbligo, ma una scelta; però bisogna essere messi in condizione di poterla attuare. Perché, come si è visto da diversi commenti, non basta volere una riparazione: bisogna anche capire se è realmente fattibile. E talvolta non lo è per mancanza di ricambi, altre volte perché non c’è più chi sa farlo, tante volte perché è più conveniente sostituire anziché riparare. Quindi, senza un intervento concreto su questi fronti, quella che chiamiamo “scelta” rischia di rimanere solo un’illusione.
Mi permetto un piccolo gioco — pura immaginazione, giusto per animare il dialogo. Facciamo finta che domattina io sia Presidente del Consiglio e presenti “Italia che Ripara”. E, nella Sala Stampa di Palazzo Chigi, dico che questo pacchetto nasce guardando a chi già resiste: come Franca e il suo “Ti passo il filo”, venticinque persone che, senza social né quote, tengono accesa ogni sabato una fiamma di saperi, stoffe, vecchie macchine e tanta passione. Ecco perché, per noi, la scelta di riparare non sarà un obbligo ma una possibilità concreta, che parte da lì.
1. Diritto alla riparazione. Ricambi e manuali garantiti per anni; prodotti progettati con viti e batterie sostituibili; un’etichetta di riparabilità chiara al momento dell’acquisto.
2. Leva comunitaria. IVA più leggera sul lavoro di chi aggiusta; bonus concreti per chi ripara; fondi per materiali ed esenzioni sulle donazioni di stoffe e macchine, gestiti dai Comuni e finanziati a livello nazionale.
3. Piazze del saper fare. Formazione rapida per aspiranti riparatori; rete del fai-da-te e “biblioteche degli attrezzi” in spazi civici gratuiti; una piattaforma semplice per far incontrare chi sa fare con chi vuole imparare.
Dopo sei mesi, misurerò l’impatto non in punti di PIL, ma in storie vere: oggetti salvati dalla discarica, euro rimasti nelle tasche delle famiglie, persone che hanno ritrovato un mestiere o imparato a dare una seconda vita alle cose. E, soprattutto, nella forza di una comunità che si rieduca al “fatto bene”. Franca ci ha ricordato proprio questo: la gioia del lavoro ben fatto e la forza di chi si passa il filo.
Ecco, questo potrebbe essere il filo più lungo e resistente da offrire a chi già tesse la tela di un Paese più capace di curarsi, e per prendere sul serio chi già lo sta giocando?
Ottime proposte Carletto, ma proprio perché ottime temo che non verrebbero prese in considerazione. Quello che vogliono, non è investire nel sapere, ma avallare un sistema consumistico che rende ogni cittadino sempre più schiavo del sistema produci-consuma-crepa. Ecco perché dinanzi a simili scenari, le leggi bisogna darsele da soli, e l’etica serve proprio ad autoregolamentarsi, a capire che così, proprio, non ha senso andare avanti. Né per noi, né per il pianeta che, non dimentichiamocelo, ci ospita e dovrebbe ospitare altre centinaia di migliaia di generazioni. Ma di questo passo…
Caro Ivan, grazie per questa verità necessaria.
Hai messo il dito nella piaga e hai ragione da vendere. Il sistema vuole quella schiavitù ciclica. È progettato per essa. Chiedere a quel sistema di auto-dismettersi è, come temi, una pia illusione.
Ma quando immagino “Italia che Ripara”, non la vedo come una richiesta di permesso a quel potere. La vedo come l’atto con cui ci diamo le leggi da soli, proprio come dici tu, ma facendo un passo in più: costruiamo un contro-sistema così convincente, così vitale e così vantaggioso per la comunità, da rendere quello vecchio, obsoleto e desueto.
I tre pilastri che ho descritto non sono una letterina a Babbo Natale ministeriale. Sono le regole di una nuova economia che iniziamo a praticare noi stessi, e che la leva pubblica – quando e se arriverà – non farà che rendere più veloce e pervasiva.
Il Diritto alla Riparazione non è una gentile concessione. È una rivendicazione che iniziamo a praticare con le nostre mani, smontando, studiando, boicottando i prodotti sigillati, preferendo chi ci fornisce i ricambi. È un’azione di non collaborazione con il modello consumistico.
La Leva Comunitaria non è un bonus che aspettiamo da Roma. È la decisione di usare il nostro potere d’acquisto, di tassarci volontariamente tra noi per un fondo comune, di fare accordi tra artigiani e cittadini per un’IVA “agevolata” fatta di reciprocità e baratto intelligente. È l’etica che diventa economia.
Le Piazze del Saper Fare sono già qui, in embrione, nel sabato di Franca. Sono la dimostrazione che non abbiamo bisogno del loro permesso per rieducarci al “fatto bene”. Siamo già un sistema educativo parallelo in funzione.
Hai ragione: non ci salveranno loro. Ma forse non è nemmeno quello lo scopo. Lo scopo è costruire la nostra salvezza con le nostre mani, pezzo per pezzo, fino a che la “resistenza” di Franca non sarà più un’avanguardia, ma la normalità. Fino a che il sistema produci-consuma-crepa non avrà più clienti.
Il “filo più lungo” che immagino non lo offre lo Stato. Lo stiamo già tessendo noi. E forse, un giorno, sarà così resistente da poterlo usare per legare le mani a quel sistema morente, mentre noi andiamo avanti.
Grazie per ricordarci che la posta in gioco non è riparare una lavatrice, è salvare la nostra dignità di esseri umani non schiavi. È per questo che il gioco, in fondo, è una cosa serissima.
Gentile Carletto, Ivan,grazie per aver apprezzato l impegno del nostro gruppo.
Quando ho avuto l idea di partire con la mia auto ed andare casa per casa,dentro di me pensavo: basta lamentarsi,facciamo qualcosa ,o non cambierà mai niente. E quando ho conosciuto una delle tante belle persone del gruppo gli ho chiesto: ma secondo te come si trasmette la passione? Risposta: non lo so,però proviamoci!
Ecco,riuscite a capire?
Un forte abbraccio a tutti
Ricambio il tuo abbraccio, Franca, sei un esempio autentico di quanto ho voluto sottintendere nell’articolo. Grazie di tutto.
Cara Franca,
leggere le tue parole è stato come ricevere un dono. Perché hai colto il punto esatto, quello che fa la differenza tra parlare e fare, tra sognare e costruire.
Quella domanda — “come si trasmette la passione?” — e quella risposta — “non lo so, però proviamoci!” — contengono tutta la saggezza di cui abbiamo bisogno. È l’antidoto a ogni paralisi. A ogni eccesso di analisi. È la risposta umilissima e potentissima di chi non ha la ricetta in tasca, ma ha il coraggio di mettersi in viaggio insieme ad altri.
Tu non hai atteso un decreto legge, un finanziamento o il permesso di qualcuno. Sei salita in macchina e hai bussato. Hai trasformato la frustrazione in un gesto di cura attiva. E in quel “proviamoci” risiede la forza dirompente della vostra comunità: non è la perfezione che cercate, ma la condivisione. Non la soluzione definitiva, ma il tentativo condiviso.
È questo che ci “dis-addomestica”. Che ci sveglia. Mentre noi parlavamo di ecosistemi e pilastri, tu e il tuo gruppo stavate già facendo l’ecosistema, intrecciando i fili delle relazioni, del sapere e della materia.
“Ti passo il filo” non è solo un nome bellissimo. È un manifesto. È l’esatto contrario del sistema “produci-consuma-crepa”. È l’economia del “ci prendiamo cura, impariamo insieme e duriamo”.
Grazie, Franca. Grazie per ricordarci che la politica più alta non sempre nasce a Roma, ma può nascere dal sedile di un’auto, dal coraggio di bussare a una porta e dalla saggezza di chi sa che la risposta non è in una teoria, ma in un “proviamoci insieme”.
Con affetto e ammirazione,
Carletto
Grazie Carletto per la stima e le belle cose che hai scritto. Fanno piacere e soprattutto aiutano ad andare avanti.
Un caro saluto
Ragazzi e ragazze siete meravigliosi, anche se so – almeno per Franca – che ormai non si è più da tempo giovani. C’è poco da aggiungere a quanto avete già esposto se non la mia esperienza: ho sempre acquistato PC usati e sui quali ho installato Linux. Un sistema operativo che chiede meno risorse e mi ha permesso di riutilizzarli al meglio. Qualche volta ho aiutato anche qualche amico, così che non buttasse via il suo vecchio PC con Windows e potesse trovare nuova vita. In casa ne ho diversi e ho anche due cellulari sempre con Linux. Perché non amo né Android né Ios. Il prezzo? Il prezzo è il tempo di imparare ad usare qualcosa di diverso. Forse, è un qualcosa di più limitato e che non fa le cose dei programmi più blasonati, tuttavia riesci comunque a fare tutto quello che serve. Purtroppo le persone sono avvezze dall’imparare e quindi preferiscono poi litigare con il nuovo cellulare o PC perché è cambiato qualcosa o fa quello che vuole. Poi, vi dirò una cosa forse stupida: non avere app sul cellulare che non sai cosa fanno lo preferisco di più. Un caro saluto a Ivan … ultimamente sono stato un po’ assente perché preso da altri impegni.
Ciao Paolo, che bello rileggerti! Sei sempre pronto con aneddoti di vita reale e pratica: è lì che si gioca la partita, nel quotidiano, dove svolgiamo tutte le nostre operazioni.
Mi scuso per aver pubblicato il tuo commento un po’ tardivamente ma, proprio come te, diversi impegni offline mi hanno tenuto lontano dal blog. Questo però è il bello di quando non si è dipendenti da qualcosa, ma lo si fa solo per puro piacere disinteressato.
Grazie per essere intervenuto e per aver riconosciuto i meriti di Linux!
Ciao Ivan,
I tuoi articoli sono sempre molto interessanti e offrono punti di riflessione molto rari da trovare ultimamente in giornali, TV e qualsiasi altra fonte di informazione attuale.
Aggiustare è diventato anacrostico, vuoi per il tempo, è più veloce andare in negozio oppure in rete e con un click, comodamente seduto, ordinare e ricevere ciò che credi, e ripeto credi, possa servirti; vuoi perché il nuovo ha sempre il suo fascino. Nell’era del consumismo ” mentale” il possesso è diventata un esigenza per compensare ciò che veramente ci manca e il riparare non è contemplato. Acquistiamo in maniera compulsiva per appagare i nostri falsi bisogni materiali senza accorgerci del vero motivo per cui lo facciamo: Insoddisfazione. Se ci fermassimo a riflettere un attimo prima di pigiare invio in un acquisto o sentire il beep di transazione effettuata non sarebbe una cattiva idea, se ci chiedessimo se la sesta borsa comprata in due mesi possa veramente servirci, non sarebbe sbagliato. Ma il punto, a mio avviso, non è questo. La cosa più triste è che questa mancanza al riparare, al recupero si proietta sulla vita sociale, sui comportamenti delle persone. L’attuale mentalità al non riparare un oggetto ma bensi sostituirlo, si sta spostando sulle relazioni tra le persone, relazioni sempre più superficiali e prive di empatia. Mettere pienamente se stessi in una relazione di qualsiasi tipo
è l’ equivalente di aggiustare un oggetto, ridargli vita, una nuova possibilità assaporarne il buono che ancora può regalarti. E questo, in un epoca dove se ci guardiamo intorno è stato dimenticato come adattarci, in maniera positiva agli altri, ha come unico risultato l’isolamento scaturito dalla profonda insoddisfazione di chi ci circonda e in primis di noi stessi. Aggiustare significherebbe fermarsi a riflettere su se stessi e questo non c’è lo possiamo permettere, troppo faticoso, meglio il nuovo, piu semplice e meno doloroso. Stiamo diventanto ” scatole vuote” senza artigiani.
Ciao Danila, faccio fatica a trovare un solo rigo del tuo scritto con il quale non essere in accordo. Hai perfettamente ragione nel sostenere che il nostro rapporto con l’oggetto è diventato il paradigma del nostro rapporto con l’esistenza. L’abitudine a preferire la qualità mediocre ma immediatamente disponibile, l’oggetto usa e getta che promette una soddisfazione effimera, si è pericolosamente estesa fino a modellare le nostre interazioni umane e la nostra etica personale.
Questo “approccio fast-food” alla vita si manifesta in una ricerca compulsiva di gratificazione immediata. Non abbiamo più la pazienza di investire tempo e sforzi per la gioia a lunga durata, che sia la padronanza di un’arte, la crescita professionale, o la costruzione di un legame affettivo profondo.
Le relazioni ne sono la vittima più evidente. Sono diventate, come gli oggetti di consumo, facilmente sostituibili e scartabili non appena presentano il minimo difetto o richiedono manutenzione. Prediligiamo l’interazione scarna e superficiale – il like, il messaggio veloce – perché costruire un rapporto autentico richiede tempo, vulnerabilità e la volontà di navigare la complessità emotiva, tutti elementi antitetici alla logica dell’immediatezza.
A mio avviso, come scrivo anche nei miei libri, la sfida odierna è re-imparare il valore della lentezza e della cura. Riconoscere che l’investimento a lungo termine – nel lavoro, nelle passioni, nelle persone – non è un ostacolo, ma l’unica via per una felicità che sia sostanziale e non solo fugace. Dobbiamo invertire la rotta: esigere la qualità negli oggetti per imparare a pretenderla nelle esperienze e, soprattutto, nelle persone che scegliamo di essere.
He, caro Paolo, ebbene si,sono nata molto prima…
Comunque è bello vedere che,ognuno,sebbene in generi diversi,abbia cura di riparare,conservare e dare nuova vita a qualsiasi cosa.
Per quanto mi riguarda, è un aiuto anche alla mia anima, che forse non si può riparare ma confortare forse si.
Un caro saluto a te Paolo e a tutti.
Che dire ancora dopo tutto quello che avete scritto ed espresso , il vero problema , siamo noi , con i nostri comportamenti , con le nostre scelte , acquistamio spesso cose inutili o doppioni di altre cose che già possediamo , pensando che tutto ciò che appaghi i nostri desideri e ci possa di conseguenza , rendere piú importante felici o meglio , soddisfatti , nulla di piú di falso , ci auto illudiamo inutilmente , e con questo modo di comportarci alimentiano questo mondo di sprechi , producendo un inquinamento ambientale incontrollabile , un semplice esempio di cui ho già parlato parlato ( non in questa sede ) osserviamo la quantità di sacchi di immondizia che buttiamo tutti i giorni , ripeto , il problema siamo noi , con le nostre scelte , quando compriamo qualcosa , dovremmo per prima cosa riflettere e farci un esame di coscienza, pensando per prima cosa all’ ambiente , onestamente ho seri dubbi a tale proposito , e voglio citare la famosa frase : se vuoi cambiare il mondo , inizia con te stesso ….molto semplice , talmente semplice e banale che poche persone sono propense a farlo , confesso che non lo dico per pessimismo , guardo ed osservo da tutto quello che mi circonda , iniziando dalla mia famiglia….purtroppo !!!!
Ciao Massimo, sottoscrivo pienamente ogni tua singola parola. Del resto, quando punto il dito contro la “società”, non guardo altrove; mi riferisco proprio a noi, te e me inclusi. Siamo tutti complici, e per questo tutti responsabili.
Dovremmo avere il coraggio di fermarci all’unisono, incrociare le braccia e imporre un silenzio assordante, per far comprendere a chi detiene il potere decisionale che il limite è stato valicato. Che andando avanti così non si costruisce un futuro, ma si corre verso l’estinzione.
Purtroppo, però, anche solo proporre una pausa oggi diventa un atto eretico. Siamo circondati da una folla addestrata a consumare e depredare con voracità crescente, incapace di immaginare un’alternativa al proprio appetito, perché è l’unica lingua che le hanno insegnato a parlare.