Osho Racconta Ouspensky: “Voglio Morire In Piedi”

Osho e Ouspensky sono stati due personaggi illustri piuttosto difformi fra loro: percorsi diversi, metodi differenti, il primo definito come mistico e maestro spirituale, mentre il secondo è riconosciuto come uno dei maggiori filosofi e pensatori del novecento. Ma c’è qualcosa che da tempo immemore lega individui che in un modo o nell’altro hanno lasciato un’impronta importante per l’umanità: la meta della pura coscienza. Essere consapevoli, vivere il momento presente, ma soprattutto vivere, sono quegli obiettivi che rappresentano una meta fissa per chiunque si sia messo alla ricerca di se stesso, studiando le possibilità di sviluppo inerenti all’essere umano. Trattasi di mistici, maestri spirituali, filosofi, esoteristi, poco importa, quello che conta è raggiungere la meta. La presenza.

Essere presenti a se stessi, l’auto-osservazione, il vivere qui e ora, il ricordo di sé, la consapevolezza interiore, sono pratiche e obiettivi che un tempo rivestivano un’importanza vitale per l’essere umano. Oggi le cose sono cambiate. Ma cosa succede quando queste pratiche vengono a scontrarsi con il fenomeno della sofferenza, del dolore e infine, della morte? Si può essere coscienti e presenti in punto di morte? E dopo? Una cosa è certa, se non si è presenti a se stessi da vivi, se non c’è coscienza nella vita di tutti i giorni, allora difficilmente si potrà essere presenti in punto di morte, o comunque, nelle fasi di grande sofferenza e dolore. Ma a cosa serve essere presenti in questi frangenti? Serve affinché tutto possa avere un senso e non scivoli via nella piena inconsapevolezza, come accade nel 99% dei casi.

La gente del Tibet attua un’esperienza sottile, chiamata “Bardo”. Il Bardo è lo stato della mente dopo la morte, è lo stadio intermedio, quando la coscienza viene separata dal corpo. La maniera in cui viviamo la nostra vita, se presenti e consapevoli o meno, determina come ce la caveremo in punto di morte. Tutto è nelle nostre mani. In questo momento abbiamo l’opportunità, la libertà, la possibilità di imparare. Se lo facciamo ora, sapremo cosa fare quando moriremo. Ma se non usiamo la nostra vita adesso, dopo non sapremo come gestire il sopraggiungere della morte, perché sarà troppo tardi.

Per questo bisogna prepararsi per innalzare la propria consapevolezza. Lo stato di “Presenza” è quella preparazione. La presenza, paradossalmente, è l’esperimento di una morte graduale e volontaria. È un esperimento per andare dentro di sé e poi abbandonare il corpo. Se si è presenti durante la vita, al momento della morte si sarà sempre in piena presenza. Questo equivale a vivere nella conoscenza e nel sapere, perché è un continuo stato di sperimentazione, di esperienza, essere nella coscienza fino alla “fine”. Cosa che oggigiorno non accade più, se non in sporadici casi.

Spesso le persone chiedono: “Ma dopo la morte conserveremo ancora la nostra coscienza? Io saprò ancora di essere io?”. Quando in verità, la domanda dovrebbe essere un’altra: “Prima della morte io ero veramente cosciente? Sono mai stato consapevole di essere io?”. Perché la questione su cui riflettere non è se c’è coscienza dopo la morte, bensì se c’è coscienza dopo la nascita. Se siamo sempre vissuti in stato di addormentamento e non ci siamo sforzati di svegliarci, non possiamo pretendere di diventare improvvisamente “svegli” dopo la morte.

Per questo ho deciso di riportare alla luce le pagine in cui Osho racconta Ouspsensky nel suo libro “L’immortalità dell’anima”. P.D. Ouspensky, uno degli allievi prediletti di Gurdjieff e seguace della Quarta Via, nonché grande filosofo, scienziato e matematico, può essere considerato uno dei precursori ideologici per quanto riguarda lo studio e l’approfondimento di alcuni passaggi chiave nelle discipline filosofiche e fenomenologiche-comportamentali del XX secolo. La sua ricerca combinava una vocazione mistica al pensiero analitico e psicologico, le sue teorie sono state improntate nell’approfondire lo studio e l’apprendimento volto a raggiungere le più elevate dimensione dell’esistenza umana. E alla fine della sua esistenza decide, letteralmente, di.. morire in piedi.

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«Alcuni anni fa è morto Piotr D. Ouspensky, un grande matematico e filosofo russo: era l’unica persona, in questo secolo, che avesse fatto tanti esperimenti legati alla morte. Tre mesi prima di morire si ammalò gravemente. I dottori gli consigliarono di stare a letto, ma lui non li ascoltò e fece sforzi al di là di ogni immaginazione: di notte, invece di dormire, camminava, correva, viaggiava, era sempre in movimento. I dottori erano inorriditi. Dicevano che aveva bisogno di riposo assoluto. Ouspensky chiamò tutti gli amici più cari intorno a sé, ma non disse loro nulla.

Gli amici che rimasero con lui quei tre mesi, fino alla sua morte, hanno detto di aver visto con i loro occhi, per la prima volta, qualcuno che accettava la morte in modo consapevole. Gli chiesero perché non seguiva i consigli dei medici e lui rispose: “Voglio sperimentare tutti i tipi di dolore, per evitare che quello della morte sia così grande da rendermi incosciente. Prima di morire voglio attraversare tutte le sofferenze; ciò può creare in me una resistenza così grande da permettermi di essere completamente consapevole quando arriverà la morte”. E per tre mesi fece uno sforzo esemplare per attraversare tutti i tipi di dolore.

Gli amici hanno scritto che una persona forte e sana si sarebbe stancata, non Ouspensky. I dottori insistevano sul riposo assoluto per evitare che si aggravasse, ma inutilmente. La notte in cui morì, Ouspensky non fece altro che andare avanti e indietro per la stanza; i dottori che lo visitarono dissero che nelle sue gambe non c’era più forza sufficiente per muoversi, e tuttavia lui camminò tutta la notte. Disse: “Voglio morire in piedi, per timore di morire incosciente, sedendomi o addormentandomi”. E sempre camminando, diceva agli amici: “Ancora un po’, altri dieci passi e sarà tutto finito. Sto per andarmene, ma continuerò finché avrò fatto l’ultimo passo. Voglio continuare a fare qualcosa fino alla fine, altrimenti la morte potrebbe arrivare mentre sono incosciente. Potrei rilassarmi e addormentarmi, e non voglio che questo succeda nel momento della morte”.

Ouspensky morì muovendo l’ultimo passo. Pochissima gente sulla Terra è morta camminando come fece lui. Cadde al suolo mentre camminava, cioè, cadde al suolo solo quando arrivò la morte. Compiendo l’ultimo passo disse: “Ecco, questo è l’ultimo passo, ora sto per cadere. Ma prima di andarmene lasciatemi dire che avevo abbandonato il corpo molto tempo fa, adesso vedrete il corpo che se ne va, ma io già da molto tempo ho visto che se n’è andato, anche se ci sono ancora. I legami con il corpo si sono spezzati completamente e tuttavia, all’interno, io ci sono ancora. Adesso solo il corpo cadrà; a me è impossibile cadere”.

Nell’istante della morte gli amici videro una strana luce nei suoi occhi: gioia, serenità e radiosità, qualcosa che si vede quando si è sulla soglia dell’altro mondo. Ma per questo è necessaria una preparazione continua. Se una persona si prepara con tutta se stessa, la morte diventa un’esperienza meravigliosa. Non esiste fenomeno più prezioso di questo, perché ciò che si rivela nel momento della morte non può mai essere conosciuto altrimenti. A quel punto la morte sembra amica, perché solo in quell’istante possiamo fare l’esperienza di esser un “organismo vivente”, non prima». – Tratto da “L’immortalità dell’anima” di Osho

Provocazione? Follia? No, essere presenti a se stessi non è mai una follia. Nemmeno dinanzi alla morte. La vera follia sono le coscienze assopite che trascorrono l’intera vita da inoperose, inattive, spente, private di qualsiasi barlume di vita interiore. Coscienze che, ancora una volta, si sono fatte fregare.

Tragicomico