Quando La Vera Nobiltà Era Quella D’Animo

Oggigiorno la nobiltà ha perso tutto il suo valore e relativo fascino, viene derisa e snobbata, e se si guarda agli esempi odierni non può che essere così. A nessuno viene in mente di affermare “voglio essere nobile!”. Semmai diranno che vogliono essere ricchi e potenti, persone di successo, ma non nobili. Seguono, in altre parole, la tendenza di questa società allo sbando, dove l’unica forma di ricchezza riconosciuta è quella esteriore. Quella dell’avere. Ma vale sicuramente la pena riflettere su un concetto un po’ fuori moda: la vera nobiltà di una volta. Chi era il nobile? Cosa intendiamo noi oggi con nobiltà? Chi può definirsi persona nobile?

La vera nobiltà ha poco o nulla a che vedere con questioni economiche, educative e sociali. Per capire meglio questa figura, dobbiamo rispolverare il dantesco concetto di nobiltà: essere nobili nella società, non per denaro bensì per ricchezza interiore e culturale da condividere. Una nobiltà d’animo.
La nobiltà d’animo, sempre secondo Dante, va al di là della collocazione sociale. Nobile non è il ricco letterato, nobile è l’animo puro di chi vuole elevarsi alla ricchezza della cultura, della gentilezza e del rispetto verso gli altri. Non è un ceto di ricchi, quello dei nobili per Dante, bensì è un ceto composto da chi eticamente e moralmente è in grado di donare il giusto valore alla ricerca e al possesso del sapere.

Quindi la vera nobiltà derivava sempre dalla “nobiltà d’animo”. Ossia il vero nobile doveva anche e sempre, per definizione, essere magnanimo: magna (=grande) anima. Il corrispettivo del mahatma (=grande anima) nella cultura indù. Il vero nobile era una persona colta, che si occupava di filosofia, d’arte e di spiritualità. Ma soprattutto, il nobile, non lavorava. Bensì pensava, rifletteva, vedeva oltre. Ecco perché oggi sembra impossibile per taluni aspirare ad essere nobili. L’inganno è tutto qui, ma nessuno riesce a percepirlo. Si è persa la vera nobiltà, la nobiltà d’animo, in favore di un sistema che ti obbliga a lavorare per 8-10 ore come uno schiavo.

Qualcuno starà sicuramente obiettando che è del tutto impossibile vivere in una società come questa, senza lavorare. Si è sottoposti alla necessità di procurarsi del denaro per vivere (meglio dire sopravvivere!) e allora si cerca il lavoro, lo si ritiene un diritto, addirittura messo come fondamento della costituzione, si combatte per esso… ma in maniera tragicomica si è giunti al punto che “qualunque lavoro va bene, basta che si lavora”. Cosa c’è di nobile in tutto questo? Niente! Più che nobili siamo diventati ignobili. Per definizione: privo di nobiltà d’animo, di dignità.

Nel Libro dei Mutamenti, uno dei primi testi classici cinesi, il contraltare del nobile è proprio l'”ignobile”, la persona meschina che non è in grado di dirigere il proprio destino e di operare delle scelte personali perché è schiava degli avvenimenti ed agisce e reagisce in modo meccanico e predeterminato. Invece il nobile sa “riconosce i germi”, vede oltre per esperienza, sa comprendere la dinamica di sviluppo delle situazioni, ed è quindi in grado di indirizzare consapevolmente la sua vita. Ma ormai, in questa società non si approfondisce più niente: argomenti, relazioni, conoscenza di sé. Perfettamente adeguati ad una realtà che non lo richiede più.

Alle persone non interessa più nulla di profondo, niente che oltrepassi la loro più bassa sopravvivenza. Così si ritrovano costrette a lottare e sgomitare per poter lavorare 8-10 ore come animali in una fabbrica o in un ufficio, o ovunque capiti. A scuola, ai vostri figli, insegneranno che esser schiavi d’un governo democratico è un diritto per cui battersi. Osservate, guardatevi attorno, cercate di “vedere” e vi accorgerete di come tutto, in questa civiltà, mira a fabbricare dei servi!

Non sto dicendo che nessuno debba più lavorare, sia ben chiaro, ma la soluzione sta proprio nella nobiltà, nel ridiventare nobili e riacquisire la propria dignità – la propria nobiltà, appunto – dedicandosi innanzitutto a ciò che di più elevato si riesce a produrre interiormente. Ovvero l’identificazione con la nostra essenza (anima), dove sta anche scritto qual è la vocazione a cui dobbiamo dedicarci per vivere in maniera equilibrata. Dobbiamo, sì, essere nobili nella società, ma non per denaro bensì per ricchezza personale e culturale da condividere. Questa è la vera nobiltà d’animo.

Che cos’è nobile? Che cosa significa ancora, per noi oggi, la parola «nobile»? In che cosa si rivela, da che cosa si riconosce, sotto questo cielo pesante e coperto dell’incipiente dominio della plebe, per il quale tutto diviene opaco e plumbeo, l’uomo nobile? Non sono le azioni a dimostrarlo – le azioni sono sempre ambigue, sempre insondabili – non sono neanche le «opere». È la fede che decide qui, che stabilisce qui la gerarchia, per riprendere un’antica formula religiosa in un senso nuovo e più profondo: una qualche certezza di fondo che un’anima nobile ha su se stessa, qualcosa che non si può cercare né trovare e forse nemmeno perdere. L’anima nobile ha un profondo rispetto di sé.Friedrich Nietzsche

Tragicomico